Un vescovo dedito allo studio, attento all’ascolto e alla carità: il ricordo di monsignor Roberto Amadei

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La figura di un vescovo attento all’ascolto e alla carità, dedito allo studio, custode della tradizione ma con uno sguardo accogliente verso la modernità. È quanto emerso nel convegno tenutosi stamattina in seminario di Bergamo su «L’azione pastorale di Sua Eccellenza Monsignor Roberto Amadei», in occasione dei dieci anni dalla morte.

Ad accogliere i presenti, per lo più sacerdoti e seminaristi della facoltà di teologia, il direttore degli studi della Scuola di Teologia del seminario don Giovanni Rota. «Il seminario ha un debito grande nei confronti di monsignor Amadei, che è stato docente, rettore e poi sempre vicino a noi come un padre spirituale. Siamo stati a lui riconoscenti pubblicando una raccolta delle sue omelie a un anno dalla sua morte e oggi gli dedichiamo questo convegno che non è di carattere scientifico perché occorre del tempo e servono persone che si dedichino in modo approfondito allo studio del suo operato. Quella di oggi è quindi una prima riflessione del suo ministero episcopale nella nostra diocesi».

Al tavolo dei relatori, nella prima parte del convegno, anche il vescovo di Bergamo monsignor Francesco Beschi che conosceva monsignor Amadei dagli incontri della Conferenza Episcopale Lombarda, da sei anni prima di essere nominato vescovo di Bergamo: «Lo ricordo come una persona discreta che faceva interventi sempre pertinenti e questo suo modo di agire l’ho poi riconosciuto in maniera sempre più chiara nella realtà che ho trovato qui a Bergamo. Di lui mi rimane impresso il suo sorriso, che alcuni mi dicono fosse raro, ma che ha mantenuto anche nei mesi della sua breve malattia: un sorriso che è la sua testimonianza di fede e l’incoraggiamento continuo del servizio che devo svolgere come suo successore».

È stato monsignor Maurizio Gervasoni, vescovo di Vigevano, a condividere alcune riflessioni sulla figura di Amadei come credente e vescovo. «Le riporto con lo sguardo di oggi perché non posso fare a meno di ricordare che da vescovo si vedono le cose con criteri diversi che da sacerdote» . Anzitutto la spiritualità, la teologia e l’approccio pastorale di Amadei sono stati  plasmati dal Concilio Vaticano II, perché «accoglieva le linee interpretative della modernità rimanendo fedele alla tradizione e il modernismo lo intrigava, per i suoi noti studi di storia moderna». La sua conoscenza e il suo studio li utilizzava per comprendere e dedicarsi alla “Chiesa del popolo”: per Gervasoni, aveva quindi un’attenzione allo storia concreta degli uomini. «Rileggeva l’attualità anche tramite le figure dei Santi, quindi applicava la teologia nella concretezza del popolo di Dio».

La ricerca storica animava la sua figura di credente: riteneva infatti che lo studio permettesse di approfondire una lettura più pertinente della realtà. Non sempre ha voluto essere protagonista: era presente ma non presiedeva, perché sapeva ascoltare e favoriva proprio l’ascolto. «Amava molto i dialoghi personali e il suo sapere testimoniale e educativo era sapienziale, mai improvvisato e mai capriccioso».

Per monsignor Gervasoni, anche lo studio della figura di San Carlo ha animato l’azione pastorale di Amadei: ha avuto infatti un’attenzione particolare alla vita spirituale, alla centralità della figura di Cristo, quindi dando vita al Gruppo Samuele, dando attenzione alla vita consacrata e agli istituti secolari e dedicandosi alla predicazione. «La cura per lo studio era per lui una dimensione spirituale e un’attenzione alla disciplina».

Il vescovo di Vigevano ha poi concluso il suo intervento sottolineando come monsignor Amadei considerava le parrocchie il grembo generativo della fede e ne è la dimostrazione la sua visita pastorale, apprezzava la politica ma dava il meglio di sé nell’esercizio della carità e nelle situazioni critiche «il suo faro di orientamento era la tradizione della Chiesa».

Formazione permanente del clero per alimentare fraternità e corresponsabilità

Nella seconda parte del convegno, sono poi intervenuti monsignor Lino Casati e don Claudio Visconti. Casati si è soffermato soprattutto sull’attenzione che il vescovo Amadei poneva agli incontri di formazione permanente del clero. «Sosteneva questi incontri perché credeva che con essi il prete possa crescere costantemente nel ministero, possa riattingere alla Fonte e possa formarsi come presbitero». Spesso a questi incontri di formazione monsignor Amadei ascoltava e interagiva ma stava dalla parte dei sacerdoti. È stato poi sottolineato come in un incontro di formazione nel 2002 Amadei disse che tra i sacerdoti «sono necessarie la fraternità e la corresponsabilità per non cadere nel rischio esclusivo del fare, dell’operare sganciato dal comprendere i passaggi epocali».

Per monsignor Casati, poi, la conoscenza culturale di Amadei lo rendeva cauto nel decidere i cambiamenti. «Non svalorizzava il risultato di un’azione pastorale, ma sottolineava le ragione da cui scaturisce il fare. La validità per lui sta a monte, non a valle. E a monte sta Cristo, che, secondo una frase ricorrente di Amadei, opera prima e meglio dei sacerdoti».

Per Amadei la formazione dei sacerdoti era anche a livello spirituale e di fraternità, non solo culturale: la presenza del sacerdote in una comunità viene prima dell’urgenza del fare, che è il rischio del sacerdote bergamasco più attento al fare e a volte anche al fare da solo.

Monsignor Casati ha poi fatto riferimento ad alcune omelie del vescovo Amadei, che dava importanza alla comunicazione come  strumento di attenzione reciproca. «Lo sguardo appassionato, tenace, attento a valorizzare ogni piccola esperienza, confidando nello Spirito di Cristo che agisce nella storia è la consegna di incoraggiamento che ci lascia monsignor Amadei».

Una grande attenzione alla carità delle parole e a quella delle opere

L’ultimo intervento della mattinata è stato quello di don Claudio Visconti, direttore della Caritas bergamasca durante l’episcopato del vescovo Amadei. Il sacerdote, descrivendo la figura del vescovo, ha sempre usato l’appellativo “don Roberto”.

La carità verso i poveri era sentita in lui perché vissuta prima di tutto nella sua famiglia d’origine. Aveva un’idea precisa di carità: iniziava da Dio e ne deriva quindi che il compito della Chiesa è quello di viverla. «Già durante il suo episcopato don Roberto sottolineava come ci sia il rischio che la religione sia considerata custode di identità locale, invece le parrocchie devono incontrare e conoscere i poveri e in generale l’uomo d’oggi. Questo generava una tensione che è naturale, tra la carità delle parole e quella delle opere, tra la formazione di operatori che si dedicano ai poveri e l’aiuto concreto ed urgente di chi ha fame». Per Amadei era fondamentale aiutare i poveri e non la povertà e ricordava che la Chiesa non è sorda al grido di nessuno, quindi era tenace nelle iniziative caritatevoli.

Forte in lui era infine il desiderio di giustizia e nel giorno dedicato alla visita al carcere non voleva avere altri impegni, perché forse in quel luogo vedeva l’emblema della povertà e della privazione degli affetti.

 

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