Il segno delle chiese vuote. Che non si riempiranno tanto presto

In dialogo con un prete che non si illude

Passa da casa un amico prete e mentre beviamo un caffè insieme commenta il mio ultimo articolo sulla fuga, inarrestabile, della gente dalla chiesa.

“Non avrei immaginato di vedere un crollo di questo genere nella mia vita”

“In pochi anni sono passato dal vedere oratori pieni e chiese affollate a oratori semideserti e chiese popolate per lo più da persone di una certa età. In teologia parlavamo della fine ingloriosa della chiesa di Francia. Non pensavamo di certo che sarebbe toccato presto anche a noi”. “Sei spaventato?” Gli chiedo. “No, però mi rendo conto che è avvenuto un cambio di paradigma che ci ha ribaltati. Comprendo chi si illude che basti poco per poter tornare a prima: due parole d’ordine, la processione durante la festa patronale, i sacramenti dati a prescindere, l’impegno, prima del Covid, per i Crest. 

Non cambia nulla ma intanto fai movimento e ti convinci che sei ancora indispensabile.

Io invece a volte  brancolo nel buio. So che così come stiamo facendo ora non andremo avanti a lungo ma faccio fatica, non ad immaginare, ma a realizzare forme pastorali nuove. Anche perché, te lo dico francamente, il carico di lavoro attorno a cose non essenziali che, come parroco, sono tenuto ad osservare è notevole.”

“Certo che avete fatto poco per aiutare i laici a centrarsi sulle – poche – cose che contano..”

“Hai ragione. Non dimenticare però che, molte volte sono i laici stessi a stare dentro il clichè clericale e a chiederci di occupare spazi – da preti – piuttosto che avviare processi”.

“Non mi convinci”, gli dico. “In fondo, il modello tridentino, risposta cattolica alla Riforma protestante – modello mai del tutto abbandonato – era del tutto costruito attorno al prete. La comunità dei credenti, tanto evocata dopo il Concilio Vaticano II, è ancora tutta da realizzare…”

Nella città di tutti

Quello che mi pare certo è che noi siamo inesorabilmente gli ultimi testimoni di un certo modo di essere cristiani. E inevitabilmente la Chiesa – oggi in mezzo al guado –  è destinata a mutare il suo volto i cui contorni prossimi sono ancora imprecisi. 

La tentazione è di tornare indietro, verso lidi sicuri di un tempo. Peccato che non ci siano più, né i lidi né il tempo. Il cambiamento da avviare rappresenta un vero e proprio lutto da rielaborare. Senza rimpianti, risentimenti né, tantomeno, fuga, in chiave identitaria, verso improponibili deserti e luoghi lontani. Occorre abitare con coraggio e fiducia il tempo presente, stare da uomini dove gli uomini vivono, discernere come essere per tutti un segno, 

per ridire, nella città plurale, l’unica cosa che i cristiani hanno di prezioso: l’umanità del Vangelo. 

Magari vivendo sul serio, oltre la retorica, la fraternità, la comunione fraterna, vero segno autentico di testimonianza cristiana. 

Le priorità secondo il Vangelo

Ho trovato feconda l’intuizione dell’Evangelii Gaudium (n.165) relativa alla “gerarchia delle verità”. Papa Francesco in quella magnifica Esortazione Apostolica invita a porre tutti gli “aspetti secondari” in stretto legame con il cuore del Vangelo, l’essenziale, il kerigma. E indica un ordine di priorità: l’annuncio dell’amore di Dio precede la richiesta morale; la gioia del dono precede l’impegno della risposta: l’ascolto e la prossimità precedono la  parola e la proposta.

«La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna» (Evangelii gaudium 165).

Le chiese vuote: monito di ciò che potrebbe accadere molto presto

Durante i giorni del Covid Vita e Pensiero ha pubblicato un testo prezioso di un teologo,Tomáš Halík, della Repubblica Ceca, il Paese europeo certamente più ateo. “Il segno delle chiese vuote”, è il titolo, eloquente, del piccolo volume. 

