#Restoacasa in tutte le lingue: la vita della Comunità Ruah ai tempi del Coronavirus

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A causa di questa epidemia che ha travolto Bergamo più di altre città italiane, tutti siamo stati chiamati a cambiare le nostre abitudini quotidiane, tra cui, in particolare, rimanere a casa il più possibile, a meno che spostarsi non sia indispensabile per motivi lavorativi, e ridurre, se non addirittura azzerare la vita sociale.

A distanza di qualche settimana queste regole sembrano non essere ancora troppo chiare per tanti cittadini italiani, che capiscono facilmente, o per lo meno dovrebbero, quanto viene loro comunicati in tutti i modi e attraverso i più svariati. Consapevoli, però, della rilevante presenza di cittadini stranieri, la Cooperativa Social Ruah, come altri enti che si occupano di accoglienza e inte(g)razione, racconta come è cambiata la quotidianità delle persone a cui offre supporto.

«La prima cosa da fare è stata assicurarsi che tutte le persone di origine straniera con cui lavoriamo capissero la gravità del problema, le sue conseguenze e le misure preventive da adottare: per questo motivo, gli operatori, già da quando si aveva il sentore che questa patologia fosse qualcosa di grave, camera per camera e appartamento per appartamento hanno spiegato ai nostri utenti di che cosa si trattasse. In aggiunta, in tutte le strutture in cui lavoriamo, sono stati affissi cartelloni multilingua che riportano sia le informazioni di base che comportamenti e procedimenti da seguire» spiega Bruno Goisis, presidente della Cooperativa Sociale Impresa Ruah.

Dopo, o meglio accanto, perché altrettanto importante, alla diffusione del messaggio e alla comprensione dello stesso, è stata attivata una fase di prevenzione, per cui, in collaborazione con gli operatori sanitari della Croce Rossa di Bergamo, sono stati attivati e proposti agli utenti della Cooperativa Ruah interventi (in)formativi, oltre che esercitazioni pratiche sulla corretta modalità di lavaggio delle mani. Grazie alla costante presenza del medico del lavoro, per la tutela degli operatori, e del personale sanitario, per quella delle persone accolte, rafforzato, è stato stabilito che venga comunicato rapidamente qualsiasi sintomi riconducibile al virus, del quale vengono informati ATS e Prefettura, con conseguente isolamento e monitoraggio degli stessi.

«Si cerca di fare in modo che tutti possano continuare a condurre una vita tranquilla e “normale”, sottolineando, però, l’importanza delle restrizioni al movimento che, come per tutti i cittadini, è previsto e consentito solo per motivi di lavoro. Sicuramente, però, qualcosa ad essere diverso c’è, e cioè l’assenza della dimensione comunitaria, forse quella che tutti, e non soltanto i cittadini stranieri, soffriamo di più: abbiamo annullato ogni momento formativo e ricreativo, le visite mediche non urgenti e gli accessi in questura; sono vietate anche visite dall’esterno. In più, proprio per evitare qualsiasi contagio, anche un altro momento conviviale è cambiato: non si cucina più, si mangia quello che viene preparato in singole confezioni», aggiunge Goisis, che conclude «Per ora, delle oltre 500 persone con cui lavoriamo, nessun sembra essere stato contagiato. Speriamo che con le misure adottate, internamente e a livello nazionale, si risolva tutto in fretta e nel migliore dei modi».

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