Consigli (in)desiderati

Il tormento di quei di  terza media: a quale scuola superiore iscriversi

Mancano pochi giorni. La data è fissata. Con la fine del mese di gennaio gli alunni delle classi terze delle scuole secondarie di primo grado dovranno essere iscritti a una scuola secondaria di secondo grado, una scuola superiore. Questo tempo, che non per tutti ha condotto a una scelta convinta (diversi alunni mi rimandano di aver scelto più per esclusione che non perché affascinati da una proposta formativa specifica, così come qualcuno ha affermato che si iscriverà ad un istituto prima della scadenza del tempo fissato dalla legge, per poi riservarsi di iscriversi altrove nei prossimi mesi, magari a scuola ed esami conclusi), questo tempo è stato caratterizzato da diversi passaggi.

Ci sono stati interventi di psicologi e formatori nelle classi, che con batterie di test hanno approfondito le attitudini personali e gli interessi degli alunni, ci sono stati gli “open day” dei diversi istituti superiori, utili non tanto per conoscere una struttura (che pure, mi sembra, pesa abbastanza sulla scelta…), ma soprattutto l’offerta formativa, le materie, le ore dedicate alle diverse discipline e le ore richieste per lo studio personale a casa, i laboratori pratici, alternanza scuola/lavoro ecc.

Il parere degli insegnanti e le reazioni indignate dei genitori

Da parte nostra, come insegnanti che hanno accompagnato un tratto significativo del percorso dei ragazzi, anche noi esprimiamo il nostro parere. E non raramente il nostro parere si discosta, anche di molto, da quanto gli alunni vorrebbero scegliere, così come le loro famiglie. Su questo vorrei soffermarmi per qualche riflessione. Sì, perché qui si aprono scenari diversi, sui quali è bene formulare qualche pensiero, a livello educativo. In questi 10 anni di insegnamento, ho visto proprio di tutto, quando i colleghi comunicano alle famiglie i consigli orientativi. Ci sono genitori che ringraziano per i consigli, altri che si irrigidiscono, altri ancora che reagiscono male. Non costituisce novità che, tornato a casa scuro in volto, qualche genitore abbia inviato mail infuocate a coordinatori o docenti, sostenendo che gli insegnanti hanno umiliato i figli, che i docenti sono incompetenti, o che hanno distrutto i sogni dei figli, li hanno mandati in crisi… e altre espressioni che è bene non riporti.

Il bene dei ragazzi, non quello dei genitori

Ora, fermiamoci un istante a riflettere, a partire da una domanda: perché mai un docente dovrebbe volere il male per i suoi alunni? Guardo a me: non sarei forse felice di poter dire a tutti gli alunni: “sei bravissimo, hai grandi capacità e puoi iscriverti alla scuola che vuoi… puoi fare indifferentemente il liceo classico, linguistico o scientifico!”? Certo che ne sarei felice, ma non farei il bene dei miei ragazzi! Perché ciascuno ha le capacità che ha, le sue predisposizioni  come le sue incapacità! Se un alunno fatica in matematica e raggiungere la sufficienza è per lui impresa ardua, non potremo consigliargli un liceo scientifico, solo perché lui vuole frequentarlo! A che scopo farlo? Per farlo soccombere dopo tre mesi? Da parte nostra, cerchiamo di consigliare quanto rispecchia le caratteristiche del ragazzo, che molti di noi hanno conosciuto a fondo, per via delle tante ore di lezione, interazione, verifica, attività vissute con lui. Perché non accettare questo?

Quelli che alla fine pagano sono i ragazzi

Mi fa male, sono sincero, vedere tutti gli anni alcune scene, soprattutto tra i ragazzi di prima superiore: ragazzi che si iscrivono comunque a una scuola loro sconsigliata che, di fronte all’insuccesso, perdono lo stimolo a studiare. Persone che necessitano di psicologo perché finiscono per sentirsi inferiori agli altri e incapaci di far tutto.

Così come avviene di frequente che ci siano ragazzi che, pur indirizzati su altre scuole, hanno scelto un liceo, tra mille difficoltà hanno superato il biennio, poi, puntuale come un orologio svizzero, l’arrivo nel triennio, con il forte innalzamento del livello che lo accompagna, è giunto il tracollo dell’alunno, non più in grado di raggiungere nemmeno gli obbiettivi minimi. Ma perché giungere a questo? Perché non fidarsi dei docenti che cercano il bene dei ragazzi?

La mia impressione è che, a volte, ci siano nei confronti dei ragazzi attese eccessive, unitamente a un concetto di “bene” discutibile. L’unico bene per un ragazzo deriva dal frequentare un liceo e poi dal diventare medico, ingegnere o avvocato? E se diventasse un buon meccanico, un buon artigiano del legno, o una ragazza diventasse una brava parrucchiera? Dov’è il problema?

Forse abbiamo bisogno di maturare un po’ noi adulti, per comprendere che il meglio risiede là dove i nostri ragazzi possono diventare uomini e donne autentici, ricchi di valori e di umanità, capaci di portare il bene nel mondo e nelle loro famiglie. Che poi diventino anche “dottori”, non è questione così fondamentale.