La solitaria, grandiosa vicenda intellettuale di Emanuele Severino

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E’ morto, lo scorso 17 gennaio, il filosofo Emanuele Severino.
Se ne è avuta la notizia solo il 21 gennaio, a funerali avvenuti.
Il nostro collaboratore Giovanni Cominelli è stato suo allievo.

1963: un fascinoso professore di 34 anni

“La struttura originaria è l’essenza del fondamento. In questo senso è la struttura anapodittica del sapere – il proteron pros emas, arké tes gnoseos – e cioè lo strutturarsi della principialità, o dell’immediatezza”. Così incominciavano 415 pagine in carta grezza, intitolate “La struttura originaria”, 1957, autore Emanuele Severino. Come si vede, poco invitanti. Le aveva scritte a 28 anni. A noi che scendevamo dalle valli e salivamo dalle pianure, Severino parlava alle 8.30 in quell’aula con i banchi a digradare dell’Università Cattolica. Parlava non a nome proprio, ma a nome del Veritativo, un mix di verità e illuminazione del mondo, una forma abbagliante di verità; parlava dal punto di vista e dall’altezza “cui il Veritativo è fino ad ora pervenuto”, cioè lui stesso.

Insomma si presentava a noi giovani ventenni con il piglio hegeliano dell’autocoscienza vivente del mondo. Non era molto più vecchio di noi, aveva solo 34 anni. La sua voce leggermente nasale, con un’inflessione bresciana, gli occhi semichiusi, dietro gli occhiali da miope, faceva fluire dall’alto il suddetto Veritativo verso di noi, rigorosa nella concatenazione logica dei concetti, sapiente nelle pause, neppure una sbavatura. Sapienti scribi trasformavano quel flusso del Logos in dispense, da vendere a caro prezzo. Armando Verdiglione, in attesa del Secondo Rinascimento degli anni ’80 e della cifrematica – ancora oggi non è ben chiaro in cosa consistesse – correva di corridoio in corridoio con le sue dispense. Non solo di Severino, si intende, anche di Gustavo Bontadini, il Maestro dei maestri, e di Sofia Vanni Rovighi.

Il grandioso dibattito tra Severino e  Bontadini

Perché Emanuele Severino ci appariva quale Mosé, che dal Monte Nebo indica la terra promessa?

Il tutto era incominciato dalla domanda ontologica fondamentale: “perché l’essere piuttosto che il niente”?  A seconda di come si rispondesse a questa domanda, seguivano conseguenze non solo sul piano della metafisica, ma anche su quello del ruolo dell’Università cattolica, dei cattolici in politica, della DC. Conseguenze che si dipaneranno piuttosto rapidamente, dal 1967 in avanti. Nella visione filosofica di Severino, che aveva come programma fondamentale quello di “ritornare a Parmenide”, l’Essere é. Punto a capo. E’ come dire che il divenire non esiste. Infatti, in tanto ci sarebbe il divenire in quanto si potesse passare dall’essere al non essere o dal non essere all’essere. Ma sottoporre l’essere al divenire è come dire che l’Essere e il nulla coincidono. Il Niente nientifica, aveva proclamato Heidegger.  Far apparire il Nulla dentro l’orizzonte dell’Essere è una contraddizione radicale. Solo Emil Cioran ha avuto l’impudenza di affermare che l’Essere è solo il frutto di una momentanea distrazione del Nulla.

La visione neo-classica, rappresentata da Gustavo Bontadini, squadernava un’altra ontologia: esiste l’Essere – una trasfigurazione filosofica del Creatore – e poi, sotto-ordinati, gli Enti finiti, cioè esseri che divengono, che vengono all’essere e poi approdano al nulla, incessantemente; sono creati e poi dispersi. A partire dalla presa d’atto di questo divenire, la filosofia neo-scolastica, sulle orme di San Tommaso, costruiva l’itinerarium mentis in Deum lungo cinque vie – del cosmo, della causa, della possibilità/necessità, dei gradi, del governo intelligente delle cose – oggi diremmo del “disegno intelligente”. In questo quadro la ragione e la fede si incontravano felicemente. La ragione ti portava sulla soglia della Rivelazione. Toccava poi a questa dirti il volto di Dio, portarti al Dio di Abramo e di Giacobbe fino al Cristo storico. Filosofia classica e Cristianesimo si davano la mano. “Fides quaerens intellectum”, aveva detto Sant’Anselmo d’Aosta, per rispondere all’”Intellectus quaerens fidem”.

