Che fine ha fatto la Sanità pubblica? Una riflessione mentre Coronavirus dilaga

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Foto: L’ospedale Papa Giovanni di Bergamo

Tempo sospeso quello che stiamo vivendo. Tempo di prova, inedito e imprevisto. Tempo nel quale fragilità e morte, tabù per la coscienza contemporanea, da fatti privati sono diventati fenomeni pubblici. Enigmi con i quali fare, inevitabilmente, i conti.

Illimitata riconoscenza per tutti gli operatori sanitari

La prima cosa da fare è, anzitutto, un ringraziamento ai moltissimi operatori sanitari, medici e infermieri, che stanno vivendo con assoluta dedizione la straordinarietà di queste settimane: turni lunghi, né ferie né permessi, rischio di contagio. Dimostrano, nonostante tutto, la qualità della sanità pubblica.

Nonostante tutto, perché questa è stata fatta oggetto, negli anni precedenti, di denigrazione e tagli continui. Basti un dato fra i molti: nell’ultimo decennio tutti i governi hanno contribuito a sgretolare il Servizio Sanitario Nazionale. Il finanziamento pubblico ha subìto un taglio di 37 miliardi di euro – 25 miliardi nel 2010-2015 e 12 miliardi nel 2015-2019. La sanità pubblica è stata spesso considerata un peso, un elefante da alleggerire, destinatario di risorse inutili. In Italia abbiamo 5,5 infermieri per 1000 abitanti quando la media Ocse è di 8,9. A pagare, anche nella nostra provincia, sono stati ospedali, ambulatori, consultori. Lo ha scritto con forza Tommaso Montanari: “Dalla metà degli anni Novanta a oggi, i posti-letto pubblici della Lombardia sono stati dimezzati, mentre quelli privati aumentavano in proporzione. Le strutture di ricovero pubbliche e private ormai si equivalgono per numero: e a Milano, Como e Bergamo prevalgono anzi quelle private. È il modello Formigoni: privatizzazione selvaggia, arricchimento privato sulla pelle della salute pubblica.”

Il cattivo esempio del “modello Formigoni”

Un modello che ha decisivamente attecchito anche in regioni come Toscana ed Emilia, dove ogni anno il pubblico perde terreno e il privato lo guadagna. L’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale ha confermato che si tratta di un trend nazionale: “In un momento di gravissima difficoltà della sanità pubblica – ha detto Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – pesantemente segnata dalla carenza e dalla demotivazione del personale, non è accettabile che le agevolazioni fiscali destinate a fondi integrativi e welfare aziendale favoriscano la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale. I dati documentano infatti che siamo di fronte alla progressiva espansione di un servizio sanitario ‘parallelo’ che sottrae denaro pubblico per alimentare anche profitti privati, senza alcuna connotazione di reale integrazione rispetto a quanto già offerto dai livelli essenziali di assistenza”.

Dopo l’epidemia sarà necessario qualche coraggiosa riflessione

Per questo, al termine del periodo, si imporrà una riflessione lucida su indirizzi e scelte di fondo delle politiche sanitarie e sociali del nostro Paese. Come ha ricordato Luigino Bruni, ospite poco tempo fa a Molte Fedi, “sperimentiamo una immensa impotenza. Abbiamo messo in piedi un sistema economico estremamente vulnerabile. Niente come un virus mostra che il re capitalista è nudo. Come sapeva già Keynes i piedi di argilla del capitalismo sono i sentimenti e le emozioni della gente. I grandi strumenti, i potentissimi mezzi dell’economia e della finanza oggi non possono nulla. La mano invisibile si è totalmente inaridita e le voci dei suoi paladini zittite. Se non avessimo salvato qualche residuo del vecchio stato sociale, massacrato dagli amanti delle mani invisibili, saremmo già stati spazzati via da un invisibile parassita.”

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