Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600.

“Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600” (2 marzo – 25 luglio 2021) raffinata esposizione  che esalta il genio femminile nell’arte presso le sale di Palazzo Reale a Milano, per ora è visitabile solo virtualmente (www.lesignoredellarte.it/art-live) a causa delle restrizioni sanitarie. Nella mostra vengono esaltate l’arte e gli incredibili percorsi di trentaquattro artiste, che si riscoprono attraverso oltre 150 opere, a testimonianza di un’intensa vitalità creativa tutta al femminile, in un singolare racconto di appassionanti storie di donne antesignane, coraggiose, quindi già moderne.

Artiste note come Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, ma anche quelle meno conosciute al grande pubblico come Fede Galizia, Giovanna Garzoni e le nuove scoperte, come la nobile romana Claudia del Bufalo, che entra a far parte di questa storia dell’arte al femminile. Non mancano alcune opere esposte per la prima volta come la “Pala della Madonna dell’Itria”di Sofonisba Anguissola, realizzata in Sicilia, a Paternò, nel 1578 e mai uscita prima d’ora dall’isola.

La mostra, che è parte del palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano, promossa dal Comune di Milano-Cultura e realizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, con il sostegno di Fondazione Bracco e Catalogo Skira, è curata da Anna Maria Bava, Gioia Mori e Alain Tapié, e le opere selezionate provengono da 67 diversi prestatori, tra cui le gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco, la Galleria nazionale dell’Umbria, la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino, la Pinacoteca nazionale di Bologna, il Musée des Beaux Arts di Marsiglia e il Muzeum Narodowe di Poznań (Polonia).

Un’esposizione imperdibile, perché offre al visitatore una prospettiva particolare per osservare e riflettere su un’epoca in cui essere donne artiste non era soltanto una sfida professionale ma anche e soprattutto sociale. 

«La mostra, attraverso il racconto delle storie personali delle artiste, guarda al ruolo da loro rivestito nella società del tempo, al successo raggiunto da alcune di esse presso le grandi corti internazionali, alla loro capacità di sapersi relazionare, distinguere e affermare trasformandosi in vere e proprie imprenditrici», dichiara Anna Maria Bava, con la quale dialoghiamo della grandiosa abilità compositiva di queste pittrici.

Figlie, come Marietta Robusti, primogenita del Tintoretto, mogli, sorelle di pittori come Chiara Varotari, sorella di Alessandro, noto anche come il Padovanino, o a volte donne di religione. Le pittrici sfidano l’universo dell’arte “al maschile” apportando al contempo una sensibilità femminile attraverso i ritratti, la produzione religiosa, mitologica e di genere? 

«Tra il Cinquecento e il Seicento assistiamo a un momento in cui le artiste riescono ad avere un proprio ruolo anche all’interno del panorama figurativo, che solitamente è un panorama figurativo maschile, riuscendo ad emergere in diversi campi, a partire da quello del ritratto e dell’autoritratto. Ma le artiste non si fermano solo a questi generi, si rivolgono anche alla produzione religiosa, profana e di figure femminili di particolare importanza o simboliche, dove le artiste si nascondono o si rivelano. Alcune di loro sono pittrici cresciute all’interno di una particolare sensibilità artistica e hanno sviluppato un proprio modo di vedere le cose. Per esempio, Lavinia Fontana diventerà la ritrattista delle nobili donne bolognesi. Pittrici quindi che incominciano ad avere un proprio ruolo all’interno della società, che può essere un ruolo all’interno di un convento religioso o all’interno di una corte italiana o europea».

Tra le eroine in mostra domina per celebrità la figura di Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, icona ancora oggi di consapevolezza e rivolta, artista e imprenditrice. È stata la vita stessa di Artemisia a suggestionare l’immaginario collettivo o le sue magnifiche opere parlano al posto suo? 

«Da giovane Artemisia subisce uno stupro e ciò ha colpito l’immaginario collettivo, episodio violento che condiziona la vita della pittrice. È sbagliato fermarsi solo a quest’aspetto, anche perché Artemisia reagisce immediatamente a quello che le accade, riuscendo, attraverso la propria arte, a esprimersi al meglio. Le sue sono opere meravigliose, di forte impatto visivo, che nascondono la sua sensibilità e quello che ha vissuto e affascinano corti, committenti. Artemisia, donna di primo piano e di valore, imprenditrice di sé stessa, la quale nonostante l’episodio di stupro e il successivo, doloroso, processo, riuscirà a vivere una grande passione. Artemisia si sposerà subito dopo la fine del processo con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, un pittore di modesta levatura, ma l’amore della sua vita sarà un altro, un aristocratico, Francesco Maria Maringhi. Nelle sue opere si legge la violenza, ma anche la passione. Le opere di Artemisia ci incantano per tanti motivi, dipinti affascinanti dal punto di vista della composizione, dei colori, dei panneggi, delle espressioni. Colpisce la sua capacità di cogliere gli affetti dietro ai personaggi, c’è questa attenzione alla fisiognomica, alla personalità dei personaggi, sensibilità che hanno anche le altre pittrici. In mostra è presente, tra i tanti dipinti di Artemisia, anche la “Maddalena penitente”, olio su tela conservato presso il Museo Correale di Terranova di Sorrento, opera malinconica che sottolinea gli affetti e i sentimenti della pittrice, che rivivono in una santa che si trasforma così in una donna “normale”, quindi caravaggesca. Una santa che abbandona la sua sfera religiosa per diventare una donna afflitta, che reca con sé tutta la sua sofferenza. Grande è stata la capacità di Artemisia Gentileschi di trasformare i sentimenti in pittura». 

