Le fiabe della città deserta: la banda dei gatti di nonna Anna

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La quarantena si è ormai allentata, l’aria è più serena. Le città si sono ripopolate, la gente ha ricominciato a uscire, i negozi riaprono, si ricomincia a pensare al futuro. Continuiamo però ad addentrarci in un in un mondo diverso, nella vita “ai tempi della pandemia”. Continuiamo a raccontare anche questo nelle nostre fiabe in cui entra la realtà che stiamo vivendo. Un modo per guardarla con altri occhi, con un pizzico di incanto e di speranza. La foto è © di Giovanni Diffidenti). Vi ricordiamo anche tutte le altre fiabe in cui abbiamo raccontato avventure di conigli, ibis sacri, agnelli, galli, cerbiatti, oche, germani reali. Oggi protagonisti sono i gatti. E le nonne.

I gatti di nonna Anna erano sei: ognuno diverso dall’altro, formavano una banda molto colorata.

Se ne stavano tutti schierati dietro i vetri della finestra, mentre lei gli si sedeva accanto sulla sua sedia a dondolo e guardava fuori.

Era da tanto tempo che la nonna non poteva uscire di casa. Fuori era pericoloso per lei da quando era iniziata l’epidemia.

Daniele, il suo nipotino, abitava nella casa di fronte. Quando poteva usciva in giardino e la salutava agitando la mano. Lei si affacciava alla finestra, ma non erano abbastanza vicini, non riuscivano a parlarsi.

Avevano inventato uno speciale alfabeto per potersi almeno scambiare qualche semplice messaggio: se Daniele era arrabbiato metteva una mano sul fianco. Se la maestra gli aveva assegnato troppi compiti si appoggiava una mano sulla fronte. Se aveva preso un bel voto faceva il segno v di vittoria con due dita.

La mamma gli faceva indossare sul viso una mascherina di stoffa con la ragnatela dell’Uomo Ragno, che era il suo supereroe preferito. Gli piaceva ma era un po’ scomoda e quando la indossava faceva un po’ fatica a respirare.

Così era impossibile parlarsi e Daniele sentiva molto la mancanza della nonna Anna e delle sue fiabe. Avrebbe tanto voluto abbracciarla, purtroppo però non poteva.

La mamma gli aveva spiegato che quando un nonno si ammalava per colpa del coronavirus poi gli venivano la febbre alta e la tosse. Se non riusciva a guarire restando a casa doveva andare all’ospedale con l’ambulanza. Daniele ne aveva vista una fermarsi davanti alla casa accanto. Erano scesi due uomini vestiti con una tuta bianca e con una maschera: sembravano due astronauti. Avevano portato via un signore su una barella. Daniele si era un po’ spaventato, ma la mamma gli aveva spiegato che i medici dell’ospedale erano molto in gamba e sarebbero sicuramente riusciti a curarlo.

Allora il bambino chiamava tutti i giorni la nonna con il suo tablet: così potevano vedersi senza mascherina, sorridere, chiacchierare, e lei gli raccontava ogni giorno una storia diversa sui suoi gatti. Ogni mattina li ritrovava lì, tutti schierati a guardarlo. La nonna Anna gli aveva spiegato che stavano lì proprio per lui.

Bertha aveva il pelo lungo e ben pettinato. Le dava un aspetto aristocratico e i suoi occhi gialli guardavano lontano, come se avesse sempre la testa fra le nuvole.

Lulù aveva orecchie e muso appuntiti e spostava il suo sguardo rapidamente a destra e a sinistra, attenta a ogni minimo cambiamento. Era un po’ nervosa e a volte rispondeva male alle domande della nonna.

Coffee se ne stava lì tranquillo e sonnacchioso, un po’ annoiato, senza una gran voglia di miagolare. Era un gatto pigro, dormiva sempre, ma arrivava di corsa quando la nonna gli offriva un biscotto.

Minou era timida, non amava mostrarsi in pubblico, perciò si nascondeva dietro la finestra: il mondo fuori la spaventava e non era affatto curiosa di conoscerlo. “Sto bene in casa con la nonna Anna” pensava.

Barney era un gattone grande e grosso, ma molto affettuoso. Bertha lo rimproverava sempre perché spazzolava tutte le crocchette senza pensare agli altri mici della casa.

“Ho sempre tanta fame, mi piace mangiare, tutto qui” diceva lui con aria innocente, sgranando gli occhi azzurri. Tigre era il più allegro e sbarazzino e non stava mai fermo. Adorava gomitoli e palline, correre, saltare, giocare a nascondino dietro le poltrone e affilarsi le unghie sui tappeti. Era proprio lui il personaggio preferito delle storie della nonna. Ne combinava di tutti i colori.

Daniele guardava spesso verso la finestra con un pizzico di malinconia. I gatti ricambiavano il suo sguardo e ogni tanto era certo di sentirli miagolare: così gli sembrava che la nonna fosse meno sola. Se non poteva stare lì con lei, almeno c’erano i gatti a tenerle compagnia.

Daniele lo sapeva che quelli erano solo cuscini. Le parole della nonna Anna, però, erano come una magia: quando incominciava a raccontare i gatti si muovevano e diventavano veri. Bastava una fiaba della nonna per scacciare la tristezza, la solitudine e i brutti pensieri e fare sogni bellissimi. “Miao, Daniele!” lo chiamava Bertha. Lui si avvicinava per accarezzarla, Tigre incominciava a correre e così ogni notte, quando Daniele si addormentava, iniziava una nuova avventura.

© Riproduzione riservata
Foto © Giovanni Diffidenti

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