Sacra Spina, la novena risuona nella valle dal campanile

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«Il clima che si respira in parrocchia e in paese è surreale. Del resto, solitamente, questi sono i giorni in cui la comunità si risveglia: la festa della Sacra Spina, in coincidenza con la primavera, porta con sé, infatti, la piena ripresa dei rapporti umani, la vivacità, l’allegria». A parlare è don Diego Ongaro, dal 2013 parroco di San Giovanni Bianco, che, con lieve rammarico, commenta così l’impossibilità, quest’anno, di festeggiare la ricorrenza della Sacra Spina, a causa dell’emergenza Coronavirus. «Questa epidemia non solo relega i cittadini a casa – afferma don Diego –, ma impedisce loro di poter partecipare ad un appuntamento, sociale e spirituale, molto atteso e sentito, non solo dall’intera comunità di San Giovanni Bianco, ma anche da tant’altri fedeli che giungono da ogni parte della bergamasca. Motivo, in un comune di 4.800 abitanti in cui, negli ultimi 15 giorni, ci sono stati più di 40 morti, forse non di ulteriore pessimismo, ma, sicuramente, di fatica, soprattutto, per un territorio come il nostro, in cui ci sono tante frazioni sganciate dal capoluogo: una distanza fisica che, purtroppo, muta, inesorabilmente, in distanza morale». Una situazione a cui don Diego ha però cercato di far fronte. «Percepire che le persone della nostra comunità avrebbero vissuto questa assenza in modo doloroso, mi ha fatto riflettere – spiega il parroco –. Non proporre qualcosa di alternativo avrebbe voluto dire appesantire un clima già arido e teso. Per questo motivo, venerdì scorso, ho pensato di posizionare sul campanile l’impianto audio, usato, normalmente, per la processione della Sacra Spina, in modo  da proporre, alle otto di sera, la classica novena. I fedeli sono rimasti entusiasti di questa idea: è una proposta che, nella sua semplicità, piace molto. La gente si affaccia ai balconi e, senza connessione internet o altri strumenti, si vede, si riconosce, prega assieme: un piccolo gesto che gratifica, risolleva il morale e compensa gli sforzi che stiamo vivendo conseguentemente alla quarantena. Sempre da venerdì, carico, sul mio canale Youtube, anche la messa (uno degli ultimi video ha raggiunto quasi 3 mila visualizzazioni), mentre domenica cercheremo di trasmettere la celebrazione in diretta streaming». È anche grazie a iniziative come questa che la gente, in paese, pare non volersi arrendere. «Mi ha colpito molto sapere che, in previsione di sabato e domenica, i parrocchiani si stanno organizzando per addobbare le case – racconta don Diego –. Dicono che, anche se non ci sarà la processione, per loro sarà comunque un momento di festa. Spero, a tal proposito, che pure il pranzo familiare sarà preparato bene, con la gioia nel cuore. Ricevo inoltre tante telefonate in cui mi si chiede di recitare una preghiera o di accendere una candela: la devozione verso la Sacra Spina si fa speranza e luce e, attraverso il singolo, abbraccia tutta la comunità». Fu Vistallo Zignoni, balestriere al servizio di Francesco Gonzaga, a impadronirsi, durante la battaglia di Fornovo, della Spina. Dal 1495, la reliquia è conservata nella chiesa parrocchiale del paese e soggetta alla devozione popolare, anche grazie al segno della fioritura che parrebbe compiersi ogniqualvolta il 25 marzo (giorno dell’Annunciazione) coincide con il venerdì Santo, ovvero quando la Chiesa ricorda e celebra, nello stesso giorno, l’inizio e la fine dell’esperienza terrena di Gesù (l’ultima fioritura è avvenuta nel 2016). La preparazione alla festa, programmata con largo anticipo, dura nove giorni. Tanti gli appuntamenti, i momenti di preghiera e le proposte culturali che, anche per merito delle giostre e delle bancarelle, attirano, ogni anno, decine di migliaia di persone, fra credenti e semplici curiosi. Ma non questa volta, non in questo 2020. «Non poter partecipare alle funzioni, non poter dar vita alla processione, dispiace. Ovvio – riflette don Diego –. Ma il mio timore è un altro. Ho paura del dopo: quando l’emergenza sarà finita, quando la routine di tutti i giorni riprenderà, che parrocchia avremo di fronte? Ci saranno persone che vorranno rimboccarsi le maniche, certo, ma anche credenti spaventati, spaesati, che avranno subito dei lutti o, magari, perso il lavoro. Cosa fare? Come prete, non posso non considerare questi problemi come interrogativi per la mia condotta di fede. I giorni che stiamo vivendo stanno demolendo e abbattendo le certezze e le sicurezze su cui ogni singolo uomo e ogni famiglia ha edificato la propria esistenza. Quando tutto finirà, dovremo guardarci in faccia e contarci. Qualcuno non ci sarà più, qualcuno si sarà tirato indietro. Bisogna mettersi in testa già ora che avremo a che fare con molte difficoltà, che andranno affrontate e superate. Una valle come la nostra, già fragile, si troverà ancor più povera e indifesa. Il cambiamento, paventato da diversi sociologi e psicologi, non sarà, come si dice, a riguardo di grandi concetti, bensì, secondo me, a riguardo di questioni elementari: le distanze, le relazioni, la partecipazione o meno alle iniziative. Il limite dei ragionamenti che si sentono è proprio quello filosofico e teorico: avremo gente in carne e ossa che dovrà tornare alla propria vita. Quando noi sacerdoti torneremo a dire messa, diremo messa per chi? Chi avremo fra i banchi, con chi avremo a che fare, cosa ci chiederanno i fedeli?». Il 12 marzo scorso, il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha chiesto a don Diego di portare la Sacra Spina a Bergamo, in duomo, per la celebrazione della Via Crucis, pensata, appositamente, per il momento di sofferenza che sta attanagliando la bergamasca. Dal 1933, la reliquia non lasciava la parrocchiale di San Giovanni Bianco. «Esperienze come quella che stiamo vivendo possono far perdere la fede o, al contrario, farla ritrovare – dice don Diego –, ma è sicuro che, alla fine, il bene presente, quello forse un po’ sopito, salterà fuori. Verranno meno le fedi abitudinarie, che si basano su vuoti tradizionalismi o, peggio, sulla superstizione; faranno capolino, in tutta la loro grazia, invece, le fedi genuine, quelle temprate dalla prova e dalla speranza. Non so se ci sarà qualche credente in più o in meno, so solo che i fedeli che rimarranno o i nuovi che arriveranno lo faranno con piena convinzione e con la volontà di prodigarsi appieno per i fratelli». Un cambiamento, secondo don Diego, positivo: «Mi piace leggere questo tempo di fatica in un’ottica educativa: non cerchiamo, a tutti i costi, un colpevole, ma proviamo, invece, ad imparare qualcosa. Gli strumenti già li possediamo: con un po’ di autostima e fiducia, il bene e il bello potranno emergere, così da farci capire ciò che, anche nelle nostre parrocchie, è superfluo e inutile. Tante cose saranno da rivedere e ripensare, ma non sarà un male e, come adulti, dovremo aiutare i più giovani a metabolizzare quello che hanno vissuto, facendo capire loro che anche da un evento drammatico si può trarre un insegnamento per ricominciare, per costruire un futuro nuovo. Questo è quel che ci ricorda la Sacra Spina. Questo è il segno della speranza».

La foto d’archivio è stata scattata nel 2016

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