La bomba: Enrico Deaglio rievoca cinquant’anni di Piazza Fontana

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Ha un titolo deflagrante il saggio di Enrico Deaglio “La bomba” (Feltrinelli 2019, Collana  “Fuochi”, pp. 295, 18,00 euro) nel quale il giornalista e scrittore rievoca “Cinquant’anni di Piazza Fontana”. L’attentato terroristico compiuto all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura nel centro di Milano avvenuto alle ore 16,37 del 12 dicembre 1969, mentre mancavano tredici giorni a Natale, inaugurò il periodo stragista della “strategia della tensione” nel nostro Paese, cambiandolo per sempre.

“Orrenda strage a Milano”, titolò il “Corriere della Sera”, “il criminoso attentato” causò la morte di diciassette persone e il ferimento di ottanta. Fu quello il primo tentativo di colpo di stato in Italia e l’inizio di una “stagione di piombo”, che è proseguita nel corso degli anni, intrisa di omissioni, depistaggi, bugie, impotenze giudiziarie e verità negate.

L’autore, allora studente, nel saggio dedicato “Alla famiglia Pinelli e a tutti i loro amici”, compie un viaggio nella memoria, che ha l’andamento di un giallo intricatissimo. Una cosa è certa “Pinelli e Valpreda – sperando che questi nomi antichi ricordino ancora qualcosa a chi ai tempi c’era – con la bomba del 12 dicembre non c’entravano niente. La bomba venne preparata e collocata dal gruppo veneto di Ordine Nuovo, un’organizzazione nazista con forti agganci e protezioni ai vertici dello Stato italiano, che non fece nulla per impedirlo”, precisa Deaglio nelle prime pagine del volume. Quella bomba ha compiuto cinquant’anni (e altrettanti di bugie), sono passate due generazioni e mezza, eppure sembra che continui ancora a bruciare, anche perché non è mai stata emessa una sentenza per gli esecutori materiali, cioè per coloro che portarono la valigia con la bomba.

Una “spaventosa deflagrazione che squarcia l’aria”, il fragore e un buio improvviso. Poi un grande silenzio, i primi lamenti, le grida, gli occhi che si riabituano. Un ordigno da 7 chili di tritolo (impressionante il cratere sul pavimento creato dalla bomba, il salone della banca non viene sigillato e il giorno dopo gli impiegati sono già al lavoro per riaprire al pubblico) è appena scoppiato all’interno di una banca affollata di clienti venuti soprattutto dalla provincia. Alle 16:30, mentre gli altri istituti di credito chiudevano, all’interno della filiale c’erano ancora molte persone. La Banca Nazionale dell’Agricoltura era, a ragione, considerata una banca della destra agraria e post-fascista. Fortunato Zinni, impiegato della banca, membro della commissione interna, abruzzese emigrato a Milano, socialista, sopravvissuto, coordinatore per decenni della parte civile degli impiegati negli interminabili processi, a distanza di mezzo secolo, guida personale “Virgilio” di Deaglio “in quell’inferno”, ricorda bene il clima che c’era in ufficio, a Milano, prima dell’Autunno caldo. Il sindacato fascista dei bancari legato alla Cisnal aveva l’appoggio del 90 per cento dei dipendenti. Perché dunque fu scelta proprio la Banca Nazionale dell’Agricoltura? Quella bomba non fu una bomba dimostrativa: chi la progettò e la mise voleva provocare un alto numero di vittime in una grande banca di Milano frequentata da agricoltori.

La bomba è appena scoppiata, ma siamo solo all’inizio. Da qui può partire il più grande depistaggio della nostra storia recente, che sembra non finire mai, dalla “precipitazione” di Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, trattenuto presso la Questura di Milano ben oltre le 48 ore di fermo di polizia, per accertamenti in seguito alla esplosione della bomba nella banca, avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 dal quarto piano dell’edificio. La morte dell’anarchico è legata al nome di uno dei poliziotti di punta della Questura milanese, l’allora 32enne vice-Capo della squadra “politica”, Luigi Calabresi accusato dall’opinione pubblica di sinistra di responsabilità nella morte di Pinelli e ucciso in un attentato il 17 maggio 1972, i cui colpevoli vennero individuati solo dopo molti anni nelle persone di Ovidio Bompressi e Leonardo Marino quali esecutori, mentre Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri furono ritenuti i mandanti, tutti esponenti di Lotta Continua.

A mezzo secolo dal tragico evento che sconvolse Milano e l’Italia intera, “I funerali dell’anarchico Pinelli”, opera monumentale di Enrico Baj, iniziata nel 1969 e terminata nel 1972, che racconta la storia di una moglie e due figlie, che hanno perso un marito e un padre, sospettato ingiustamente di essere l’autore della strage di Piazza Fontana, finalmente ha trovato una collocazione permanente nel quartiere Brera, a Palazzo Citterio. Storia complicata quella del quadro che Baj dipinse pensando a “Guernica” di Picasso e che l’autore ricostruisce nel testo.

Ora sappiamo, grazie anche a libri come questo di Deaglio, che per cinquant’anni intorno alla strage di Piazza Fontana fu costruita “una grande menzogna” ma contemporaneamente vi fu “la generosa tenacia” di chi cercò di opporsi alla “macchina” depistatrice. Nel frattempo nella storia di Piazza Fontana, gli ultimi dieci anni hanno portato molte novità “che danno, nonostante tutto, ancora speranza che una verità si possa raggiungere e, soprattutto, rendere nota”.

Dunque la bomba non ha vinto.

Le iniziative per l’anniversario a Milano:

https://www.comune.milano.it/-/milano-e-memoria.-piazza-fontana-le-iniziative-per-il-cinquantesimo-della-strage

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