Santa Sofia sarà di nuovo un luogo di culto islamico. Intervista a Francesco Mazzucotelli, docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente

Dal 24 luglio, Santa Sofia sarà di nuovo un luogo di culto islamico. Nonostante siano passati più di dieci giorni, la scelta del Consiglio di Stato della Turchia non smette di alimentare malumore e
preoccupazione all’interno del mondo religioso, di quello accademico e, più in generale,
dell’opinione pubblica internazionale.

Antica basilica bizantina per quasi un millennio, Santa Sofia fu trasformata in moschea dal sultano Maometto II (dopo la conquista ottomana di Costantinopoli, avvenuta nel 1453), per poi essere infine riconvertita in museo, nel 1934, da Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della Repubblica turca.

Una decisione, quella ad opera della massima corte amministrativa della Turchia, sostenuta da tempo da Recep Tayyip Erdogan e che, secondo Francesco Mazzucotelli, docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente, presso l’Università degli Studi di Pavia, risulta perfettamente coerente con la propaganda politica che il presidente turco, alla guida dell’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), ha perseguito in questi ultimi anni.

Professor Mazzucotelli, Santa Sofia è stata prima basilica, poi moschea, infine museo. Qual è,
oggi, il suo valore simbolico e culturale? Cosa rappresenta nell’immaginario collettivo?


Santa Sofia è stata, per molti secoli, il cuore del cristianesimo ortodosso, per poi diventare, dopo il
1453 e per qualche decennio, la moschea imperiale dei sultani ottomani. È un monumento, quindi, che porta con sé profondi significati e che, storicamente, ha ricoperto un ruolo fondamentale all’interno di cristianesimo e islam. È il simbolo di una capitale (Bisanzio/Costantinopoli e Istanbul) che entrambe queste due grandi religioni hanno condiviso: è comprensibile, dunque, come l’imminente mutamento del suo uso abbia scatenato polemiche e dibattiti. Ovviamente, inoltre, c’è poi la questione artistica e culturale: giorni fa, la Diyanet (Presidenza degli Affari Religiosi), guidata dal mufti Ali Erbas, ha affermato come le rappresentazioni umane all’interno di Santa Sofia non costituiscano un impedimento allo svolgimento dei riti islamici e che affreschi e mosaici, durante gli orari di preghiera, saranno coperti e oscurati adeguatamente. Ad ora, però, non c’è nulla di certo.

Le inquietudini di molti, a fronte della decisione del Consiglio di Stato della Turchia, sono
dettate dal sentire religioso o c’è dell’altro?

Le preoccupazioni espresse dal Papa e dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo attengono alla dimensione religiosa e sono legittime e comprensibili. Ma è palese come le reazioni che si sono registrate in queste ultime settimane evidenzino la proiezione ideologica che viene fatta di questo luogo, che, ciclicamente, evoca nostalgie legate a due diversi imperi. E la religione, qui, si arresta, lasciando spazio alla politica, soprattutto a quella che si autodefinisce “identitaria” e che, con le proprie esternazioni stizzite, non fa altro che fare il gioco di Erdogan.

Quella di Erdogan e del Consiglio di Stato della Turchia è quindi una provocazione?

