Il perché di un silenzio

Quello che resta, sempre, è il bene che si fa

Nei giorni scorsi  morto, a Zorzone, Cristian Bonaldi. Tutti ne hanno parlato molto bene. Era un grande leader nella comunità. Ma nessuno ha avuto il coraggio di ricordare un particolare importante. Cristian Bonaldi era stato prete. Aveva vissuto la sua crisi e aveva cambiato vita. Non pensi che il tacere su questi fatti – che poi tutti di fatto conoscono – sia segno di una Chiesa troppo vergognosa e, in fondo, poco accogliente? Gianni

Caro Gianni, non conosco la persona di cui parli, che affido al Signore perché l’accolga nel suo abbraccio di misericordia, ma mi colpisce quanto si afferma di lui: tutti ne parlano bene e lo ritengono un leader di comunità.

Leader riconosciuto

Già questo mi fa pensare che fosse un uomo di grandi doti umane, capace di donare molto, pur in una vita normale, familiare e apparentemente fuori dalla scena. Quello che emerge di lui è un profilo di grande umanità, per nulla scontato, dove la memoria comune evidenzia il bene fatto e non si sofferma sulla sua storia passata.

Il suo percorso, certamente sofferto, l’ ha condotto a una scelta non poco coraggiosa sfidando i giudizi del pensare comune. Aver taciuto il suo passato

non credo sia segno di una Chiesa che si vergogna,

che fa scendere il silenzio sugli “errori” dei suoi preti. In questi anni essa si è posta con molta trasparenza di fronte agli abusi e agli errori di uomini e donne che in modi diversi hanno reso una contro testimonianza al Vangelo e hanno sfigurato la bellezza e la credibilità dell’esperienza cristiana.

Inoltre, in ogni situazione, essa ha riconosciuto la necessità che ogni suo membro che ha sbagliato debba assumere le proprie responsabilità nell’ambito civile oltre che in quello ecclesiale.

Questo però nella consapevolezza che si “condanna” il peccato ma non il peccatore, al quale sempre si deve offrire uno spazio di conversione e di riscatto. Mi sembra  invece che la Chiesa guardi con rispetto al percorso di uomini che

hanno il coraggio di attraversare crisi dolorose e di fare scelte secondo coscienza,

che nessuno può giudicare superficialmente. Occorre riconoscere che alcuni passaggi della vita rimangono nel mistero della coscienza di ciascuno, nel mistero della relazione della persona con Dio.

La Chiesa è soprattutto madre

La Chiesa non è solo maestra, chiamata ad annunciare la verità del Vangelo, ma è soprattutto madre dei suoi figli, in particolare dei sacerdoti con  le loro sofferenze, i ripensamenti, i loro peccati. Essa, mai come oggi, si fa segno di misericordia, annuncio che Dio amore raggiunge ogni suo figlio proprio nelle ferite della sua esistenza, nelle pieghe della propria umanità per redimerla e salvarla.

Mi pare molto evangelico che tutti abbiano ricordato di lui la bontà della sua vita e non il suo passato, perché

ciò che rimane è proprio solo l’amore donato.

Se i benpensanti si sono forse scandalizzati, i semplici che conoscevano la sua storia, hanno visto solo la sua esistenza  redenta e riscattata.

Dobbiamo crescere tutti in un atteggiamento di accoglienza e di comprensione, di rispetto dell’altro e della sua storia; vincere le maldicenze così diffuse, i giudizi superficiali e affrettati, il bisogno di condannare e dividere l’umanità in giusti e peccatori, la mancanza di rispetto e l’abitudine di evidenziare gli errori, le fragilità, i peccati degli altri.

Abbiamo tutti bisogno di misericordia e di un Salvatore, per imparare a riconoscere le nostre fragilità, prima di guardare e condannare quelle dei nostri familiari, dei vicini di casa, della parrocchia e della Chiesa. La storia della salvezza ci insegna che

Dio non si scandalizza degli errori dei suoi figli, ne soffre, ma sa perdonare e trasformare, in storia sacra, ogni evento.

A noi l’invito a cambiare e a saper assumere il pensiero e i sentimenti di Cristo: la vita sarà per tutti più bella e più umana. Questo è ciò che ricordiamo di chi ci ha preceduto: l’amore di cui è stato capace, quell’amore di cui tutti abbiam bisogno e a cui tutti aneliamo.