Meglio profondo che vasto. Circa la qualità del servizio del prete

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Mercoledì scorso, Centro Oratori di Bergamo. Partecipo alla riunione dei referenti di Pastorale Giovanile della Diocesi; in programma, per la prima parte dell’incontro, c’è la relazione del sacerdote salesiano don Rossano Sala, docente di Pastorale Giovanile a Roma e Segretario speciale al Sinodo dello scorso anno che ha messo al centro dell’attenzione del Papa e dei vescovi i giovani.

Una bellissima relazione, intitolata “Prove di frequentazione del futuro”. Un invito alla ricezione virtuosa del Sinodo sui giovani. Su questa relazione non mi soffermo: altri ben più preparati di me avranno modo di riassumerla e indicarne gli eccellenti spunti di riflessione.

I rapporti personali sono significativi, non l’ansia di raggiungere tutti

Da parte mia, vorrei soffermarmi sul momento successivo alla relazione di don Sala, quello che ha visto i sacerdoti presenti impegnati in un confronto a gruppetti per rispondere ad alcune domande suggerite dal relatore. Nel mio gruppo siamo io, il mio compagno di ordinazione don Giuliano, don Paolo, don Michele, don Matteo e don Emiliano.

Riflettiamo su una domanda in particolare: Quali sono le sperimentazioni in atto più innovative e feconde nella nostra pastorale oggi? Ciascuno di noi racconta quanto sta vivendo con i suoi giovani e da tutti emergono aspetti interessanti, oltre che variegate esperienze. Percepisco la convinzione che la profondità nei rapporti personali sia decisiva, più che la preoccupazione di raggiungere tutti.

Bisogna procedere a un omicidio positivo

In fondo, poco prima don Rossano ci aveva detto, giustamente, che dobbiamo smettere di vedere i giovani come gli atei ai quali noi preti portiamo Dio, perché Dio è già conin loro! Mi sorge un pensiero e lo restituisco ai confratelli con una delle frasi-bomba che spesso mi caratterizzano (i preti mi conoscono e non si stupiscono: voi, cari lettori, portate pazienza…): “Noi preti abbiamo bisogno di fare un omicidio positivo. Dobbiamo uccidere quella mentalità esclusivamente quantitativa che ci portiamo dentro tutti, perché viviamo tutti nella mentalità tecnocratica che caratterizza in gran parte la nostra cultura. Finchè non ci sganciamo da questa mentalità non otteniamo nulla!”.

Sì, credo molto in questa mia affermazione. Ai miei confratelli porto anche alcuni esempi. Se ci pensiamo bene, come facciamo noi preti a parlare di altri confratelli? “Quello è bravo perché propone tante attività… quell’altro ha tantissimi adolescenti… quello è stato in quel posto con tanti giovani”… Ebbene, il criterio è sempre quantitativo.

I numeri non contano. Non devono contare

Mi è anche capitato, qualche mese fa, di sentire le affermazioni di un sacerdote che parlava del predecessore dal quale alcune settimane prima aveva “ereditato” l’oratorio: “Poca gente, pochi adolescenti… quello là cosa è stato in oratorio a fare per anni?”. Non ero riuscito a star zitto e avevo risposto: “Forse ha semplicemente fatto quello che poteva, in base alle sue capacità. Decidono i numeri la bontà di un ministero?”. No, non credo.

Mi torna sempre alla mente la frase dello splendido testamento di don Sergio Colombo: “Potevo fare di più: soprattutto per tante persone che ho incontrato e con le quali non sempre ho avuto il coraggio di essere generoso. Anche se quel poco che ho fatto nella mia vita –preferendo il profondo al vasto- l’ho sempre sentito fatto per me e per gli altri”.

Preferire il profondo al vasto… già… Chiedo a Dio il dono di fare a mia volta questo passaggio decisivo.    

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