Finale di Supercoppa in Arabia Saudita. Dove il business conta più della pace

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E Sono stati vani i molti appelli giunti da più parti. Da Assisi e dal suo Sindaco, Stefania Proietti, da Pax Christi e dal suo coordinatore, don Renato Sacco, da Amnesty International all’UsigRai, il sindacato dei giornalisti RAI. Alla fine, Juventus-Lazio, finale della Supercoppa italiana, si è comunque giocata al King Saud University Stadium di Riyad. Sì, avete letto bene: Riyad. Non a Roma, Torino o Milano come dovrebbe essere per una competizione calcistica che contrappone il club campione d’Italia e quello vincitore della Coppa nazionale, ma in Arabia Saudita.

I nomi in arabo della Juventus

Chi ha visto la partita, avrà pure notato che la Juventus ha fatto scrivere in arabo i nomi dei giocatori sulla maglia. Un ossequio evidente per il contratto che prevede che in Arabia Saudita si giochino tre partite in cinque anni, con un gettone di 7,5 milioni per ogni partita, suddiviso a metà tra le finaliste tolto il 10% in quota alla Lega. Non è la prima volta: gli sportivi ricorderanno che la finale dello scorso anno Juventus-Milan, si era giocata il 16 gennaio 2019 a Gedda, la città portuale sul Mar Rosso, sempre in Arabia Saudita. Non solo i due club hanno ignorato l’appello e giocato la partita (“macchiata di sangue perché si disputa in Paese che sta distruggendo la vita di inermi, di bambini e donne, uomini e anziani”, ha detto Stefania Proietti) ma la RAI l’ha trasmessa in diretta nonostante le molte voci alzatesi contro tale decisione.

Bombe e affari

Lo abbiamo già scritto più volte. Il nostro Paese da tempo fa lucrosi affari con il regime di Riyad vendendo, in particolare, bombe – prodotte dalla Rwm nello stabilimento di Domunovas in Sardegna – che vengono usate da anni per bombardare la popolazione dello Yemen, dove è in atto la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.

Se la guerra continuerà fino a tutto il 2022 – si legge in un rapporto ONU –  il 79% della popolazione yemenita risulterà al di sotto della soglia di povertà. Come ogni guerra, a farne le spese sono i civili. Spesso sono colpite le scuole, gli ospedali, i mercati. Li chiamando “danni collaterali”. Espressione neutra per dire che a pagare sono i più indifesi. Per questo don Renato Sacco, qualche giorno prima nel suo appello ha scritto: “mi piace immaginare che durante la partita Juventus-Lazio a un certo punto l’arbitro fischi, fermi la partita e vada a controllare il Var: e sugli schermi delle nostre case arrivino le immagini di quella trasmissione, o anche solo la foto di qualche bomba ritrovata in Yemen, lanciata dal Regime di Riyad con il numero A 4447, il codice identificativo che dice che quelle bombe sono vendute ufficialmente con l’approvazione del Governo italiano. In violazione alla legge 185/90 che vieta di vendere armi ai paesi in guerra o che violano i diritti umani.”

Lo spettacolo deve continuare. Ma è Natale

The show must go on, lo spettacolo deve continuare. Sui campi di calcio e in televisione, nelle coscienze come in politica.

Pace in terra agli uomini che Egli ama”, è il grido degli angeli che abbiamo sentito risuonare il giorno di Natale. Facciamo in modo di ascoltarlo, e cercare di tradurlo dentro i sentieri impervi dell’economia e della politica, anche nei giorni seguenti.

Altrimenti, forse, è meglio tacere.

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