Muore Kobe Bryant, marito e padre

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Foto: Kobe Bryant con la moglie Vanessa

Kobe Bryant è morto. Lo sappiamo tutti, perché la notizia, grazie alla pervasività dei social networks, ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo, dopo essere stata lanciata da una agenzia americana che aveva saputo per prima della tragedia. Per gli appassionati di basket è stato un colpo terribile. Ma non solo per loro. Io non sono appassionato di basket, anche se per fama conoscevo qualcosa di Bryant, ad esempio il fatto che avesse abitato in Italia e parlasse la nostra lingua in modo eccellente. Avevo visto qualche video. Forse il fatto di sentirlo parlare in italiano lo ha avvicinato molto a noi, sebbene fosse americano, avesse giocato per lo più negli Stati Uniti e vivesse là. Kobe era noto qui da noi anche per la sua passione per il Milan, squadra di calcio di cui era tifoso e che martedì sera, in occasione della partita di Coppa Italia contro il Torino, ha giocato con il lutto al braccio (vergognosamente la Lega Calcio non ha concesso il minuto di silenzio: certo, quando la burocrazia e i cavilli superano il buon senso, c’è da interrogarsi seriamente…).

Chi è morto?

In queste ore, mi sono posto ripetutamente una domanda: “Chi è morto?”. Una leggenda del basket? Vero. Uno degli sportivi più pagati al mondo? Vero. Un uomo che ha insegnato che si possono raggiungere i massimi vertici di uno sport non solo con il talento, ma anche con la fatica dell’impegno quotidiano? Verissimo anche questo. Ma io, più passano le ore più mi convinco che è morto Kobe Bryant, marito di Vanessa, padre di Natalia Diamante, 17 anni, Bianka Bella, 3 anni, Capri Kobe, di soli 7 mesi, e di Gianna Maria-Onore, 13 anni, morta con il papà e altre 7 persone nel terribile schianto dell’elicottero che li stava portando all’accademia di basket fondata da Kobe.

Se penso alla moglie e alle figlie, mi domando perché ora stiano piangendo. Non certo perché è morto il campione, la star, l’uomo conosciuto in tutto il mondo. Piangono perché è morto tragicamente il giovane marito e il loro papà. Potrebbero sembrare scontate queste osservazioni, ma non lo sono. Basta leggere qualche social network per accorgersi di quanto questo aspetto non venga quasi mai approfondito. Anzi, non manca chi non ha perso occasione per mostrare il nulla che ha nella mente e nel cuore, soffermandosi sul conto corrente di Kobe e sui suoi beni, per cercare di calcolare quanto possedeva e ora passa alla famiglia per via ereditaria,  per giungere infine ad affermare che moglie e figli non avranno problemi nel fare una bella vita.

Kobe era padre ed era anche credente

Non ho voluto scatenare inutili guerre social, ma avrei voluto scrivere a questo leone da tastiera: “Scusi, ma per lei suo padre coincide semplicemente con chi le lascia l’eredita e le garantisce che lei potrà vivere bene anche dopo che lui non ci sarà più?”. Bene, per me, come per molti grazie a Dio, non è così. Il papà è colui che insieme alla mamma ci ha voluto al mondo, è colui che nella famiglia ha il ruolo fondamentale di tramandare valori, insegnamenti e regole. Si pensi anche solo al fatto che Kobe Bryant, prima di salire sull’elicottero per il suo ultimo viaggio, era stato a Messa con la figlia. Non solo non si era mai vergognato della sua fede cattolica, ma l’aveva sempre vissuta con intensità: a Messa non mandava le figlie, ma ci andava con loro: è quella testimonianza di base che, spesso inascoltata, chiediamo anche noi alle nostre famiglie.

Che cosa dà un padre ai propri figli

Il padre, poi, è colui che nell’educazione dei figli ha un ruolo fondamentale: lo dice bene Massimo Recalcati nel suo testo che avevo letto pochi mesi dopo l’ordinazione e che ho ripreso di recente per un incontro che ho proposto ai genitori:  il testo, del 2011, si intitola Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna. Non sposo “in toto” il pensiero di Recalcati, ma le sue letture sono interessanti e in gran parte condivisibili. Il padre è decisivo perché sa unire l’interdizione alla donazione, perché insieme all’interdizione (i famosi “no!” che spesso oggi non si sanno più dire) mette in gioco il dono, la promessa e la fede, necessari a quella trasmissione del desiderio senza la quale il figlio non diventerà uomo. Ecco perché un padre assente da un punto di vista educativo crea un danno enorme sui figli. Ecco perché quando un padre muore si vive un dramma, perché insieme all’amore, base di tutto, viene meno anche quella funzione paterna fondamentale per la crescita dei figli.

Certo, la famiglia Bryant non avrà problemi a mantenersi economicamente, a differenza di tante famiglie dove se muore il papà si aggiunge anche il grave problema del mantenimento di moglie e figli; tuttavia, lo strazio per la morte di un marito e un padre è ineliminabile e il patrimonio, dinanzi al dolore, non può nulla.

E allora prego. Prego per Kobe, marito e papà. Prego per Gianna che è in Paradiso con lui. Possano guardare dal cielo e, con il sorriso e l’abbraccio di chi conosce la bellezza di una vittoria meritata, essere sempre vicini a chi resta e deve giocare la partita più difficile.

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