“Don, cosa mi dici dell’aborto?”

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“Don, cosa mi dici dell’aborto? Hai mai seguito persone che hanno abortito?”.

Quando una giovane ti pone questa domanda, quasi a bruciapelo, mentre con un occhio stai cercando di collocare in agenda i prossimi impegni: scuola, formazioni genitori, riunioni di neonate equipe educative, i CRE da preparare ecc. e con l’altro occhio leggi il cammino di Quaresima per poi provare a ipotizzare le proposte da fare ai ragazzi, devi fermarti.

La questione mi sta a cuore

Incrocio uno sguardo serio. Non posso giocarmela con una presa di tempo, del tipo “scusa ora non riesco, ne parliamo un’altra volta”. Chiudo l’agenda e mi concentro sulla questione. È, questa, una delle questioni che mi stanno più a cuore.

Ho letto di recente i dati della relazione che il Ministero della Sanità ha comunicato al parlamento il 18 gennaio 2019, inerenti l’anno 2017: 80733 IVG (interruzioni volontarie di gravidanza). Fenomeno dunque in diminuzione (-4,9% rispetto ai dati del 2016 e -65,6% rispetto all’anno 1982, nel quale si è osservato il più alto numero di IVG in Italia: ben 234801). Tuttavia, sono più di 80000 bambini non nati!

La scomunica da parte della Chiesa

Ora, la persona che mi sta ponendo la questione vuole una parola in riferimento a quanto ha sentito e che la spaventa: la questione della “scomunica”. In effetti, il canone 1398 del Codice di Diritto Canonico  prevede la scomunica latae sententiae (che scatta in maniera automatica e costituisce, nella Chiesa, la pena più grave) per “chi procura l’aborto ottenendone l’effetto”.

Inizio a tranquillizzare la mia giovane interlocutrice, ricordandole che, seppur questa norma sia ancora valida, non va dimenticato che il Codice stesso (can. 1357) concede la remissione della scomunica da parte del sacerdote “in foro interno sacramentale”: in termini semplici, se una donna che ha abortito si rivolge al confessore e dimostra di aver compreso la gravità di quanto ha commesso e manifesta pentimento e fermo proposito di non cadere più nella stessa colpa, il sacerdote può rimetterle la scomunica e permetterle di riaccostarsi ai sacramenti.

Dal 20 novembre 2016, poi, papa Francesco, modificando la precedente normativa in materia, con la Lettera Apostolica Misericordia et Misera, ha concesso a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato il peccato di aborto.

La lacerazione di chi non riesce a perdonare se stessa

Ora, qualche riflessione personale. Non parto dalla normativa canonica, né dalla Teologia, ma dalle persone che ho seguito: ragazze giovani che hanno abortito. Chi è venuta da me è giunta con una percezione di lacerazione interiore indescrivibile. L’assoluzione ricevuta da un sacerdote non le aveva aiutate a riprendere in mano la loro esistenza: erano consapevoli di essere state perdonate da Dio, ma incapaci di perdonare se stesse.

È servito tempo per riuscire a fare qualche passo in avanti, su questo, insieme a un aiuto offerto da persone con competenze che io non ho, ma alle quali ho chiesto una mano per rileggere quanto pian piano  emergeva e le reazioni che l’analisi del passato di queste giovani scatenava.

Ho imparato molto

Ho imparato molto da quanto ho vissuto accompagnando queste giovani donne. In primis, ho preso coscienza del fatto che le donne non possono rimanere sole ad affrontare queste situazioni: la vicinanza è necessaria. H

o imparato ad amare di più, perché quando si incontrano esperienze di forte sofferenza, che addirittura conducono chi le esperisce a pensare, in qualche momento, che sarebbe meglio la sua vita finisse lì, perchè non vede più un minimo di luce all’orizzonte della sua esistenza, si vive un contatto con l’umano tale da far rileggere completamente anche la propria fede. In quei momenti, ho capito un po’di più cosa sia l’umanità ferita e quanto sia difficile farsi prossimi a queste persone; tuttavia, la vita secondo il Vangelo si gioca lì.

Inoltre, ho vissuto sulla mia pelle la difficoltà del dibattito teorico sotteso a queste questioni umane. Studiavamo in teologia morale che l’accoglienza del figlio è accoglienza dell’alterità che, nella sue indeducibilità, ci interpella ad accoglierlo. Il comandamento del “non abortire” tutela proprio questo, ossia quel senso inscritto nella relazione filiale, che è in primis esperienza di accettazione incondizionata.

La fatica di fronte alla complessità delle situazioni. La norma non basta

Certo, proprio l’esperienza ci chiede di tener presente la complessità e, talvolta, l’oscurità di alcune situazioni: si pensi, ad esempio, alla violenza sessuale, al timore di gravi malformazioni del feto, unitamente all’ansia che deriva da questo, al pericolo per la salute della madre ecc.

È certamente vero che ci sono state donne che sono morte per far nascere il figlio atteso, e questo è ammirevole, ma ciò non implica necessariamente che debba esserci per forza una disponibilità a morire da parte della madre. Essendo la responsabilità della madre e del padre sempre in gioco, non si può giudicare tutte le situazioni allo stesso modo. Non si tratta, infatti, di riferirsi a una norma e applicarla, secondo un procedimento deduttivo, ma di discernere a partire dalla situazione concreta. È impensabile che non si tenga conto, nella valutazione morale dei casi di aborto, delle condizioni concrete, delle ansie, delle paure, dell’angoscia nelle quali la scelta è maturata.

Questo non significa giustificare aprioristicamente l’aborto, ma prestare attenzione al vissuto personale della coscienza, che richiede di non dare alcuna valutazione a prescindere dall’esperienza effettiva della libertà.

Da parte nostra, credo sia necessaria tanta preghiera, perché il Signore faccia sentire la sua benedizione a quelle donne che, passate dall’esperienza dell’aborto del proprio bambino, vogliono tornare a vivere e a dare la vita.

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