Per conto di Fondazione Bracco, è stata effettuata un’indagine diagnostica a cura della Prof. Isabella Castiglioni dell’Università di Milano, che ha riguardato il “Ritratto di Carlo Emanuele I Duca di Savoia” di Giovanna Garzoni, pittrice miniaturista ascolana del ‘600, un olio su pergamena di proprietà dei Musei Reali di Torino. Cos’è l’imaging diagnostico? 

«Sono state fatte delle indagini che permettono di vedere cosa c’è sotto l’opera, per capire come l’artista abbia eseguito l’opera stessa. Capire se ci sono dei disegni preparatori, quali sono i pigmenti utilizzati, in che modo sono state eseguite le pennellate di colore. Le indagini su questa pergamena, supporto già di per sé prezioso, hanno permesso di capire cose molto interessanti. Esisteva un disegno preparatorio raffinato ed elegante, la Garzoni ha usato nei suoi pigmenti l’oro, l’argento, le lacche, la sua è stata una tecnica molto raffinata, sia nei ritratti sia nelle “nature morte”, che ha avuto successo presso le corti, in questo caso quella dei Savoia, a Torino, tra il 1632 e il 1637. In seguito Giovanna si sposterà a Firenze, presso la corte di Ferdinando II de’ Medici (1642-1651), dove svilupperà con successo la produzione di “nature morte” ». 

“Le Signore dell’Arte” racconta tante storie, come le esistenze vissute fra le mura dei conventi della fiorentina Plautilla Nelli, della piemontese Orsola Maddalena Caccia e della romana Lucrina Fetti.  Ce ne vuole parlare? 

«Una sezione della mostra è dedicata alle artiste che crescono nei conventi, le quali oltre a dedicarsi alla preghiera, rivolgono la loro attenzione anche alla pittura. La mostra parte dalla bolognese Caterina de’ Vigri, che nel Quattrocento si dedicò alla miniatura, per poi passare alla fiorentina Plautilla Nelli vissuta nel Cinquecento, molto interessante per la diffusione dell’immagine e dell’effige di Santa Caterina da Siena. Lucrina Fetti, sorella del più celebre Domenico, noto come il “Mantovano”, che entrò nel convento di Sant’Orsola a Mantova. Nel Seicento Lucrina, oltre a dedicarsi a dipinti religiosi, si dedicò alla rappresentazione di ritratti delle grandi donne della famiglia Gonzaga. In mostra c’è il “Ritratto dell’imperatrice Eleonora Gonzaga” (1622), bellissima immagine della donna in abiti sontuosi. Orsola Maddalena Caccia, nata a Moncalvo alla fine del Cinquecento, allora appartenente al Ducato di Mantova, figlia del pittore Guglielmo detto il “Moncalvo”, dapprima religiosa presso il convento delle Orsoline di Bianzè, poi per volere paterno, insieme alle tre sorelle, trasferita nel monastero di Moncalvo che il padre fece erigere per le figlie. All’interno del monastero c’era una sala adibita alla pittura, che fece diventare il monastero un centro pittorico e culturale. Suor Orsola Maddalena, badessa del monastero di Moncalvo, che aveva imparato il mestiere nella bottega paterna, si firmava con dei fiori, elementi simbolici. Garbata artista che seguiva i dettami della Controriforma nella traduzione delle immagini religiose, la badessa fu anche una abilissima pittrice di “nature morte” ».

In mostra è presente la “Pala della Madonna dell’Itria” (1578) di Sofonisba Anguissola. Ce ne vuole parlare? 

«La Pala è stata oggetto di un importante restauro ed esce dalla Sicilia per la prima volta. Sofonisba era nata a Cremona nel 1532 dall’aristocratica famiglia piacentina degli Anguissola. Grazie al padre, l’artista ebbe parecchi incarichi importanti, che la portarono in Spagna, alla corte di Filippo II, come dama di corte della regina Elisabetta di Valois, dove Sofonisba fu ritrattista della famiglia reale fino alla morte della sua protettrice. Sposatasi con un nobile siciliano, Fabrizio Moncada, Sofonisba si trasferì in Sicilia, nel palazzo dei Moncada a Paternò, dove dipinse la Pala. Molto probabilmente l’immagine della Madonna nasconde un bellissimo ritratto della stessa Sofonisba. Particolare curioso dell’opera: mentre  due monaci portano sulle spalle una cassa con sopra la Madonna con il Bambino, sullo sfondo in lontananza si vede il mare con due caravelle. È probabile che ciò si riferisca alla morte per annegamento di Fabrizio Moncada, avvenuta da poco tempo. Una Pala quindi che racconta molte cose, sia la storia della Madonna dell’Itria sia il triste evento, che ha reso vedova la pittrice, sia il volto della stessa Sofonisba».