Sbilanciati sul filo del lavoro: una rete di progetti ed esperienze per sostenere i giovani più fragili

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Quale modello, quale immagine del mondo proponiamo ai ragazzi per il loro futuro? Trovare lavoro non è solo una questione di soldi, c’è in gioco molto di più: la realizzazione personale, una visione della vita, il concetto di ben-essere, le relazioni. Il convegno “Sbilanciati sul filo del lavoro” promosso da Aeper con Patronato San Vincenzo, con un’ampia partecipazione di enti e istituti presenti sul territorio di Bergamo, ha indicato – con una grande ricchezza di interventi – una strada ben precisa: ampliare l’orizzonte, l’analisi del contesto, le prospettive e rafforzare i legami di rete. Le iniziative promosse per aiutare i giovani dovrebbero essere infatti davvero un modo per “prendersi cura” di loro, preoccupandosi prima di tutto di ascoltarli e di tenerli in considerazione come persone, al di là di numeri ed etichette.

Sono il 17,1 i “neet”, i ragazzi tra 15 e 24 anni che non studiano a Bergamo, secondo i dati presentati da Matteo Colombo, ricercatore della Fondazione Adapt di Bergamo. Un dato intermedio tra quello lombardo, al 15,1 per cento e quello nazionale, al 23,4. Si tratta comunque di una percentuale molto significativa, soprattutto tenendo conto del calo costante della popolazione giovanile: secondo le più recenti proiezioni demografiche nel 2065 i giovani saranno il 12,7% contro il 31% degli over 65.

È difficile capire con precisione se esistono ragioni “strutturali” dell’abbandono scolastico: negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione riservata all’orientamento per accompagnare i ragazzi nel passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado, ma non è bastato. È stata facilitata, rispetto al passato, la mobilità fra le scuole. Secondo Colombo “la formazione professionale continua ad essere considerata di serie b”: un pregiudizio pesante, che sicuramente porta a forzare un po’ la mano nelle scelte.

Don Cristiano Re, direttore dell’ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Bergamo, ha riportato l’attenzione sui valori di fondo: “Bisogna pensare a come vivono gli adolescenti e a quali aspettative proiettano sul lavoro, che non è solo un modo per guadagnare soldi, ma un ambito di realizzazione personale e in cui si gioca il senso della vita. Mai come oggi possiamo davvero credere che i giovani possano cambiare il mondo in senso più etico. Dobbiamo essere capaci di sostenere questi grandi sogni”. Nel mondo economico oggi le aziende continuano a chiedere fedeltà e appartenenza ma in cambio non offrono più garanzie: “C’è sempre una certa distanza tra il lavoro possibile e quello degno, e in sottofondo c’è sempre un po’ di rabbia”. L’abbandono della scuola fa entrare i ragazzi in un limbo, “sospesi tra un passato che non c’è più e un futuro che non c’è ancora”. Le proiezioni che fanno i ragazzi sul futuro sono interessanti: molti immaginando la loro professione fanno riferimento, come racconta un recente rapporto Ocse, a figure che non esistono già più o stanno per estinguersi, con un legame un po’ lento con la realtà.

Secondo i dati offerti da Delia Rinaldi, del settore istruzione e formazione della provincia solo nei primi tre mesi di quest’anno scolastico, da settembre a dicembre del 2019 sono 185 i ragazzi che hanno abbandonato la scuola: 51 in prima superiore, in seconda 26, al terzo anno 45, 46 in quarta e 17 in quinta. “Non si ritirano dai corsi di formazione professionale ma in primis, il 33 per cento, dagli istituti tecnici”.

Accanto a questi dati al convegno “Sbilanciati sul filo del lavoro”, promosso nella cornice della campagna di Aeper “S-bilanciati” abbiamo sentito anche molte esperienze positive: progetti di sostegno, affiancamento, formazione e inserimento nel mondo del lavoro rivolte ai ragazzi più fragili, quelli che per mille ragioni smarriscono la strada. Testimoniano vitalità e attenzione sul nostro territorio, anche se si tratta di esperienze numericamente “piccole”. Ne parliamo negli approfondimenti di questo dossier. Resta la sensazione che ci siano ancora molti pregiudizi e stereotipi da “smontare”, nel mondo della scuola e in famiglia, sui percorsi di studio (di serie A e B) e sulla facilità con cui si affibbia l’etichetta di “incapaci” ai ragazzi con le performance meno brillanti. I percorsi che intraprendono quando gli viene offerta una “seconda occasione” dimostrano il contrario. Come diceva Einstein “se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido”.

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