Scuola: tante domande su cosa fare delle nuove tecnologie in una “società digitale”

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L’argomento “digitale” continua ad attirare l’interesse del mondo scolastico. E non potrebbe essere diversamente, sia perché siamo immersi in una “società digitale” che tende ad essere pervasiva e dunque a coinvolgere tutti gli ambienti di vita – scuola compresa – sia perché la scuola è abitata in modo speciale dalla “generazione digitale”, dai ragazzi e dai giovani per i quali gli strumenti tecnologici sono pane quotidiano. Gli smartphone in particolare.

Dunque è inevitabile che la scuola si interroghi su “cosa fare” delle tecnologie: come valorizzare le competenze digitali che già gli studenti posseggono indipendentemente dai percorsi di apprendimento, come, nello stesso tempo, indirizzare e “umanizzare” l’esperienza digitale, per permettere un uso consapevole degli strumenti potentissimi a disposizione di tutti e per evitare che questi stessi strumenti si trasformino in trappole pericolose.

Ci si interroga da anni su queste problematiche. E la scuola italiana, in verità, ha investito intelligenza e denari per restare in linea coi tempi, non solo con il passo organizzato, anche se più lento, delle iniziative ministeriali, ma soprattutto con le sperimentazioni varate nei diversi contesti scolastici. Non tutti i risultati sperati si sono verificati. Anzi. Se la strumentazione tecnologica è cresciuta, ad esempio – a partire dalla possibilità di connessione da parte degli istituti scolastici, per arrivare alla dotazione di tablet e altri device da utilizzare nel lavoro scolastico quotidiano – non altrettanto si è assistito, in questi anni, ad una vera trasformazione della didattica. In alcuni casi proprio il focus sulla didattica ha portato a ridimensionare le “magnifiche sorti e progressive”  immaginate per la scuola digitale.

Non stupisce allora che anche agli Stati generali della scuola digitale – appuntamento recente a Bergamo, con oltre mille iscritti, tra insegnanti, genitori, dirigenti scolastici e amministratori comunali – siano rimbalzate diverse perplessità, al punto che la stessa Dianora Bardi, docente tra le prime a sperimentare il digitale a scuola e presidente di “Impara digitale”, associazione e centro studi nato nel 2012 per promuovere la didattica innovativa, ha dichiarato a un quotidiano che “Non si può pensare che si possa parlare di innovazione focalizzandoci solo sul digitale senza un contesto progettuale più ampio”.

Servono dunque tante cautele per affrontare – a scuola soprattutto, ma non solo – il mondo digitale. E una recente ricerca cui hanno collaborato l’università Bocconi e quella di Padova, insieme a “Impara digitale” mette addirittura in guardia dal fatto che di digitale nella vita di ragazzi e giovani ce ne sia fin troppo, per cui alla scuola tocca puntare, più che sugli strumenti, sul metodo e sulla consapevolezza nell’utilizzo dei diversi device. Che condizionano pesantemente i ragazzi – come risulta dalla ricerca – in ogni aspetto della vita quotidiana. E in classe? Gli smartphone, ad esempio, servono più che altro per chattare e per copiare.

Insomma, ben vengano discussioni, provocazioni e – se necessarie – anche marce indietro. Ma insieme va raccolta anche una conferma: la centralità della scuola. E’ qui l’occasione di crescere, di conquistare le competenze necessarie non solo per usare le tecnologie, ma soprattutto per non farsi usare.

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