Halik, un tempo consigliere del presidente Vaclav Havel, si chiede se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, e il loro possibile futuro 

se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso.

Abbiamo pensato troppo a convertire il “mondo” e meno a convertire noi stessi, che non significa un mero “migliorarci”, ma un radicale passaggio da uno statico “essere cristiani” a un dinamico “divenire cristiani”.”

Una bella domanda. Sarebbe il caso, anche qui in terra bergamasca, di cominciare a dare alcune risposte.

  1. Ciao, ho letto con interesse questo articolo. Ho 50 anni e li ho vissuti da laico impegnato in parrocchia ed in missione,pur dedicandomi a famiglia e lavoro. Da un paio d’anni sto vivendo una separazione coniugale, in questo momento difficile mi sono sentito ai margini della mia comunità, che mi giudica e propone un modello di celibato che mi sembra punitivo, fuori dalla realtà e lontano dalle logiche del vangelo.
    Così adesso che vedo la chiesa da fuori mi chiedo: se non sa dare risposte accoglienti, se ci chiede di avere fede in paradigmi scontati e ormai smentiti dalla scienza, che futuro può avere?
    Secondo me c’è bisogno che ripensi profondamente il proprio messaggio…
    Mario

    1. Caro Mario
      Sono anche io un cinquantenne separato ma come scrive il Vangelo se chiedi e bussi ti sarà dato.
      Proprio nella tua chiesa Bergamasca è nata e vive una comunità di persone accogliente sensibile e preparata per le persone separate.
      Ti invito a cercarle… ne sarai felicemente meravigliato!

      1. Ecco dove proprio bisogna cambiare! Ti invito a cercarle??? E’ la comunità di persone accogliente sensibile e preparata che dovrebbe avere il desiderio, l’impulso irrefrenabile di cercare le persone (uscire) nelle situazioni di bisogno!!!

        1. E’ pur vero, cara Stefania, che la verità sta nel mezzo: niente può giovare al tuo momento doloroso, se non essere per primi convinti e consapevoli per tua spontanea volontà, nel volere chiedere aiuto. Dobbiamo anche percepire quel senso di vergogna che ci fa sentire emarginati per ciò che ci è accaduto e che ci allontana dal voler essere in qualche modo aiutati e compresi! La separazione deve essere elaborata come un lutto, soprattutto quando la si subisce e non è facile per chiunque, saper trovare subito la strada da percorrere. Da genitrice ,ho avuto lo stesso turbamento quando il matrimonio fra i due coniugi è risultato un fallimento, ma di certo la mentalità corrente della comunità in generale, non l’ha percepito come un dolore condiviso ma una faccenda che ormai è all’ordine del giorno! è difficile quindi entrare nei panni altrui, soprattutto quando si è esposti in posizioni di responsabilità nella tua comunità parrocchiale! Se desideriamo avere sostegno, facciamo per primi il passo di “inizio”, poi si verificherà in cosa e come qualcuno vuole esserti d’aiuto! A te sempre l’ultima scelta! ciao

  2. Questa faccenda delle chiese vuote mi lascia sempre perplesso, anche perche’, senza celebrazioni e in alcune ore dei giorni feriali le chiese saranno sempre vuote di persone e, da una parte, e’ pure giusto che sia cosi’. Poi , per fortuna, ci sono non solo le messe e le celebrazioni, ma anche , per esempio, le Lectio Divinae, i campi di studio e di lavoro, i ritiri spirituali , gli esercizi ignaziani etc.
    Certo , siamo ancora lontani dagli anni successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II quando, sempre per fare un esempio, gli adolescenti non solo nonsmettevano di frequentare la chiesa appena espletato il sacramento della Cresima come si fa oggi, ma della chiesa divenivano addirittura gli animatori principali. In ogni caso , inaccettabile come la loro stessa esistenza , la tesi della marmaglua clerico-fascista che parla di ‘ svuotamento’ delle chiese dovuto al ‘ traditore della fede’ Papa Francesco.

