Il futuro del cristianesimo, un incontro a Gandino. “Non preoccupiamoci dei numeri ma dell’efficacia della testimonianza”

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Si potrebbe preliminarmente obiettare che, in materia di religione e di visioni della vita, le statistiche non dicono tutto. Però è anche vero che i «numeri» non possono essere del tutto ignorati, se non si vuole ridurre la fede a un’opzione intima, priva di effetti visibili nello spazio e nel tempo. Lo storico francese Guillaume Cuchet ha pubblicato, un paio di anni fa, un volume intitolato Comment notre monde a cessé d’être chrétien: per quanto riguarda la situazione del cattolicesimo nel suo Paese, egli sottolinea come solo il 30-35% dei nuovi nati oggi venga battezzato, mentre «la pratica domenicale (nel senso di coloro che vanno a messa tutte le domeniche e non una volta al mese, o di tanto in tanto) si aggira sul 2%. In un altro suo testo, Cuchet scrive che tra i giovani europei dai 16 ai 29 anni prevalga ormai il gruppo dei nones (da no religion), di coloro che non aderiscono a nessuna fede religiosa, con punte dell’80% in Estonia e del 91% in Repubblica Ceca. Ancora un esempio: in Belgio – Paese di lunga tradizione cattolica, con 11 milioni e mezzo di abitanti – c’erano state nel 2016 solo 3 ordinazioni sacerdotali (nel biennio successivo si era registrata una flebilissima ripresa, ma il numero è poi nuovamente calato: i preti novelli sono stati 5 nel 2019).

A questa tendenza i credenti possono reagire in modi diversi: chiudendosi gli occhi e le orecchie per non vedere né udire ciò che accade, per esempio; oppure, immaginando che prima o poi le cose si aggiusteranno da sé e che, esauritosi questo trend negativo, si potrà tornare a celebrare e predicare come si faceva prima. Ci è parsa invece coraggiosa – sia per il titolo, sia per la volontà di dare voce a esponenti di diverse Chiese – l’iniziativa promossa venerdì scorso a Gandino, nell’Auditorium “Monsignor Maconi”, dal gruppo culturale Lumen e dall’associazione Il Testimone, in collaborazione con altre realtà locali. Ad affrontare il tema Fine del Cristianesimo in Europa?, in dialogo con il professor Antonio Savoldelli di Lumen, sono stati invitati la pastora Anne Zell della Chiesa valdese di Brescia, padre Gheorghe Velescu, responsabile della comunità ortodossa romena di Bergamo, e don Giovanni Gusmini, docente di Teologia nel Seminario di Bergamo e presso la Facoltà teologica di Milano.

Di quanto si è detto in questo dialogo, proponiamo qui di seguito un riassunto in tre o quattro punti.

La pastora Zell ha affermato che il concetto di «scristianizzazione» può essere considerato da diverse prospettive: «I dati statistici sono utili, sono un importante strumento di conoscenza, ma vanno pur sempre interpretati. Che cosa significa, professarsi “cristiani”? Nel 2018 sono stati resi pubblici i risultati di una “Ricerca sociologica su rispondenza e statistiche ecclesiastiche” (RI.SO.R.S.E.), voluta dalle Chiese valdesi e metodiste italiane per valutare lo “stato di salute” delle loro comunità. In questa indagine, non ci si è limitati a registrare i dati sulla partecipazione al culto o sulla frequenza della Scuola domenicale: l’intento era anche quello di valutare aspetti particolari, come la presenza dei giovani nelle comunità, che cosa li attragga ovvero induca altri ad allontanarsi, quanto incida sulla vita ecclesiale la presenza di immigrati e così via. Detto diversamente: che una chiesa locale abbia oggi un numero ridotto di membri, minore che in passato, non dice ancora nulla sulla sua capacità di testimoniare con gioia, in modo credibile la verità del vangelo». A livello di «dichiarazioni di appartenenza», in uno scenario italiano ed europeo, RI.SO.R.S.E. e altre ricerche condotte nel recente passato «documentano una lenta decrescita delle “Chiese storiche” nate dalla Riforma – ha aggiunto Anne Zell -, ma sono fortemente in crescita le Chiese dell’ambito carismatico-pentecostale, comprese le “denominazioni indipendenti” di origine africana, a cui aderiscono moltissimi immigrati. Anche questo elemento ci aiuta a capire che gli aspetti critici – laddove sussistono – non possono essere imputati a fattori esterni: se i giovani non vengono in Chiesa, la colpa non è del “materialismo oggi imperante” o dell’“influsso nefasto” dei nuovi media. Le cause vanno cercate, onestamente e coraggiosamente, all’interno delle stesse comunità cristiane».

