Ol marengù, il barba e i furchetì: le maschere in corteo a Valtorta

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«Era un sabato di febbraio, avrò avuto circa trent’anni. Io e mio padre fummo sorpresi nel non udire il suono dei campanacci o, anche solo, il classico vociare gioioso dei ragazzi, quello che annunciava la festa. Pensammo di aver sbagliato giorno, oppure che fosse morto qualcuno!». A parlare è Giorgio Della Vite, 68 anni, architetto, presidente della sezione bergamasca dell’Ucai e coordinatore dell’Ecomuseo di Valtorta, che, verso la metà degli anni Ottanta, quasi inconsciamente, contribuì, con il padre Rinaldo, a salvare il carnevale di Valtorta, preservandolo dall’oblio. «Io e mio papà condividevamo la passione per la fotografia e le tradizioni popolari – racconta Della Vite –. Insieme, a partire dalla metà degli anni Settanta, avevamo documentato la peculiarità del carnevale di Valtorta, comune che conoscevamo bene perché mio padre era impiegato all’Inam (Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie): qui aveva conosciuto e stretto amicizia con Piero Busi, storico sindaco del paese, anche lui, allora, dipendente. Rimanemmo veramente basiti, quando, in quel fine settimana, due bambini, incontrati per caso, ci spiegarono che i giovani erano tutti impegnati a lavorare, perché, proprio in quel periodo, erano stati messi in funzione gli impianti sciistici, quelli del comprensorio di Ceresola, che metteva in comunicazione la Valsassina e i Piani di Bobbio. Il carnevale, quindi, senza i giovani del paese, non poteva essere inscenato». Ma è a quel punto che, improvvisamente, la vicenda assume una piega diversa. «I bambini, probabilmente, ci videro molto rammaricati ed ebbero compassione di noi – spiega Della Vite –. Ci dissero che, se ci avesse fatto piacere, avrebbero pensato loro a celebrare il carnevale». I bimbi, dopo aver notato l’entusiasmo negli occhi dei due Della Vite, corrono a casa dalle madri che, compiacenti, estraggono dalle vecchie cassapanche le maschere tradizionali, quelle che, da anni, avevano catturato l’interesse artistico e antropologico di Giorgio e di suo padre, e, come per magia, il carnevale di Valtorta è salvo. «Facemmo pubblicare qualche foto su “Orobie”, catturando l’attenzione del sindaco e della comunità di Valtorta – afferma Della Vite, il cui padre fu insignito, dalla Federazione italiana associazioni fotografiche, del titolo di «maestro della fotografia» –. L’interesse non ci impiegò molto a diventare orgoglio e, da quel giorno, il paese decise che neanche il lavoro agli impianti poteva fermare una tradizione così arcaica, che si perdeva nei secoli e che, quindi, non poteva morire». Una tradizione che appartiene alla ritualità classica dei carnevali dell’arco alpino. «A mio parere – illustra Della Vite –, quello di Valtorta è uno dei carnevali più rappresentativi della Lombardia, ancor più, forse, di manifestazioni più note, come quella di Bagolino o di Schignano. Di rito ambrosiano, questa festa, che, quest’anno, cadrà il 29 di febbraio, mette in scena un corteo itinerante che, con le sue maschere, si ricollega alle grandi tradizioni italiche (come il Friuli o il Molise), ma anche europee (come la Provenza o l’area balcanica): si pensi alla schiera dei “belli” e dei “brutti”: i primi portano dei cappelli molto alti, comici, decorati da nastri di seta. Non indossano una vera e propria maschera, bensì un velo che nasconde le sembianze del volto. Si vestono con un tipico gilet e ballano alla presenza del “bandì”, una piccola banda che anima il carnevale con strumenti, melodie e canti della tradizione popolare di montagna». Più caratteristica, però, è la schiera dei «brutti»: «Rappresentano gli antichi mestieri della montagna – spiega Della Vite –, come “ol magnà” (lo stagnino), “ol marengù” (il falegname), “il molita” (l’arrotino) o il dottore, che simula una visita estemporanea e, come medicina, prescrive grappa e vino. Si vestono con degli scarponi vecchi e malandati, pantaloni di fustagno e camicie a quadri, tipiche dei boscaioli. Le loro maschere sono formate da un cappuccio di pezza (non mancano, però, anche quelle in cartapesta) e, spesso, i tratti sono quelli di un vecchio malconcio e avvinazzato. Fra le diverse figure, spiccano “il barba” (lo zio scapolo, con in mano il fucile), “la meda” (la zitella, sempre vestita di nero, che dispenda uova) e “ol vecio”, il vecchio  (la sua controparte, è “la ègia”, la vecchia, non necessariamente impersonata da una donna), che è colui che apre il corteo: alle 14 in punto incomincia a saltare e, con lui, rimbalza “la cioca” (la tipica cintura delle vacche, a cui è legato un grosso campanaccio): è l’inizio del carnevale che, lentamente, procede verso le frazioni del paese, accompagnato dal suono del baghèt e della fisarmonica». Un posto di riguardo lo occupano i «furchetì», misteriose e fantastiche figure dei boschi che, come piccoli Krampus e armate di campanacci, catene e forconi, hanno il compito di scortare gli altri protagonisti del corteo, intrattenendo con loro dialoghi surreali fatti di versi e grida. «L’aggressività benaugurale dei “furchetì” si inserisce in un contesto, dionisiaco e agreste, di iniziazione: in una prospettiva pagana è il ritorno della fertilità dei campi, il saluto alla nuova stagione, che prende il posto dell’inverno; in un’ottica cristiana, invece, sancisce l’inizio della Quaresima, in previsione della Pasqua». Della Vite, dopo che, in quel lontano sabato di più di trent’anni fa, salvò il carnevale di Valtorta, vorrebbe ora che si creasse una sezione apposita presso l’ecomuseo del paese: «Quest’anno – dice lo studioso –, sono riuscito a costituire con Regione Lombardia, che nel 2019 ha emesso un bando di concorso sulla cultura, un co-finanziamento che ha dato vita a una rete dei carnevali orobici, mettendo insieme i tre comuni di Ardesio, Dossena e, per l’appunto Valtorta. L’idea sarebbe quella, ora, di dar vita a una struttura che possa tenere viva il nostro folclore. Non semplicemente un “museo della maschera”, ma un luogo di conservazione della memoria, all’insegna di una tradizione che ci permetta di rimanere attaccati alle radici e, contemporaneamente, gettare l’occhio sulla contemporaneità».

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