Attesa e paure

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In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (vedi Vangelo di Luca 21, 5-19).

Per leggere i testi liturgici di domenica 17 novembre, trentatreesima del Tempo Ordinario “C”, clicca qui.

Gerusalemme è la città santa. Tutto converge su Gerusalemme, anche nel vangelo di Luca, che è dominato, come noto, dal lungo “viaggio” di Gesù verso la città santa, dal capitolo 9 al capitolo 19.

Il Tempio e la sua fine

Al centro di Gerusalemme sta il Tempio, cuore di tutta la comunità ebraica, splendente nella sua sontuosa architettura, nelle sue bellezze artistiche, nei doni generosi che lo rendono ancora più bello. E’ il “Tempio di Erode”, iniziato nel 19 avanti Cristo da Erode il Grande e terminato nel 64 dopo Cristo. Le parole di Gesù si collocano, molto presumibilmente, attorno agli anni ’30. Dunque il Tempio è ancora in costruzione, ma sufficientemente definito per poter essere già contemplato e ammirato.  Per cui suonano particolarmente shoccanti le parole che, improvvisamente, Gesù pronuncia. Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta.

È l’inizio di quello che si chiama “discorso escatologico”, discorso sugli “escata”, le cose “ultime”, la fine. La fine di che cosa?

Nel passaggio che viene letto in questa domenica Gesù parla di quello che avverrà, in effetti, non molti anni dopo: Gerusalemme sarà assediata dagli eserciti romani e distrutta e, con essa, verrà distrutto il tempio, i cui lavori di ristrutturazione erano finiti pochi anni prima. Gli eventi avranno luogo nel 70 dopo Cristo. A capo delle forze di assedio romane, ci sarà Tito Vespasiano, che poi diventerà imperatore.

L’evento tragico della fine della città santa e del tempio sarà preceduto da segni particolari: sommovimenti sociali di ogni tipo (che Gesù già intravede nella società inquieta del suo tempo), comportamenti repressivi verso i seguaci di Gesù, che saranno perseguitati per la loro stessa fede. Gesù rassicura però: i suoi discepoli non saranno dimenticati: lui stesso sarà loro vicino e, in mezzo ai tradimenti più atroci, possono mantenere intatta la loro fiducia: nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita, afferma Gesù.

Solo nel prosieguo del suo discorso Gesù allargherà il suo sguardo dal futuro della città santa al futuro della storia umana.

Le nostre paure

Dunque, il vangelo ci costringe, in qualche modo, a parlare delle nostre paure. Il vangelo, in particolare, ci dice che le paure appaiono, spesso, là dove meno ci aspetteremmo che ci siano: i posti che dovrebbero proteggerci ci tradiscono, gli affetti più profondi si trasformano nel loro contrario e si ritorcono contro di noi. Le grandi certezze diventano così fonte delle più grandi paure.

I cristiani non godono nessun privilegio rispetto a tutto questo. Anzi: potrebbero perfino essere più “esposti” di chi non segue il Signore. Presi come sono dalla loro fede, sono spesso portati a criticare la storia banale nella quale sono chiamati a vivere. I cristiani di oggi, infatti, sono spesso scontenti di tutto: delle ingiustizie, delle persecuzioni di cui sono oggetto, della politica, perfino della Chiesa. Sempre in attesa di un “altro” mondo, diverso da questo così deludente, sono esposti a credere troppo facilmente ai profeti che glielo promettono. Il credente diventa in tal modo, facilmente, credulone e la fede nel Signore si trasmuta rapidamente nella fede dei molti signori che prendono il suo posto.

L’attesa è così chiamata continuamente a purificarsi, a chiedersi chi si aspetta e perché. Non è un caso che questi messaggi arrivano alla vigilia dell’Avvento, tempo di attesa per eccellenza. Attesa del Signore, del Signore Bambino.

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