Innanzitutto, è bene ricordare come mai si è giunti a questo punto. Il Consiglio di Stato turco ha
dichiarato illegittimo il decreto governativo del 1934, che ha permesso la trasformazione di
Santa Sofia in un museo. Il Consiglio ha infatti decretato come non fosse stato lecito, all’epoca,
incamerare e nazionalizzare un luogo gestito da una fondazione caritatevole islamica (waqf), che, in quanto tale, godeva, quindi, di uno statuto particolare. Ad ogni modo, è evidente, anche solo per la curiosa tempestività, come, dietro questa decisione, si nasconda la volontà, da parte di Erdogan, di dichiararsi campione della nazione. I sondaggi realizzati nelle ultime settimane dicono che il sostegno alla trasformazione di Santa Sofia non proviene solo ed esclusivamente dagli ambienti super religiosi o tradizionalisti, ma anche da persone che mai si sognerebbero di votare Erdogan. I numeri sono sempre da prendere con le pinze, ma pare che il consenso dell’opinione pubblica si attesti al 75% e credo proprio che di questa percentuale faccia parte pure qualche oppositore. Ma si sa: la dimensione nazionale e nazionalista è rilevante nella società turca e la frustrazione verso quelle che vengono considerate ingerenze europee è alta, da qui parte un risentimento abbastanza diffuso verso l’Occidente. Il sottotesto espresso dalla decisione del Consiglio è perciò chiaro: la Turchia è una nazione sovrana e può liberamente fare quello che vuole. Anche i kemalisti, fra l’altro, paiono neutrali se non a favore della riconversione di Santa Sofia. A tal proposito, bisognerebbe ridefinire il concetto di laicità di Kemal Atatürk: sotto il suo governo, non venne mai negato che essere turco significasse essere anche musulmano e non fu l’identità religiosa, quindi, ad essere considerata un problema, bensì la minaccia che il clero poteva esercitare contro il potere centrale. È innegabile la modernità delle riforme attuate da Atatürk, ma ricordiamoci che, anche grazie al suo benestare, a seguito della guerra di indipendenza turca, viene stipulato, nel 1923, il trattato di Losanna: i musulmani che abitavano in Grecia vengono espulsi e mandati in Turchia; viceversa, i turchi cristiani vengono trapiantati in Grecia. C’è chi dice che, dopo anni di odio e massacri, non si poteva fare altrimenti. Sarà. Ma il principio su cui si sono basate le relazioni fra questi due stati è stato quello della pulizia religiosa. E ciò per tentare di dare vita a due stati omogenei. Questa idea non si armonizza molto con l’idea di laicità che abbiamo dello stato noi europei.

La decisione di Erdogan è mossa dal largo consenso, è volta ad acquisire una più ampia
popolarità o è solo un modo per distrarre il popolo turco dalla crisi economica che attanaglia
il Paese?

Questa decisione non è esattamente un fulmine a ciel sereno, è sempre stato un cavallo di battaglia di Erdogan. Se ne parlava da tempo e le prove generali, se così si può dire, sono state forse effettuate nel 2013, quando si è cercato di riconvertire la Santa Sofia di Trabzon (museo, ex
moschea e, ancor prima, chiesa cristiana) in luogo di culto islamico. Una vicenda travagliata, da un punto di vista legale, che si è conclusa, infine, in un nulla di fatto. Perché proprio ora questo
annuncio? Sicuramente, l’ipotesi del fattore economico può essere credibile: la Turchia si trova in
una situazione drammatica, in quanto non si è mai ripresa del tutto dalla crisi economica scoppiata durante l’estate del 2018, in cui è emerso tutto il carattere speculativo della bolla immobiliare. Poi è giunta la pandemia di Covid-19 che ha peggiorato la situazione. Penso inoltre al fattore politico. È vero che le elezioni saranno nel 2023, tuttavia Erdogan, per rimanere al potere, necessita di due cose: primo, continuare ad essere alleato dell’MHP (Movimento Nazionalista), partito di estrema destra, che fa parte dell’attuale maggioranza e, secondo, impedire che emergano figure note e popolari all’opposizione. Una di queste potrebbe essere, per esempio, Ekrem İmamoǧlu, il sindaco di Istanbul, che fa parte della minoranza kemalista. A dire il vero, però, in questi giorni, İmamoǧlu si è dichiarato favorevole alla riconversione di Santa Sofia. La realtà, quindi, come spesso accade, non offre contorni definiti. È prematuro, inoltre, riuscire a dire se la mossa di Erdogan sia causata dalla certezza di avere le spalle coperte o dalla necessità di recuperare terreno. C’è da dire che, settimane fa, due ex ministri del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, che, tempo fa, erano stati allontanati da Erdogan, sono rientrati in politica e hanno fondato due nuovi partiti. Uno è l’ex primo ministro Ahmet Davutoglu, l’altro è l’ex ministro degli esteri Ali Babacan. Non si sa se questi due movimenti saranno un flop o se, al contrario, cresceranno. È però forse sintomatico che, qualche giorno fa, è stata disposta la chiusura del campus dell’università Sehir, legata a Davutoglu. Il nervosismo politico è palpabile.


