Covid-19, Manaus nella tempesta. Padre Daniele Curnis racconta: “Non ci sono più posti in ospedale, i morti nelle fosse comuni”

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Il Covid-19 è arrivato in Amazzonia. E Manaus, la principale metropoli alle porte della foresta, ne sta vivendo le drammatiche conseguenze: ospedali al collasso, mascherine e respiratori introvabili, decessi più che raddoppiati e fosse comuni scavate per far fronte all’incessante aumento dei morti.
«Sentendo le notizie che arrivavano da casa, mi sono accorto come qualcosa di molto grave stesse accadendo in Italia – testimonia padre Daniele Curnis, missionario bergamasco del P.I.M.E.-. Qua a Manaus, però, nessuno ha creduto davvero alla pericolosità del virus. Si diceva che con il caldo di queste latitudini non sarebbe successo nulla. E, invece, la tragedia non ha risparmiato l’Amazonas, regione così lontana dall’Europa e dall’Italia. Ad un mese di distanza dai primi casi, ci troviamo nel mezzo di una tempesta. Con circa quattromila contagiati e più di trecento morti».
Missionario nel nord del Brasile dal 1984,- a Macapá, Belém e Laranjal do Jari -, dal 2017 padre Daniele opera a Manaus: nella parrocchia di Nossa Senhora de Nazaré si impegna principalmente a favore di chi è ai margini della vita sociale e religiosa.
«Manaus è una città di oltre due milioni di abitanti, non priva di innumerevoli contraddizioni, che ora si trova a gestire un problema più grande di lei – rileva il religioso, referente della Regione Brasile per le aree di Manaus e Parintins -. L’apparato medico non riesce a rispondere adeguatamente alle necessità di tante persone impossibilitate a respirare. I letti disponibili per la terapia intensiva erano pochissimi, e subito sono stati occupati. Non ci sono mascherine, respiratori o acool-gel. Ovviamente, non si riesce a dare sicurezze nemmeno a medici e infermieri, che anche qui sono le prime vittime del contagio. Le ambulanze girano da un ospedale all’altro senza trovare un posto dove poter lasciare gli ammalati. Le persone morte vengono ammucchiate accanto agli infetti nelle corsie dei vari reparti: scene apocalittiche. In più, le televisioni riprendono scavatrici che preparano buche comuni in cui interrare decine e decine di bare».
A fronte di poche e vecchie strutture ospedaliere oramai al collasso, visto che Manaus è l’unica località di tutto lo Stato dell’Amazonas ad avere posti letto in reparti di terapia intensiva, la situazione appare altrettanto critica anche per quanto concerne stime e disposizioni governative.
«I dati forniti dalle autorità non corrispondono alla realtà – spiega il classe ’54 di Brembo, Dalmine – : la maggior parte delle persone sono morte in casa, senza aver potuto fare il test. L’appello ad usare le mascherine è arrivato troppo tardi, e ancora oggi sembra che la gente non abbia capito che deve fare la sua parte. Inoltre, il virus ha raggiunto anche alcuni villaggi indios: i nativi stessi si sono ulteriormente isolati, non lasciando entrare più nessuno nei loro territori, mentre le comunità indigene che orbitano attorno a Manaus hanno già diversi contagi e decessi».
Intanto, dal 21 di marzo l’arcidiocesi locale ha sospeso le messe e tutte le varie attività pastorali. Successivamente, l’arcivescovo di Manaus ha esteso la proibizione fino al 23 di maggio, ma è probabile che lo stop alle funzioni religiose si protrarrà ulteriormente.
«Venerdì ho ricevuto la telefonata del responsabile per la difesa civile dello Stato dell’Amazonas – racconta padre Daniele -. Mi ha chiesto se fosse possibile avere qualsiasi tipo di aiuto dall’Italia, soprattutto in termini di medici e infermieri. Ho inoltrato la richiesta a fra Aquilino, uno dei cappuccini che in tutto questo tempo è rimasto accanto ai malati dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Aspettiamo una risposta, sperando non arrivi troppo tardi». 
Perché intanto Manaus soffre. E con lei tutto il Brasile, dove i numeri continuano a crescere vertiginosamente. Più di sessantamila casi, oltre quattromila decessi. Nel Paese che conta il maggior numero di cattolici al mondo.

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