Uomini e donne consacrati: la sfida di essere ovunque come Gesù

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Il 2 febbraio si celebra la giornata mondiale di preghiera per la Vita consacrata. È un’occasione per tutto il popolo di Dio, per ringraziare il Signore per la presenza di tali persone nella Chiesa? Si ritiene un dono l’esserci di chi spende la propria vita gratuitamente, seguendo il Risorto sulle strade vicine e lontane del mondo, negli ospedali, nelle scuole, nelle periferie della storia, nelle parrocchie, tra i diseredati, tra coloro che non contano, nei monasteri e negli eremi, per raccontare con il silenzio e con la lode a Dio la prossimità del Signore che ama di amore eterno l’umanità?

Nel tempo tale giornata non sempre ha custodito il motivo per cui è stata fissata e non è raro constatare che, a volte, è stata trasformata in un semplice rituale che non rimanda più a nulla. Ci troviamo, talvolta, di fronte ad un appuntamento celebrato con i soli consacrati e qualche sacerdote che continua a credere alla Vita Consacrata. Gli uomini e le donne che frequentano la Chiesa non sono di solito consapevoli o formati a ritenere i consacrati facenti parte, a pieno titolo, delle comunità ecclesiali. Anche i consacrati, a volte, si chiudono nel loro mondo e non sempre dimostrano di far parte del popolo di Dio.

Se le donne consacrate talvolta sono identificate con i servizi da rendere e rischiano di essere ignorate come persone e non portatrici di doni specifici, è perché non sempre dimostrano la bellezza del loro esserci in quanto persone uniche e irrepetibili. È urgente, perciò, investire nella formazione delle consacrate in quanto donne, per divenire sempre più consapevoli della propria identità non eterea, dimostrando con determinazione e senza rivendicazione la specificità del proprio esserci. Quando le consacrate hanno una chiara identità di se stesse, in quanto persone in relazione, non subiscono soprusi e con il comportamento obbligano chi ha il potere, a rimanere al proprio posto.

Accanto alla formazione delle donne consacrate è necessaria una formazione umana integrale, non solo intellettiva, degli uomini consacrati. Quando si coltivano solo le facoltà cerebrali, si atrofizza la capacità relazionale, prerogativa che consente di accogliere l’altro senza confusione, sempre nel rispetto, nell’ascolto, nella sorpresa. Le competenze, se non sono ben definite, vengono identificate come strumento di potere che non permette di stabilire relazioni alla pari, pur nel rispetto della diversità dei ruoli.

L’affermazione di Papa Francesco vale per ogni tipo di relazione: «L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune» (Amoris laetitia 139).

Si può ridurre allora la ricorrenza ad una sola celebrazione della S. Messa o è necessaria una sensibilizzazione previa che promuova, in modo capillare, negli ambiti ecclesiali una diversa visione della vita di comunità che faccia scoprire la bellezza di ogni unicità vissuta sinergicamente con tutti gli stati di vita?

Una vita consacrata che sembra non aver più senso e non essere più segno, rischia di non testimoniare la freschezza di un’esistenza evangelica che faccia vedere Cristo nella storia di ogni giorno.

È urgente che noi consacrati qualifichiamo la nostra vita secondo lo Spirito, per non cercare mille motivi nei meandri del quotidiano che giustifichino la nostra insignificanza o inquietudine.

Quando anche ci ostiniamo a presentare i nostri Fondatori senza testimoniare il Signore, allora veniamo meno alla missione affidataci dallo Spirito: far vedere, attraverso una vita evangelica incarnata, i pensieri, i sentimenti e le azioni di Cristo, come hanno fatto i nostri Santi che ci hanno preceduto.

Annunciamo davvero con la vita che “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41)?

Rompere gli steccati che ci ghettizzano, ci permette di scoprirci parte vivente dell’umanità, di sentirci appartenente al popolo di Dio, al di là dell’essere riconosciuti e valorizzati nei diversi ambienti. La profezia passa allora attraverso la nostra vita donata senza calcolo in ogni situazione, lasciando trasparire nel quotidiano nei tratti umani ed evangelici, personali e fraterni, la bellezza dell’esistenza ricevuta gratis dal Signore.

Liberandoci di tutto, per vivere solo per Cristo, veniamo in contatto con la radice dell’umanità che ci consente di aprire gli occhi per vedere gli uomini e le donne, soprattutto scartati o disprezzati, che attendono in ogni momento presenze umane che, anche nel silenzio o nell’impotenza, scelgono di “stare”, di “rimanere” sempre accanto.

Il senso e la missione della propria vita in Cristo, la chiara identità di sé, la coscienza dell’appartenenza, la capacità relazionale permettono, al di là dei consensi, di essere significativi e capaci di accogliere ogni altro così com’è.

Essere per …, essere con …, esserci… come Gesù, è ciò che ogni consacrato è chiamato a vivere. Tenendo sempre fermo il punto di partenza (S. Chiara), siamo nella Chiesa per testimoniare, tra i fratelli e le sorelle, la gioia per aver incontrato il Signore, facendo toccare la prossimità di Dio a tutti coloro che attendono una parola di speranza attraverso la solidarietà e la condivisione.

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