Il manifesto delle “Sardine”. Per capire il fenomeno nuovo della società italiana

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Foto: alcuni degli animatori delle “Sardine”

Quella delle cosiddette “Sardine” è l’ultima increspatura socio-politica della società civile. Non è un movimento politico, non è un partito, non ha un programma di governo.

Le Sardine, che cosa sono?

E allora, se non sono né sostanza né accidente, che cosa sono? Per rispondere alla domanda, conviene, intanto, leggere che cosa dicono di sé, nel loro Manifesto, rivolto ai “cari populisti”. Vi si trovano: una crisi di rigetto: “avete tirato troppo la corda dei nostri sentimenti”; la critica degli stili e dei contenuti della comunicazione politica populista, in cui si mescolano verità e menzogne, bugie e odio: “un oceano di comunicazione vuota”; la fiducia nella politica -“crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola”; una rivendicazione di normalità: “siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”.

Il Manifesto esprime una nitida coscienza di sé e della propria forza: “Adesso ci avete risvegliato. E siete gli unici a dover avere paura. Siamo scesi in una piazza, ci siamo guardati negli occhi, ci siamo contati. E’ stata energia pura. Lo sapete cosa abbiamo capito? Che basta guardarsi attorno per scoprire che siamo tanti, e molto più forti di voi”.

Si tratta di un movimento di reazione repulsiva ai linguaggi e ai comportamenti da guerra civile, che, a partire dall’insorgenza leghista e da quella giustizialista, fin dagli anni ’90, hanno investito con intensità e frequenza crescenti la società civile, i mass-media – che ne sono stati i principali agenti –  e i social-media – i partiti.

Sta venendo avanti una generazione, che è aperta al mondo, che studia e viaggia, che non lavora o lavora spesso precariamente e che è fortemente preoccupata del proprio futuro. Questa generazione assiste allo spettacolo di una politica gridata, minacciosa, piena di odio, che tratta l’avversario come nemico da annichilire, ma che, alla fine, è rumorosamente inconcludente. Da mattina a notte inoltrata si rovesciano dai teleschermi, dai computer e dai cellulari urla, insulti, lacrime esibite, rabbie,attraverso i talk-show, tanto dalle TV pubbliche quanto da quelle private, che scaldano gli animi e istupidiscono le menti. La politica partitica è vittima, protagonista e furbescamente complice di questo andazzo, purchè, si intende, sia a danno del nemico del momento.

Le mute domande delle Sardine

Quali domande pongono “le sardine” alla società civile e alla politica, che interpellano polemicamente o benevolmente?

Almeno due: la prima è posta da quello che dicono, la seconda da quello che sono.

Chiedono, in primo luogo, un cambio di stile nelle relazioni politiche e nel linguaggio. Non si tratta di un appello al galateo. E’ in questione l’etica pubblica, è la richiesta di un agire comunicativo volto alla cooperazione, non al conflitto, orientato al dialogo e non all’anatema.

Dietro sta un interrogativo di profondità storico-politica: quando finirà la guerra civile ideologica in questo Paese malato? Guerra civile non è l’aspra competizione con l’avversario su questioni di merito, è la volontà di annientarlo con ogni mezzo. Guerra civile è il rifiuto di riconoscere l’altro come di uno che si impegna, come me, per il Bene comune, anche se, dal mio punto di vista, ha idee opposte alle mie su come realizzarlo. Ora, se i politici accumulano oggi un consenso massiccio per la guerra civile, lo devono al fatto che la società civile italiana è ancora terreno fecondo di odio e di violenza contro la fazione avversa. E’ una società di minoranze che si accapigliano disordinatamente.

