Il voto a sedici anni? Prima occorre occuparsi dell’educazione e del welfare

Pare che se un leader politico, o aspirante tale, voglia darsi una postura di innovatore audace e coraggioso, proiettato verso il futuro luminoso, cui tutti noi aneliamo, giovani e anziani, sia obbligato a evocare il voto ai sedicenni. Lo fece Walter Veltroni nel 2007, in occasione delle primarie-gazebo del PD, lo imitò Matteo Salvini nel 2015, allorché propose una modifica costituzionale per consentire ai sedicenni l’accesso alle urne, lo seguì Beppe Grillo, che, demagogia per demagogia, abbassò l’età ai quattordicenni: “se possono guidare un ciclomotore, perché non possono votare?”. Secondo questa versione, pare che politica e motori siano un po’ la stessa cosa. Ultimo Enrico Letta, in occasione del suo insediamento al Nazareno. Lo hanno proposto anche intellellettuali serissimi quali Tito Boeri. In Norvegia, in Austria e in alcuni Länder della Germania il voto ai sedicenni è già riconosciuto. 

In effetti, i ragazzi a 16 anni sono già cresciuti in età, sapienza – tutta da verificare – e grazia, al netto dei brufoli. 

L’intenzione più evidente della proposta dei politici è quella di allargare la base elettorale. Oggi gli elettori sono circa 46 milioni e mezzo; i sedicenni/diciassettenni ne aggiungerebbero poco più di 1 milione. Solo che l’astensionismo sta crescendo, ben oltre il 40% degli aventi diritto.

Dunque, un gocciolone nel mare dell’astensionismo.

L’altra intenzione è quella di allargare la base sempre più ristretta della piramide dei loro partiti, che si sta trasformando, come quella demografica, in una botte: base ristretta, pancia larga, vertice stretto.

Ciò che ancora non si vede, tuttavia, è una politica verso le giovani generazioni. 

In primo luogo, per disporre di sedicenni che votano, bisognerebbe produrli. 

I dati forniti dall’ISTAT dicono che sta accadendo sempre di meno. Il trend italiano è basso da tempo. L’inverno demografico non è certo colpa del Covid. Finché non si fa una politica robusta di parità uomo-donna non tanto nelle segreterie dei partiti, quanto nei luoghi di lavoro, l’inverno è destinato a diventare sempre più lungo e gelido. Se le donne non possono conciliare maternità e lavoro, di figli ne nascono sempre di meno. Su questo terreno la resistenza conservatrice della società, delle aziende e della politica al necessario cambiamento del vecchio modello industriale di famiglia è, in realtà, la causa maggiore dell’infertilità italiana.

In secondo luogo: una volta prodotti, i sedicenni, perché dovrebbero aver voglia di gettarsi nella corrente viva della società e della politica? 

Qui la faccenda si fa delicata, perché si va necessariamente a vagliare la robustezza della catena pedagogica che parte dalla maternità/paternità e arriva fino all’educazione dei figli adolescenti. Riguarda, cioè, la tenuta educativa delle famiglie e della scuola.

Quale educazione genera quali figli? 

Sulla condizione educativa del nostro tempo è stato scritto e dibattuto copiosamente. Si intersecano espressioni quali “la morte del Padre”, “la morte di Dio”, “la morte dell’Autorità”, “la morte della Legge”, “nichilismo”. Massimo Recalcati ha proposto la quadruplice tipologia del figlio, riassumendo un dibattito cinquantennale, sviluppatosi soprattutto in Francia: l’Edipo, che uccide il padre per sostituirvisi nel suo talamo; l’ Anti-edipo, che si immagina senza padre, quale padrone assoluto del proprio destino; Narciso, che si propone quale padre di se stesso; Telemaco, che si pone nell’attesa e nella ricerca del padre che arriverà, forse… Si tratta di elaborazioni, che incrociano la letteratura e la psicanalisi, e forniscono, in ogni caso, delle categorie per descrivere lo spirito del tempo. 

È certamente stata la rottura degli anni ’60, nel passaggio dalla società industriale classica alla società post-industriale, a travolgere la struttura delle relazioni educative, su cui per millenni si sono fondate le società. Almeno qui in Occidente. Giacchè le società asiatiche, pur immerse nell’oceano dell’informazione, paiono conservare ancora la struttura confuciana delle relazioni familiari e comunitarie e sfidare la crisi educativa dell’Occidente.

Come che sia, la generazione delle nuove madri e dei nuovi padri, cresciuti in una temperie libertario-narcisistica, ha interpretato il proprio ruolo in modo residuale e inerziale rispetto ai figli, che oscillano tra l’Anti-Edipo e il Narciso. La società narcisistica è una società povera di relazioni, di comunità, di responsabilità. I sedicenni di oggi sono il prodotto di quelle generazioni post-sessantottine, ormai scivolate all’indietro nel ruolo di nonni. Naturalmente, la realtà educativa delle famiglie è assai più ricca delle categorie che la interpretano. 

Ma alcuni dati sono documentabili. Abbiamo a che fare con l’adorazione dei figli, che vengono protetti da ogni sfida, blindati dentro un’intercapedine di vuoto, che li isola dalla realtà. Questo spirito del tempo è stato immediatamente recepito nella scuola, nella quale ha preso a spirare sul finire degli anni ’60. Siamo passati in un battibaleno dal severismo al facilismo, tutto premi niente castighi, tutto aggiramento degli ostacoli, tutto corone senza spine.

Quale gioventù  viene generata? Per rendersene conto, basterà leggere l’intervista adorante che Teresa Ciabatti ha fatto  su “7-Corriere della Sera” a Francesca Calearo alias Madame, diciannovene cantante di successo a Sanremo. I testi delle sue canzoni – da Voce a Clito a Vergogna… – esprimono perfettamente l’idea della libertà assoluta, senza vincoli, senza responsabilità: la vita come autoinvenzione quotidiana proteiforme: “Questa sera mi vesto da madre. Madre della mia voce”… “Questa sera mi vesto da sposa. Sposa della mia voce”… 

La vita come esperienza del nulla quotidiano, il tempo come angoscia.

Se questa è la condizione prevalente dell’educazione in Italia e, forse, in Occidente, che cosa può fare la politica?

Essa non ha, per fortuna democratica, il potere di plasmare educatori e educandi.

Può fare, però, tre cose: riformare radicalmente il sistema pubblico di istruzione/educazione; riorientare le politiche di Welfare sulle donne e sulle famiglie; invertire la rotta catastrofica del debito pubblico, che finirà sulle spalle dei sedicenni di oggi.

Ma ce n’è una quarta cosa, che condiziona ogni altra, ai fini dell’orientamento delle giovani generazioni verso l’impegno civile e politico.  Se i partiti non costruiscono un’idea condivisa di Paese, se accreditano la percezione che destra e sinistra o ciò che ne resta sono impegnate in un interminabile duello mortale, se i politici si insultano senza posa sui mass-media, se sono incapaci di discussione ragionata e di verità, nessuna meraviglia che i giovani oscillino tra il disinteresse e il rifiuto. Se la politica non elabora un destino comune, perché i ragazzi dovrebbero aver voglia di votare a 16 anni?