Severino, invece, scioglieva la gerarchia tra l’Ente supremo e gli enti finiti  in una sorta di plasma ontologico originario, l’Essere parmenideo, un fuoco assoluto. Di fronte al fondamentalismo ontologico del “Ritornare a Parmenide” – che era anche il titolo dell’articolo di Severino sulla Rivista di filosofia neo-scolastica, il Maestro Bontadini rispose con un altro articolo “Sozein ta phainomena”, cioé salvare i fenomeni, gli enti che si vedono e si toccano, cioè la dimensione della finitudine e, pertanto, l’Ente creatore.

Le conseguenze eversive del discorso di Severino

Le conseguenze del discorso di Severino erano eversive. L’Essere occupava da solo l’orizzonte, la ragione era l’unica autorizzata a parlarne, il Dio creatore di san Tommaso restava disoccupato: l’essere non si può creare, perché allora vuol dire passare dal nulla all’essere. Ma con ciò si identifica l’Essere con il Nulla: questo è, secondo Severino, nichilismo e volontà di potenza. Se la ragione copre l’intero spazio del dicibile ontologico, la fede lo perde, ha valore epistemico pari a zero, qualsiasi fede, in Cristo, in Allah, nel denaro… D’altronde, non c’è bisogno di nessun Salvatore. L’Essere, gli esseri, i gesti, tutto è eterno, è per sempre, è già salvo da sempre. Dunque, saltava l’intera impalcatura concettuale che da San Tommaso a Bontadini, passando per Maritain, pensa e giustifica il rapporto natura-soprannatura, ragione-fede, cultura-fede, politica-fede. Di colpo, perdeva senso la Chiesa, ancor meno ne conservava l’Università cattolica, sorta sul progetto di una conciliazione di queste coppie di concetti. La Dc, che era sorta su “Umanesimo integrale” di J. Maritain, in quegli anni invitato da papa Montini come esperto al Concilio vaticano II perdeva legittimazione.

Perché la risposta di Severino affascinò molti giovani? Proprio per il suo fondamentalismo ontologico, per l’uso di categorie che oltrepassavano le dispute del momento tra laici e cattolici, tra teismo e ateismo, per l’uso di un linguaggio iniziatico, assai simile a quello che fluiva da “Essere e tempo” di Heidegger. La conciliazione tra ragione e fede, fede e politica appariva a molti come la copertura ideologica dell’assetto di potere esistente nella Chiesa e nella politica. Il Concilio Vaticano II aggiungerà benzina al rogo metaforico delle antiche categorie tomiste. D’altronde, anche nel campo della riflessione teologica francese e tedesca si veniva abbandonando la neo-scolastica di Lovanio per studi di teologia biblica di Danielou e di De Lubac e di dogmatica – è il caso tedesco – che utilizzavano categorie heideggeriane, da K. Rahner a J. Ratzinger…

La reazione della Chiesa

Che cosa fosse, poi, l’Essere di Severino non è mai stato chiaro. Alla fine, tutto il suo lungo percorso filosofico si è identificato in una sorta di ontologia negativa, sulla scia della teologia apofatica: dell’Essere si può dire ciò che non è, non ciò che é. Ha criticato ogni manifestazione e intellettuale e pratica che a lui sembrasse una riduzione dell’essere al nulla quale avviene per esempio nella tecnica. Ha incessantemente accusato l’Occidente di aver tradito il pensiero originario dell’Essere, accusando lo stesso Heidegger di essere incorso in tale peccato mortale con la sua teoria dell’essere-per-la-morte.

In ogni caso, la Chiesa aveva capito perfettamente e in fretta la posta in gioco. Il Santo Uffizio lo chiamò a discutere e lo fece espellere dall’Università cattolica.

I suoi discepoli si sono dispersi su molti fronti, senza “fare scuola”, sviluppando più il discorso etico che quello ontologico. La filosofia nelle mani di alcuni di loro è divenuta un solacium stoico-epicureo per attraversare l’insensatezza della vita.

Anche chi ha preso altre strade e non lo ha seguito nella sua solitaria scalata verso l’Olimpo di Parmenide di Elea ha imparato da Severino la ricerca sul senso del vivere e del morire, il rigore logico, la tensione al disvelamento della realtà per come essa é.

Conservo di lui, oltre alla “Struttura originaria” e altri suoi libri, uno scambio di mail, più umilmente ontico che ontologico, in cui dove Severino ricorda con nostalgia gli anni intensi della Cattolica, gli anni della sua e nostra giovinezza lontana… Forse anche lui sentiva la finitudine più di quanto lo permettesse la sua ontologia della Gioia e della Gloria dell’Eterno.

 

 

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