  3. Manca da tempo una chiesa carismatica dove ai laici vengano riconosciuti e coltivati i propri carismi.Basta con i laici non preti. Ci sono laici migliori ma non sapete di averli. Non voi avete tutti i carismi ma dovreste avere la sintesi dei carismi e incoraggiare ad esdercitarli. Un passo indietro non vi farebbe che un gran bene. Dai coraggio

  4. “brancolare nel buio”: ditemi chi nella situazione attuale planetaria, non si senta del tutto spaesato, navigando in un mare piene di incertezze, dubbi e momenti alternati da speranze illusorie, a disperati e angosciosi sentimenti di un futuro per niente scontato! Quindi, anche i preti che hanno la responsabilità di comunità sempre più variegate e sempre meno “religiose”, si debbano porre nelle condizioni che ciascuno di noi subisce ogni istante e sempre di più! Vivere profondamente ed intensamente la quotidianità senza progettare chissà cosa, sapendo che sta a noi continuare il nostro cammino terreno, ponendoci delle domande le cui risposte vengono suffragate da quell’interiorità che ci spingerà a scegliere! Non strappiamoci i capelli,… pensiamo ogni volta che incontriamo un Essere Umano, di avere nei suoi confronti un atteggiamento positivo, di reciproco rispetto misurandoci nell’umiltà di servire, senza arroganze e con spirito da veri cristiani! Ogni tunnel, seppur lungo, prima o poi, farà intravedere lo spiraglio di luce che ci darà la forza per continuare, accettando le pietre d’inciampo, senza esserne del tutto travolti! La Speranza è l’ultima a morire…speriamo!

  5. La promessa di un’acuta “futura” non è più un deterrente per comportamenti r pensieri diversi dalle prassi religiose. In chiesa ci vanno persone che in qualche modo le condividono, le altre, che sono la maggioranza, sono estromesse o si autoestromettono perché si sentono giudicate e condannate. I preti sono sempre meno e soli,perché è vietato per loro avere famiglia. Anche confessarsi spesso è impossibile e se uno ci riesce è a tempo. Praticamente come farsi una doccia col gettone. Se il cattolicesimo non si scuote da qualche infrastruttura è destinato a diventare una telenovela per vecchiette di RadioMaria.

  6. Si, è vero, ci sono tante chiese vuote ma ci sono anche luoghi frequentati da migliaia di persone ogni anno che sono capaci di tessere legami, di parlare alla cultura contempornea, di lasciare aperte le domande, di guardare in faccia le ferite delle persone senza giudizio e con tenerezza. La nostra Chiesa certe volte sa essere un vero macigno. Dovrebbe ritrovare leggerezza e soprattutto far cadere i muri tra preti e laici, tra persone regolari e i “marchiati” di irregolarità, come la sottoscritta che ha subito un divorzio. Le Parrocchie, i monasteri, le comunità religiose possono diventare uno straordinario segno di fraternità per l’uomo di oggi attraverso esperienze di vita comune, nel rispetto dei propri carismi – ma se ognuno si tiene stretti i propri quattro mattoni fra poc,o tra questi quattro mattoni, risuonerà solo il silenzio. Ci sono luoghi nuovi dello Spirito: la fraternità di Romena in Casentino, il Monastero di San Magno a Fondi e tanti altri. Perché non andare a visitarli e soprattutto chiedersi – e questo messaggio è per i preti – perché i laici vanno lì e non nelle loro Parrocchie? Poi c’è il problema di una Chiesa ancora coniugata quasi esclusivamente al maschile. E’ evidente che senza una reale partecipazione delle donne, ad ogni livello decisionale, la Chiesa che conosciamo oggi è destinata a evaporare.

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