Querida Amazonia. A proposito di sinodalità, processualità e decisione

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Sono un semplice curato. Ma la Chiesa mi sta a cuore

“Eccolo là. Mancava solo lui. Ci mancava solo il curato di Grumello del Monte e Telgate a dire la sua. Me se dell’esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia hanno già scritto fior di teologi, dottori, esperti che occupano cattedre importanti, perché lui non sta zitto? Cosa capirà? Pensi agli oratori e a organizzare i centri ricreativi e i campi scuola, che la teologia non fa per lui”. Sintetizzo così il pensiero di qualche “amico” di fronte a quanto sto per scrivere. Alcuni, anche confratelli nel sacerdozio, me lo hanno detto chiaramente o scritto sui social, invitandomi anche, dopo che avevo espresso un  mio pensiero, a passare a una chiesa protestante, così avrei trovato il mio “amato” clero uxorato e le “donne prete”.

Sinceramente, vivo molto sereno: so perfettamente di non essere un teologo, così come sono consapevole della limitatezza del mio osservatorio. Tuttavia, mi sta a cuore la Chiesa in tutte le sue dimensioni e, compatibilmente con gli impegni legati alla scuola  e alla vita degli oratori, cerco di tenermi aggiornato leggendo i frutti del lavoro di chi per ministero o professione si dedica allo studio della teologia e delle scienze umane.

Il silenzio del Papa sulle richieste dei vescovi dell’Amazzonia

Ora, veniamo alla questione. Concordo pienamente, dopo aver letto bene l’Esortazione Apostolica di papa Francesco, che stimo molto, come chi mi conosce sa, sul fatto che Querida Amazonia non debba essere ridotta alla questione inerente la possibilità di concedere il sacerdozio ministeriale a uomini sposati o il diaconato alle donne. Vero, così come è innegabile che ci troviamo di fronte a un testo che non è esagerato definire “profetico”.

Il “sogno” del Papa, che ha a cuore il livello sociale, culturale ed ecologico, è perfettamente in linea con il cammino sinodale che si è svolto e con quanto emerge dai vescovi di quelle terre: su questo il Papa, come ci ha abituato, scrive in modo efficace ed ispirato, mostrando di conoscere perfettamente quella Amazzonia che può, proprio per questo, definire “amata”. Tuttavia, a me sembra che minimizzare (come qualche commentatore del testo ha fatto) dinanzi al silenzio totale riguardante le richieste dei vescovi, preoccupati in quanto la loro gente, anche per diversi anni, non può partecipare alla celebrazione dell’Eucarestia, non sia una buona scelta.

E, parlo francamente e in pieno rispetto per il successore di Pietro, appellare a un accrescimento delle ministerialità laicali, auspicando anche che i missionari sudamericani vengano inviati innanzitutto in Amazzonia invece che in Europa, non mi sembra del tutto convincente. Avrei preferito un “no” secco, una posizione del tipo: “Non reputo che l’ordinazione di uomini sposati costituisca la soluzione al problema, pertanto stabilisco che non si proceda in questa direzione”. Sarebbe stato tutto chiaro: il Papa, che giustamente decide in virtù della sua autorità apostolica, dopo aver ascoltato i Vescovi, ha deciso. Punto a capo. Dico questo perché di sinodalità si parla molto, anche nella nostra Diocesi di Bergamo, per le questioni diocesane, non solo nell’Urbe e a proposito dell’intera Chiesa Cattolica. Così come, da qualche anno a questa parte, non passa riunione tra noi presbiteri bergamaschi senza che si senta parlare di “processualità” da attivare a partire dal basso, di necessità di sperimentare percorsi condivisi piuttosto che predisporre punti di arrivo predeterminati ecc.

Chi ha il compito di decidere deve decidere

Va bene, benissimo: mi fa enorme piacere che si affacci la terminologia pedagogica accanto a quella teologica nelle “cose di Chiesa”. Tuttavia, mi sembra evidente che questo non basta! Se parlo di sinodalità, significa che il parere dell’altro entra in gioco in ordine alla mia decisione, perché se questa richiesta si riduce a una sorta di “cortesia”, tale per cui chiedo all’altro un parere, quando so già che tanto ho già deciso tutto io su quella persona, quella attività, quell’esperienza, a che serve? Dov’è la sinodalità, il camminare insieme?

Poi, la questione del “processo”. È sacrosanta la costruzione insieme del futuro, ma come ogni educatore sa, alla fase progettuale deve seguire un’implementazione (cui seguirà opportuna verifica e correzione dell’agito). Perché come un processo giuridico interminabile finisce in prescrizione, così anche nell’umano il continuo parlare, riflettere, riunirsi sempre sulle stesse questioni, rischia di generare un’attesa snervante che pian piano logora e si autocondanna all’inconcludenza.

A un certo punto, chi per ministero deve decidere, ha il dovere di farlo. Certo, non saranno tutti contenti della decisione, ma questo è un passaggio necessario. Lo Spirito Santo, invocato nella preghiera dopo aver ascoltato seriamente i fratelli, non mancherà di assolvere al suo compito.

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