Coronavirus: la vita in una comunità per adolescenti durante la quarantena

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L’attività delle comunità di accoglienza non si ferma, anche se deve adattarsi a nuove regole: il ritmo e le abitudini quotidiane cambiano, restano la passione educativa e l’attenzione alle fragilità. Ecco la testimonianza di un’educatrice di Bergamo.

Guardare le proprie zone d’ombra fa paura. Lo vediamo nei ragazzi, nel loro tentativo quasi estenuante di fuggire dalle loro paure,
arrabbiandosi con l’educatore, con i compagni di comunità, con la comunità stessa (anche distruggendola fisicamente).
Lo vediamo in noi educatori, nel nostro tentativo di accompagnarli a dare nome, forma, voce al dolore che hanno dentro.
E in tutto questo cercare di dar forma, dare nome, far emergere, pian piano inizi a guardare le tue zone d’ombra, perché il lavoro educativo ti mette in discussione, a volte nel profondo.
E ti rendi conto di quanto sia fondamentale in primis che lo faccia tu, educatore. Fermarti, andare in profondità, vedere le tue fragilità, dar loro un nome e trasformarle per poi tornare ad esserci, in modo consapevole.
In questo momento di emergenza fatto di tempi rallentati, di quotidianità e vite spezzate, di silenzio per le strade, colgo ancor più l’importanza e la necessità di fermarmi e mettere ordine nei miei
pensieri. In fondo siamo tutti esseri un po’ fragili.
In questo momento in cui siamo tutti fisicamente lontani, la fragilità ci avvicina e, tra paura e incertezza, si apprezza ancor più la bellezza e la necessità della relazione, della condivisione di piccoli gesti con i nostri ragazzi.
Una torta preparata con B. per la merenda. Due tiri a canestro educatori contro S. e O., partire carichi per distruggerli ed ammettere che in quanto a resistenza sono loro a distruggere noi.
Ascoltare C. che sta suonando un pezzo rock con la chitarra elettrica (grazie C., un po’ di sano rock in comunità!). Apprezzare la forza di volontà di G. intento a “flexare” (alias fare flessioni ed esercizi vari) per stare in forma. Farsi raccontare una serie tv da H. per capire quale potresti iniziare a guardare. Chiedere a O. e a A. di scrivere delle parole in arabo, con il dubbio che in realtà ti abbiano scritto parolacce. Mandare un messaggio con foto a R.. rimasto bloccato a casa in quarantena ed essere travolti dagli acuti di A. mentre fa prove di canto in giro per la comunità.
In tutto questo fare con loro, c’è lo stare con loro. Immergersi nelle loro storie, nelle loro fragilità, nelle loro paure, ma anche nella loro resilienza.
In tutto questo c’è anche lo stare con noi stessi, nell’esigenza e nell’augurio di fermarci per ripartire più forti di prima.

Un grazie speciale a tutti i miei colleghi.

Chiara Panseri
educatrice

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