Padre Velescu ha incentrato il suo intervento sulla situazione concreta della comunità ortodossa romena a Bergamo: «Notiamo un ritorno alla pratica religiosa da parte di molte persone che nel loro Paese di origine, in Romania, non si recavano in chiesa. Si torna a frequentare, magari, dopo aver preso parte alla grande liturgia di Pasqua, o dopo aver celebrato in chiesa il proprio matrimonio, o quando si chiede il battesimo per un figlio oppure il funerale per un congiunto: poi, per gradi, si ridiventa membri effettivi della comunità cristiana. Capita anche che questo ritorno alla Chiesa avvenga a partire da questioni di ordine materiale: per esempio, quando una persona mi contatta chiedendomi aiuto perché è in cerca di un lavoro». «A Bergamo – ha aggiunto padre Gheorghe Velescu – abbiamo all’incirca 700 iscritti e nel 2019 abbiamo celebrato 64 battesimi, ma in precedenza, su base annua, erano stati anche 140 o 180. La quota è diminuita fisiologicamente, per il semplice fatto che in questo periodo sono nate altre parrocchie ortodosse, nella Bassa bergamasca e nelle province limitrofe».

Don Giovanni Gusmini, da parte sua, ha esordito commentando i risultati di altre indagini statistiche: «Da un punto di vista numerico, a livello globale, il cattolicesimo non è in declino. Recentemente, il sito vaticannews.va ha segnalato che tra il 2010 e il 2017 la popolazione cattolica mondiale è aumentata del 9,8%. I maggiori tassi di crescita si sono registrati – nell’ordine – in Africa, in Asia e in Oceania, mentre il valore minimo di +0,3% è stato riscontrato in Europa. Il Benedict XVI Centre for Religion and Society della St Mary’s University di Twickenham, a Londra, ha dedicato all’atteggiamento dei giovani adulti europei verso la religione uno studio realizzato in vista del Sinodo del 2018, che aveva appunto per tema “i giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Da questa indagine risulta che il numero dei nones, privi di qualsiasi affiliazione religiosa, varia molto da un Paese all’altro: sono il 75% in Svezia, per esempio, ma solo il 17% in Polonia. Peraltro, solo il 26% dei giovani francesi e il 21% di quelli britannici si professa cristiano. Una terza ricerca, questa volta comprensiva di proiezioni per i decenni a venire, è stata condotta in Germania dall’Università di Friburgo, in collaborazione con la Chiesa evangelica (EKD) e con la Conferenza episcopale tedesca: la previsione è che, nei prossimi quarant’anni, le due Chiese perderanno in quel Paese 20 milioni di fedeli, all’incirca 10 milioni ciascuna. Tuttavia, sia il presidente della EKD, il vescovo evangelico Heinrich Bedford-Strohm, sia il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx, hanno invitato a non cedere al pessimismo: i risultati di questa ricerca – hanno detto – dovrebbero aiutare a ripensare le modalità della presenza e della testimonianza dei cristiani nella società contemporanea». «Le linee di tendenza evidenziate da queste indagini – ha commentato don Gusmini – non devono essere fraintese, come se rappresentassero un destino ineluttabile. Da un lato, i dati demoscopici ci aiutano a decostruire alcuni miti, in primo luogo quello per il cristianesimo in Europa sarebbe minacciato da un’“invasione islamica”: dal punto di vista religioso, anche a Bergamo la maggior parte degli immigrati sono di fede ortodossa, cattolica o appartengono comunque ad altre confessioni cristiane. La vera questione, quella che effettivamente dovrebbe pungolare le nostre coscienze, riguarda la qualità e la significatività della testimonianza cristiana portata dagli adulti: quale volto ha il cristianesimo, così come viene tramandato e dunque percepito dalle nuove generazioni? La nostra prima preoccupazione non dovrebbe essere legata al numero dei membri delle nostre comunità: si tratta invece di credere convintamente che il vangelo potrà mantenere tutta la sua efficacia e fecondità anche in futuro».

 

Dal link sottostante, può essere scaricato un documento riassuntivo di RI.SO.R.S.E., la ricerca commissionata dalla Tavola valdese e dal Comitato Permanente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia:

 

https://www.chiesavaldese.org/documents/ri-so-r-s-e2018.pdf

 

Da questo invece, il documento relativo all’indagine Europe’s Young Adults and Religion, pubblicato dalla St Mary’s University di Twickenham, in collaborazione con l’Institut Catholique di Parigi:

 

https://www.stmarys.ac.uk/research/centres/benedict-xvi/docs/2018-mar-europe-young-people-report-eng.pdf

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