Vita nelle parrocchie ai tempi del covid-19. Cerchi di parola a Campagnola

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato»

Eugenio Montale

In questo periodo di “convivenza con il covid-19”, in cui la pandemia, in modi diversi, è ancora molto presente nelle nostre vite, cosa sta accadendo nelle comunità? Quali iniziative si stanno mettendo in moto? Questa settimana presentiamo l’esperienza di Campagnola, dove per iniziativa del parroco, don Enrico d’Ambrosio, sono nati tre gruppi di ascolto e di cura reciproca, che riuniscono in tutto una quarantina di persone, in cui recuperare la memoria di quanto è accaduto, con tutte le ferite, il dolore, la rabbia e rimetterle in gioco in un cammino condiviso. Il tentativo, come dice don Enrico, è quello di “fare un salto per oltrepassare il buio”. Alla base la convinzione che “Non possiamo riprendere come prima senza far venire a galla il mare che abbiamo dentro, con i suoi relitti e i suoi tesori”. L’idea è ripartire dalle relazioni, creare un tessuto di cura reciproca, recuperare “quel pezzo di anima che ritmi troppo veloci ci hanno fatto perdere”. Don Enrico sta già pensando anche a un segno, un’installazione artistica da collocare nel quartiere a memoria di questo periodo. È importante “conquistare uno sguardo diverso sulla realtà, e non lasciare che le persone si sentano sole e smarrite”.

La nostra terra di Bergamo è stata drammaticamente, gravemente, profondamente colpita dalla pandemia. Solo nella città di Bergamo ci sono state 2200 vittime da Covid-19, oltre seimila in tutta la provincia. Ci sembra importante come programma pastorale partire dalle persone, offrire loro uno spazio per dare voce al dolore perché sia riconosciuto e da qui si possa ripartire insieme.
Un dono fragile e prezioso si è affidato e consegnato l’uno all’altro nella prima serata dei “Cerchi di parola”, così delicata, densa e intensa, intrisa di dolore e di dolcezza. Grazie a quanti hanno accettato il rischio della fiducia nel raccontare qualcosa di sé del tempo che è stato vissuto e patito nei mesi scorsi e di come ci si sente oggi. E questo ancora una volta ci ricorda che siamo interdipendenti, insieme esposti e insieme possiamo affidarci in una reciproca cura. Nello spazio di una chiesa vuota si è respirata tutta la sacralità di questo spazio d’incontro mentre prendeva corpo un ascolto profondo, empatico, pulito. Il percorso iniziato potrà consentire a ciascuno il passaggio dalle storie individuali a una memoria e storia collettiva capace di radicare nel nuovo le nostre comunità. La via della mediazione umanistica (di cui l’ispiratrice e fondatrice è Jacqueline Morineau) non mira alla risoluzione del conflitto, ma nel suo riconoscimento possibile ad aprire un nuovo sguardo, un processo di trasformazione e di cambiamento di noi stessi. «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti». Sentirsi autorizzati nell’esprimere il proprio dolore, i propri dubbi le proprie domande, con libertà e senza giudizio. Nella consapevolezza che “Se hai trovato una risposta a tutte le tue domande, vuol dire che le domande che ti sei posto non erano giuste”. (Oscar Wilde).
Guardare il dolore (proprio e dell’altro) a occhi chiusi è restare in superficie. Per scendere in profondità il dolore va guardato a occhi aperti per saperlo accogliere e riconoscere. È importante che le persone possano raccontarsi e sentire la verità in quanto è accaduto. Le vittime hanno bisogno di sapere una tale verità e di poter gridare il proprio dolore. Una volta che il dolore è stato detto e riconosciuto, in termini di cura reciproca, di ammissione e assunzione delle proprie responsabilità; una volta che la domanda di giustizia e verità è stata accolta – anche a livello istituzionale – e qualcuno ha chiesto e dato il perdono, allora, soltanto allora il dolore potrà essere lasciato andare; potrà essere liberato da ciò che ancora lo tiene recluso. Potrà essere sciolto ciò che ancora rimane legato.
Il percorso promosso dalla parrocchia di Campagnola si è reso possibile grazie alla co-progettazione e presenza dei mediatori dell’Ufficio di Mediazione Giustizia Riparativa di Bergamo. Ai percorsi vi hanno aderito una quarantina di persone. insieme a persone della comunità di Campagnola vi partecipano anche altri di diversa provenienza: Boccaleone, Azzano San Paolo, Seriate, Cenate Sotto, Grezzago, Vimodrone, Madone…
Un segnale che quanto si sta cercando di porre in atto coglie nel segno e dice quanto sia comune a molti e diffusa la domanda di poter prendere parola, di dare parola e vedersi restituire la parola. Questa, ci pare, la cosa più sentita e avvertita da ciascuno perché nessuno si senta e si trovi solo nell’affrontare questo tempo. Insieme si può ripartire e radicarci nel nuovo.

“Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Immuni_italia
  1. “Eugenio Montale” di cui memoria fu premiata Alda Merini e, con altrettanta validità di merito, ad un prete salesiano che la mia famiglia si onora(don Onorino)di avere fra parenti stretti… è l’approccio più vicino a quanto dobbiamo affrontare in un periodo che è stato molto doloro e difficile per tanti e che ci vedrà immersi ancora per molto tempo. Immagino come nella mia comunità,si fosse svolta se fosse stata invitata ai “cerchi di parola” e con quali persone che avessero colto questa occasione di condivisione del dolore, ma soprattutto nel prendersi cura vicendevole, senza cadere nel vittimismo o per assurdo, come se quel “dolore” fosse passato sopra di loro senza lasciare alcun segno, negandolo prima che alla comunità intera, a loro stessi! Nel periodo di isolamento, ci fu anche un vero e proprio “silenzio tombale” e i famigliari deceduti, tenuti nascosti, per non contagiare la mente, oltre che il fisico nella stessa paura di dover essere “confinati” come “untori”, portando fuori luogo la parola” cordoglio”! Abbiamo saputo della perdita dei famigliari per alcuni di noi, molto dopo, quando era quasi superfluo condividerne il dolore e che, in questa opportunità di “parola”, ci renderebbe più forti nell’affrontare e condividere un dolore che abbiamo provato tutti nelle ansie e nei tormenti che ancora non ci vogliono lasciare… Temo che una certa solitudine di fondo rimane e che dovremmo oltre che dare speranza, avere qualche segnale in più di vicinanza vera e non di sole parole! grazie per l’ascolto e buona continuazione nel “cammino della speranza”

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