“Sul viso di mio figlio ho visto tutto il male del mondo”. La storia di Giulio Regeni e la disinvoltura della politica

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“Sto andando da Giulio”

Era il cinque novembre dello scorso anno. Quella sera accompagnavo Claudio e Paola, genitori di Giulio Regeni, e Alessandra, il loro avvocato, in giro per Città Alta. Li avevo invitati per un incontro di Molte Fedi organizzato insieme agli amici di Fiato ai Libri. Per i genitori di Giulio era la prima volta a Bergamo e, come tanti, erano stupiti di fronte alla bellezza della nostra città.

Mentre a piedi giungiamo in fondo a via Arena,  dietro a Santa Maria Maggiore incontriamo una signora, affezionata ai nostri incontri. Riconosce me ma non quelli che stanno camminando insieme. Mi dice: “Sto andando da Giulio… Giulio Regeni”. Non mi dice: “Sto andando alla serata” ma proprio “Sto andando da Giulio”. Provo un groppo in gola e sento la commozione profonda di Claudio e Paola. Che, non a caso, riportano questa inaspettata carezza nel libro che hanno da poco pubblicato (Giulio fa cose, Feltrinelli).

Dopo un giro in Piazza Vecchia, arriviamo all’Auditorium del Seminario: più di mille persone, la grande maggioranza giovani, in sala. Tantissimi quelli che non sono riusciti a prenotare l’incontro, esaurito da tempo. Un abbraccio caldo, affettuoso e un lungo racconto.

Giulio, cittadino del mondo

A parlare di Giulio, un giovane come tanti dei nostri, come tanti dei nostri figli. La parte bella del nostro Paese: quella generosa e solidale, che parte per il mondo  e cerca di comprenderlo.  Che non teme l’altro, che costruisce ponti, che ricorda a ciascuno valori che hanno lo spazio del “noi”, più grande del perimetro degli egoismi e dei tornaconti personali.

Giulio Regeni era così: un viaggiatore, un cittadino del mondo. Chi l’ha conosciuto lo ha descritto in questo modo: serio, concentrato sul suo lavoro. Appassionato di vita e di verità. Convinto che ciascuno potesse fare qualcosa per migliorare la storia delle persone.

Quella sera Claudio e Paola, hanno voluto ricordarlo perché le cose e i valori in cui credeva non vadano persi. Hanno ricordato la sua passione per i libri e parlato dei suoi sogni. Hanno raccontato la sua gioventù tra Cambridge e Fiumicello, il paese ad una quarantina di chilometri da Udine. “Metteva giù lo zaino e correva da Flavio, il suo professore di matematica, da Ivan il pittore o da don Gigi, il parroco della comunità e suo amico”.

I desaparecidos d’Egitto

E poi le parole di Alessandra, l’avvocato che segue l’iter giudiziario e internazionale della vicenda con un legame fortissimo con la famiglia. Parole pesanti che colpiscono tutti in sala: tortura, morte, depistaggi, omissioni. E due domande: “Chi e perché?”.

Domande che non riguardano mai solo Giulio ma – come spesso ripetono insieme Alessandra, Paola e Claudio quando girano l’Italia  – tutti i Giulii e le Giulie d’Egitto (L’ultimo in ordine di tempo, Patrick George Zaky, lo studente egiziano che studia a Bologna ed è stato accusato nel suo paese, catturato, torturato per sette ore). Ne spariscono 3-4 al giorno, con serialità argentina o cilena, in un paese dove tanti corpi torturati narrano la ferocia della repressione. E’ Paola, la mamma di Giulio, a lasciare senza fiato la sala: “Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato sui lui. All’obitorio, l’unica cosa che ho ritrovato di quel suo viso felice è il naso. L’ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso”.

La politica italiana non ritira l’ambasciatore. Al contrario: vende armi all’Egitto

La storia di Giulio, ricercatore scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso per motivi apparentemente sconosciuti è ancora aperta. L’Egitto non collabora e l’Italia, nonostante le promesse fatte ai tanti che in tutto il Paese chiedono verità, ha trovato tempo non di ritirare l’ambasciatore (come i genitori stanno chiedendo) ma, piuttosto, di avviare la vendita di due navi militari al Cairo per un costo di un miliardo e duecento milioni. La notizia è di questi giorni ed è rimbalzata su parecchi quotidiani. Aspettiamo la verifica. Vedremo se a vincere, nonostante la retorica, sarà il business. Se così fosse, a perdere è l’umanità di tutti.

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1 commento

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    conoscendo la tenacia dei Friulani , capisco la volontà di questi genitori di perseverare nel chiedere “verità e giustizia” per il figlio così barbaramente ucciso, e che è e sarà sempre, motivo per far fronte ad un dolore così straziante da non permettere di dimenticare per cui tutto ciò possa essere avvenuto! Temo però, che per la politica dalla doppia “faccia”, non si potrà arrivare ad una soluzione che metta a repentaglio il “business” con conseguente ulteriore ferita all’umanità, che di certo non è la sola volta che viene straziata da guerre e complicità negli stessi avversari considerati nemici, ma evidentemente, per potere espansionistico e di egoistica sopravvivenza del popolo, a cui è necessario il perpetrarsi del terrore per averne la sottomissione! la mia piena solidarietà a questi coraggiosi genitori a cui mando un forte abbraccio!

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