L’uomo cerca Dio. Dio cerca l’uomo. Attorno a un antico dibattito

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Il mio parroco, nell’omelia di domenica scorsa, ha affermato che la bibbia, e soprattutto il Vecchio Testamento, più che parlare dell’uomo che cerca Dio, parla di Dio che cerca l’uomo. Intanto: pensi che sia vera questa affermazione? E, se è vera, che cosa ti suggerisce in rapporto alle nostre idee correnti su Dio? Lucio.

Non la ritengo del tutto esatta la sottolineatura del tuo parroco caro Lucio! La ricerca dell’uomo da parte di Dio, infatti, giunge al suo compimento solo nel Nuovo Testamento. Ciò che era stato annunciato dai profeti e prefigurato attraverso simbologie, eventi e perfino dolorose prove, nell’Antico Testamento, in Gesù diviene concreto, giungendo al suo apice e al suo compimento.

Dio parla all’uomo

Nel libro del profeta Ezechiele, Dio aveva dichiarato apertamente: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia» (Ez. 34,11.16). La lettera agli Ebrei proclama: «Molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb  1,1-2). E l’evangelo di Giovanni riprende la medesima immagine del pastore :«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore».

La rivelazione di Gesù da parte del Padre è la massima espressione del suo desiderio di incontrare l’uomo, cercandolo sino negli abissi più profondi del peccato e della morte.

L’uomo cerca Dio. Le ambiguità della ricerca

Quanto abbiamo detto, tuttavia, potrebbe apparire in antitesi con le odierne forme di ricerca di Dio da parte dell’uomo poiché queste ultime evidenziano eccessivamente lo sforzo che la creatura compie per andare a Lui. Inoltre le vie percorse e gli obbiettivi prefissi da queste religiosità non sono sempre in linea con il Vangelo. Spesso, infatti, bramiamo un dio che non è quello di Gesù Cristo, ma solo la proiezione dei nostri desideri e del nostro volto. A seconda delle diverse correnti pseudo-spirituali, a volte il volto di Dio assume tratti diversi: una riproduzione di quello dell’uomo stesso, del giudice inflessibile, o ancora del giustiziere, viceversa del nonno bonaccione e… chi più ne ha ne metta.

Le numerose sette che fioriscono ovunque esprimono, da un lato, la grande fame di assoluto che pervade il cuore umano, dall’altra mettono in luce gli inganni in cui si può cadere, con il grave rischio di provocare grandissimi, talora irreparabili, danni nella vita delle persone.

Dio ha messo nel cuore dell’uomo la nostalgia di lui

La fame e la sete di assoluto che abitano dentro di noi sono indicativi! Esse, infatti, sono suscitate da Dio stesso che muove il cuore dei suoi figli ad una profonda nostalgia di lui. Il desiderio spirituale, infatti, è insito nell’uomo: il Signore stesso lo ha immesso, sin dall’eternità. Lo diceva bene il grande Agostino di Ippona: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». L’anelito a Dio, allora, non è frutto del nostro sforzo, ma un dono del Signore che vuole incontrarci e intessere con noi una relazione intima e reale. Molte volte non sappiamo nemmeno noi dare un nome ai moti che abitano nei nostri cuori. Anche san Paolo all’aeropago aveva colto negli ateniesi un desiderio profondo e autentico di Dio, difficilmente riconosciuto. Forse è urgente che anche noi tentiamo di dare un nome a quel “Dio ignoto” che vive dentro di noi e chiede attenzione e accoglienza. Che anche per noi ci sia un apostolo “Paolo” che può illuminare le nostre tenebre: «Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).

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