I muri della gentilezza: una forma (contagiosa) di solidarietà spicciola

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“Se non ne hai bisogno, lasciali. Se ti servono prendili”. È iniziata in Iran nel 2015 con queste parole la storia dei “Muri della gentilezza” che oggi sono diventati un fenomeno sociale diffuso in molti angoli del mondo. Ai chiodi conficcati in pareti di mattoni e cemento vengono appesi maglie, coperte, prodotti per l’igiene. Anche i social, affollati spesso da seminatori di rancore, sono invasi da questa forma di solidarietà spicciola ma efficace. Non è dato di sapere fino a quando questa contagiosa “gentilezza” resisterà. Non è però così importante fare previsioni quando prendere atto che la fantasia del dono e della gratuità trova mille occasioni per dire che la sensibilità umana è viva. Il muro di per sé non è una presenza negativa si tratta sempre di decidere se renderlo un luogo di incontro o un luogo di scontro. E questa decisione la prende un uomo nei confronti di un altro uomo. Sarà sempre l’uomo a decidere se i muri della “gentilezza” avranno la meglio sui muri della arroganza. E’ necessario però dare significato autentico alla parola “gentilezza” perché non si riduca a sinonimo di cortesia formale mentre è espressione della nobiltà dell’animo e dell’intelligenza dell’amore. Nell’accoglienza sull’isola di Malta dopo il naufragio l’apostolo Paolo definisce “rara umanità” la “gentilezza” con la quale venne trattato con i suoi compagni.  Si tratta dunque di vedere l’altro, il diverso, il lontano non con le lenti della diffidenza e della indifferenza ma con le lenti dell’ascolto e della fiducia.

Coloro che appendono al chiodo infisso nel muro un abito o una coperta non vedranno coloro che andranno a prendere ciò che è stato appeso. Coloro che andranno a prendere un abito e una coperta non vedranno gli autori di un gesto gentile. Gli uni e gli altri davanti ai “Muri della Gentilezza” non si incontrano eppure non sono sconosciuti, non sono anonimi e neppure sono estranei.  Sono persone che nell’offrire un dono e nell’accettare un dono sperimentano una comunicazione inusuale, senza parole ma ricca di vibrazioni di umanità. Ma basteranno i “Muri della Gentilezza” per abbattere i muri dell’arroganza? La domanda arriva sempre quando il gesto imprevisto del dono incrina la crosta del pessimismo e della paura. Forse nulla cambierà e rimarranno i vecchi muri di divisione. Forse qualche domanda in più nascerà nelle coscienze. Forse chi sta al balcone scenderà in piazza per stringere mani, per guardare negli occhi. Non c’è qualcosa di nuovo sotto il sole se i muri parlano di “gentilezza”?

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    Proprio in questi tempi, facevo una riflessione con una compagna di viaggio nella pratica di essere utile a chi è nella sofferenza e nel bisogno: quanto è difficile fare bene il “bene”! Se non ci fosse radicata nel profondo della nostra anima, la volontà di agire senza desiderare nulla in cambio, questa pratica di “amare” diventerebbe una cosa che si fa solo per dovere perché si è coinvolti in qualche associazione caritativa o a volte per ambizioni personali e conseguente visibilità sociale. Mi pare di aver visto un reportage in cui questa pratica è svolta anche in Italia! Ma proprio perché siamo in Italia e non in Iran, le difficoltà sono enormi nel “piantare chiodi” e appendere in luoghi aperti come sono le strade italiane! Non è permesso nulla se non utilizzando spazi aperti privati e di cui paghi le relative imposte! In Italia la “gentilezza” avviene in molteplici forme e trovo che a volte lo sbarazzarsi di oggetti che non usi, al posto di dare il meglio che possiedi, rimane il principale senso in ciò che facciamo per fare “carità”! Ecco! tutto potrebbe essere visto come gesto gentile, ma gli spazi a cui dovremmo ricorrere, devono proteggere le cose di cui altri utilizzeranno. Rispetto a chi ne farà uso e che a sua volta rispetti ciò che utilizza affinché ci sia anche un ulteriore riuso della cosa ricevuta in piena generosità!

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