Sono scappati. Hanno rischiato la vita in mille modi. Non solo profughi ma testimoni nelle parrocchie e nelle scuole

C’è chi, come Mohammed e Djawara, due ragazzi del Mali, è scappato dalla guerra e dall’arruolamento forzato. Chi ha avuto a che fare con gli jihadisti, come Mamadou: suo padre era un commerciante di prodotti cosmetici femminili e gli hanno bruciato il negozio. Si è trovato da solo, i suoi genitori sono morti, è fuggito.
I profughi che adesso vengono ospitati nei centri di accoglienza bergamaschi hanno viaggiato chiusi in cassoni strapieni di gente, su barconi male in arnese. Hanno rischiato la vita in mille modi diversi. Lo si legge nei loro sguardi, velati dal dolore e dalla diffidenza. La loro presenza non è solo un costo. Sono testimoni di quanto accade fuori dai confini del mondo occidentale, di quanto di solito possiamo vedere soltanto nei servizi dei telegiornali.
Ecco perché averli qui diventa un’occasione, alla quale scuole, associazioni, comunità del territorio si stanno dimostrando molto sensibili: «Ci sono parrocchie – sottolinea Bruno Goisis, presidente della Comunità Ruah, che gestisce i nove centri d’accoglienza affidati alla diocesi – che chiamano tutte le settimane per organizzare visite nei centri, momenti di preghiera condivisi, incontri con i ragazzi delle classi di catechismo, momenti interconfessionali di spiritualità, dibattiti. L’attenzione della gente è molto alta: siamo forse abituati alla migrazione, fa parte della nostra cultura, ma restiamo colpiti dalle modalità drammatiche con le quali si svolge in questo momento per chi è costretto a scappare dai Paesi d’origine a causa di guerre e persecuzioni politiche o religiose. Gli ospiti dei centri di accoglienza vengono chiamati ogni settimana anche nelle classi delle scuole medie e superiori per parlare ai ragazzi di che cosa accade: la fuga, i viaggi, gli sbarchi».
Così l’accoglienza non diventa soltanto ospitalità, ma una premessa per costruire un tessuto di relazioni a due sensi: i profughi ottengono aiuto e in cambio offrono la loro attività di volontariato ma anche la loro presenza alle iniziative promosse dal territorio; le comunità, grazie a loro, hanno l’occasione di allargare lo sguardo su ciò che accade nel mondo, di misurarsi con culture ed esperienze lontane, e così di dare un senso diverso a ciò che fanno quotidianamente. L’incontro tra persone, ognuna delle quali ha un volto e una storia, contribuisce a smontare il clamore mediatico nato intorno ai profughi e a mostrare l’inconsistenza delle polemiche politiche che alimentano la «guerra tra poveri», stranieri e no, e la paura reciproca.
Tra i timori più diffusi quello della crescita della criminalità e delle infiltrazioni del terrorismo, che finora a Bergamo si sono rivelati infondati: «Non c’è nessun territorio che ospiti i centri di accoglienza – afferma Bruno Goisis – che abbia detto che c’è stato un aumento di criminalità durante quest’anno. Dopo la paura iniziale se le comunità accettano di mettersi in cammino e di aprirsi nascono possibilità e incontri molto belli, anche se ovviamente alcune barriere restano».  La prossima estate sarà offerta ai giovani la possibilità di svolgere attività di volontariato nei centri che accolgono i profughi attraverso il Centro servizi volontariato: parteciperanno alle attività della scuola di italiano o all’0rganizzazione di momenti di socializzazione.