La vicenda storica italiana registra almeno cinque periodi e cinque forme diverse di guerra civile, realizzata o minacciata, che ha coinvolto le ultime cinque generazioni di italiani, a partire dai nostri trisnonni: 1861-1865, nel Sud, all’indomani dell’Unità, ufficialmente chiamata “lotta al brigantaggio” che causò decine di migliaia di morti; 1919 – 1922, in tutto il Paese, ma soprattutto al Nord, negli anni del cosiddetto “biennio rosso”; 1943 – 1945 al Nord, dopo l’istituzione della Repubblica sociale italiana. Le velleità di riaccenderla nella modalità comunisti/anticomunisti, all’indomani dell’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948, furono domate dallo stesso Togliatti. Ciò non impedì che una corrente del PCI, che faceva capo a Pietro Secchia e a molti ex-partigiani, continuasse ad alimentare il mito della “Resistenza tradita”. Così, a partire dagli anni 1968-’69,questa corrente riuscì a saldarsi con alcuni settori del movimento studentesco e operaio e sfociò, infine, nelle BR. Lungo un decennio, quello dei cosiddetti “anni di piombo”, traduzione impropria del titolo più crudo del film di Margarethe von Trotta”Die Bleierne Zeit” – Il tempo del piombo – si svolse una piccola guerra civile a bassa intensità, cha ha causato oltre 200 morti e circa un migliaio di feriti. Aldo Moro ne fu la vittima cruciale. La sconfitta del suo tentativo di sciogliere il “reciproco assedio” ha segnato il prima e il dopo 1989. Berlusconi si presentò sulla scena “contro” i comunisti e “i comunisti” reagirono additando il berlusconismo come la cloaca di ogni rifiuto.

Dalla faglia della delegittimazione reciproca è uscito il fumo nero dei movimenti antipartitici e giustizialisti, così che la lotta politica dei partiti è apparsa – perché lo è diventata – una faida permanente di fazioni, nella quale il Bene comune va perduto. Il primo effetto di questo “spirito di scissione” di lunga durata è una politica in perpetua e impotente effervescenza attorno al nulla. Di questo nulla si alimentano gli scontri quotidiani, le dichiarazioni e le contro-dichiarazioni, che i mass-media dilatano in un infinito gioco di specchi. Dunque, paralisi di ogni necessaria riforma. La debolezza storica del Paese nel quadro geopolitico ne è la conseguenza più tangibile.

Perciò, la domanda delle “Sardine” è sì pre-politica, ma in realtà è massimamente politica, nel senso che riguarda le condizioni stesse di possibilità della politica, cioè dei suoi fondamenti.

Le provocazioni alla politica

Il secondo ordine di domande scaturisce dal fenomeno “Sardine” come tale, a prescindere da ciò che dicono di sé.

La comparsa di questi numerosi “banchi di sardine” nel mare della politica interpella urgentemente i partiti. Che si lascino sorprendere da moti politici, che provengono dalla società civile, non è una sorpresa. E’ la dialettica democratica. Dalla società civile sgorga sempre più politica di quanta i fragili vasi dei partiti siano in grado di contenere. Ma ciò non li esime dalle risposte. Si tratta, per loro, ogni volta, di una sfida. Il populismo di destra e di sinistra è direttamente sfidato, a parole e nei fatti, e Salvini e Di Maio hanno già dato le proprie risposte.

Salvini strafottente, Di Maio sta più alla larga. Mentre il M5S è nato contro la politica dei partiti, “le Sardine” chiedono loro di farsi avanti.

E i liberali di destra e di sinistra? Come tradurre quelle domande in un nuovo stile di comunicazione politica e in programmi? Osservare polemicamente che le Sardine non sono salmoni – che invece, coraggiosamente, vanno contro corrente – che non hanno un programma, che sono un fenomeno stagionale, che i movimenti nascono e tramontano e via banalizzando non costituisce una risposta. Peggio: è segno di impermeabilità e di chiusura intellettuale. Eppure la domanda è impegnativa: come cambiare la politica italiana, come cambiare i partiti? Giacché, la catena delle questioni continua ad essere la seguente: che i partiti – vecchi o nuovissimi – sono la scatola nera del sistema politico; che i partiti non sono regolati dalla legge; che i partiti restano oligarchie impermeabili; che i partiti non riescono a riportare il Paese sulla rotta dello sviluppo.

Insomma: “le Sardine” chiedono alla  politica di risorgere e di mettersi a camminare.

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