A cosa porterà la decisione di Erdogan?


Sicuramente, nel breve periodo, ad un picco di consensi. A medio e lungo termine, non lo so. Credo sia bene ricordare, infatti, come la Turchia sia ancora impegnata sul fronte libico e su quello siriano. C’è poi il contenzioso con Cipro, Libano e Israele a riguardo dei giacimenti di gas naturale; infine, c’è tutta la problematica dei migranti sul confine greco-turco, per non parlare del rapporto con gli Usa. Non so se la Turchia vuole veramente rischiare di rimanere completamente isolata. Ma si sa: i tempi delle polemiche sono diversi dai tempi delle grandi negoziazioni.

Erdogan ha affermato che le porte di Santa Sofia saranno aperte alla popolazione locale e agli
stranieri, ai musulmani e non. Cosa cambia, allora?

Da un punto di vista logistico, in Turchia tutte le moschee sono accessibili al pubblico, tranne che
durante gli orari di preghiera. Non ci sono, inoltre, norme particolari o stringenti, a parte togliersi le scarpe. Santa Sofia è però molto grande, consta di un piano terra e di un matroneo. Bisogna dunque capire come verrà concretizzata questa riconversione. Quale parte verrà adibita alla preghiera? I mosaici verranno coperti? L’arredo interno che fine farà? E l’illuminazione come sarà gestita? L’effetto della trasformazione dipenderà molto dal modo con cui la suddetta verrà effettuata. Ma, forse, sarebbe ora di perseguire un altro tipo di riflessione.

Quale?


La decisione del Consiglio di Stato dà fastidio perché viene fatta in maniera unilaterale e perché
attuata dopo secoli di incomprensioni reciproche fra cristiani e musulmani, in un periodo storico in cui basta un nulla per corroborare ataviche tesi all’insegna dello scontro fra civiltà. Nonostante tutte queste considerazioni, sarebbe utile porre una riflessione più ampia e profonda, sul rapporto fra contenuto e contenitore e sulla museificazione di determinati spazi: è veramente così sorprendente e scandaloso che certi luoghi adibiti alla preghiera vengano destinati, infine, ancora alla preghiera?
Cosa resta a una chiesa (o a una moschea) se si toglie l’elemento del culto? Rimangono le volte, le cupole, le decorazioni: è sufficiente? Certo, Santa Sofia ha un valore simbolico e culturale immenso e questo provvedimento dal tempismo inopportuno genera molto malumore. Ma trasformare in museo edifici come questo è davvero l’unica modalità accettabile ai fini della loro fruizione e conservazione? Ovvio, il patrimonio umano di Santa Sofia precede quello nazionale e religioso: se trasformarla in moschea significa distruggerne i mosaici, allora la decisione del Consiglio sarebbe inammissibile e ingiustificabile. Ma se, fatte salve alcune limitazioni di buon senso, ci fosse la possibilità di visita senza discriminazione alcuna, che male ci sarebbe? Una delle obiezioni principali che, in questi giorni, si sente a riguardo è: “Potrò ancora fare il turista?”. Questi luoghi devono necessariamente essere oggetto del turismo? Insomma: cosa dà veramente fastidio? Il fatto che, dal 1453, non si ha più una chiesa o che non si avrà più un museo da visitare? Con questa mia provocazione, non voglio certo banalizzare inquietudini e preoccupazioni, ma un dibattito più ampio sarebbe doveroso.

Esiste una soluzione?

Difficile a dirsi. Da parte di molti musulmani non c’è la capacità di comprendere che Santa Sofia,
per novecento anni, non è stata una semplice cappelletta, bensì una chiesa centrale per un pezzo di cristianesimo; simmetricamente, c’è una difficoltà, da parte di diversi cristiani, a capire che, prima di essere museo, Santa Sofia è stata, per cinquecento anni, una moschea. Personalmente, credo che, date le condizioni e la possibilità di scatenare l’odio religioso (o presunto tale), sarebbe opportuno non toccare il suo status attuale. Sarebbe un po’ come mutare il volto alla Città Vecchia di Gerusalemme.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.