La festa di Sant’Antonio abate, protettore dei lavori dei campi e degli animali

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Per secoli è stato invocato come protettore dei lavori dei campi e degli animali e contro le malattie contagiose, fra cui l’herpes zoster, popolarmente noto come «fuoco di Sant’Antonio». Intorno alla sua festa si sono cementate diverse tradizioni, come la vendita di prodotti agricoli e soprattutto delle castagne affumicate note come «biligòcc», oppure far benedire animali e mezzi di trasporto. Un tempo era invocato anche dalle ragazze in cerca di marito e per ritrovare oggetti smarriti. Preceduta da un triduo di preparazione, si rinnova venerdì l’antica festa di Sant’Antonio abate nella chiesa-cappella vescovile dei Santi Marco e Maria in via Locatelli, compresa nella parrocchia di Sant’Alessandro della Croce. Questo il programma: fino a giovedì 16 gennaio, triduo: Messe alle 7,30, 10 (con predicazione), 13 e 17 (con predicazione). Giovedì 17 gennaio alle 20,45 spettacolo teatrale «Verso il deserto», tratto dalla «Cita di Antonio» di Sant’Atanasio (con Maurizio Salvalalio). Venerdì 17 gennaio, festa di Sant’Antonio abate: Messe alle 7,30, 8,30, 10, 13, 17 e 18,30. All’esterno della chiesa, dalle 7 alle 19,30, benedizione di moto, autoveicoli, sale e animali, con distribuzione dell’immaginetta del santo. Inoltre, per tutta la giornata, sul Sentierone saranno allestite le tradizionali bancarelle.

 

UN SANTO EREMITA DEL DESERTO

Sant’Antonio abate nasce verso il 251 a Koma, nell’Alto Egitto, in una famiglia cristiana di agiati proprietari terrieri. Alla morte dei genitori, verso il 271 vende i terreni ereditati e si pone alla scuola di un asceta in un vicini villaggio. Poi, per tredici anni, si ritira in solitudine per meditare. Verso il 286, per vent’anni si rinchiude in una fortezza abbandonata. Poi accoglie alcuni discepoli e va ad Alessandria per confortare i cristiani. Dopo il 312, ritenendo che il continuo afflusso di devoti ostacolino la sua vita ascetica, si ritira sul monte Kolzim nel deserto arabico, da cui periodicamente ridiscende per andare sulle sponde del Nilo a risanare gli infermi e istruire nella fede chi si recava da lui. Muore il 17 gennaio 356, alla veneranda età di 105 anni. Prima della morte ordina a due discepoli di seppellirlo in un luogo nascosto per evitare un culto alle sue reliquie. I suoi resti sono però scoperti due secoli dopo, quindi trasportati ad Alessandria, poi a Costantinopoli e dall’XI secolo in Francia, da cui si irradiò il suo culto in Oriente e Occidente.

L’iconografia ritrae Sant’Antonio in diversi modi: in vesti episcopali, oppure come eremita del deserto, oppure nell’atto di meditare le Sacre Scritture. Il santo viene raffigurato anche con una fiamma nella mano, simbolo di sapienza, oppure con accanto un cinghiale o un maiale, che anticamente alludevano al demonio. L’iconografia popolare ritrae il santo con la veste di eremita, circondato dagli animali da cortile.

Il suo culto a Bergamo fu introdotto nel XIV secolo dai frati Antoniani che officiavano la chiesa, che era inglobata nell’ospedale cittadino di San Marco, demolito nel 1938.

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