Chiesa in uscita. Ma chi esce, e come? Le riflessioni di un prete

                                            

Incisiva, provocatoria, incoraggiante. L’espressione ormai nota di papa Francesco: la “Chiesa in uscita!” Invita i cristiani a non avvitarsi su se stessi, a non arroccarsi in un legnoso crogiuolo, tra l’inerzia che nasce dalla paura o dalla pigrizia e il vittimismo generato dalla diffusa indifferenza verso la fede e dalla più o meno velata persecuzione verso la religione cristiana

La Chiesa in uscita. In uscita verso gli uomini e la storia che essi impastano ogni giorno. Anche molti vescovi, in difetto di fantasia o in nome di una doverosa deferenza, fanno il verso al Papa e alla sua programmatica espressione nei loro interventi. L’uscita della Chiesa in effetti dovrebbe esprimere al meglio la sua missione e contribuire alla indispensabile fraternità, unico sentiero di ‘salvezza’ in un mondo malato, soprattutto nei tempi di una supplementare burrasca, quando la barca su cui tutti insieme siamo ospitati, traballa e rischia lo sfascio.

La Chiesa in uscita. Raccoglie, riproponendolo, nientemeno che il comando dato da Gesù Cristo agli apostoli: andate, andate in tutto il mondo! Quando ha scardinato le porte del cenacolo con il suo Spirito che abilita i mandati e li libera da ogni timore.

Comando rivisitato e rimandato nei suoi colori più attuali dal Concilio, in una delle sue più belle e pregnanti pagine, quale è la Costituzione Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

‘Uscendo’ siamo quindi in sintonia perfetta con il Vangelo e coerenti con il mandato missionario!

Ma se vogliamo dare concretezza a questo ‘uscire’ e non lasciarlo nel limbo di una semplice pur se significativa espressione, è necessario mettere sul tavolo due considerazioni speculari. Tanto ovvie da apparire banali, se non fosse che in certe realtà possono diventare drammatiche. La prima: per uscire è necessario che ci sia ‘dentro’ qualcuno. La seconda: che uscendo uno abbia qualcosa di significativo da offrire. Tradotto in uno sguardo alla Chiesa: è indispensabile che essa sia ancora abitata e che gli abitanti abbiano la consapevolezza del decisivo incontro con Gesù Cristo in ordine  al senso della vita e della vocazione battesimale nell’edificare la comunità. Solo così si potrà uscire, e non a mani vuote o con parole inascoltate, ma per essere “sale e lievito” della storia umana secondo il disegno del Signore. E solo così l’altro invito del Papa ad essere ‘accoglienti, ospitali e fraterni’ troverà una traduzione convincente e una testimonianza fors’anche efficace.

Tradotto in moneta nell’oggi: è tempo di rivisitare in modo radicale i percorsi di accoglienza e di cura, di iniziazione alla fede e alla vita cristiana delle nostre comunità. Per i ragazzi e gli adulti con loro, senza nostalgie e riproposizioni di stile, tempi,  metodi e contenuti oggi inefficaci, come la realtà dimostra.

E’ tempo di una formazione forgiata con la Parola, con la contemplazione orante, con esperienze vive di comunità. Aperta a tutti, ma senza attardarsi sui numeri; centrata non tanto su ‘dottrine’, ma sui due pilastri essenziali: il volto’ di  Gesù  Cristo e la ‘porta’ della chiesa.  Due elementi portanti per una vita cristiana nella sua essenzialità. Sui quali potrà reggersi un più completo edificio di fede, nella misura in cui uno avrà percepito il bello del vivere secondo Cristo e il bello del vivere in comunione con gli altri. Una fede consapevole e matura per una vita ‘originale’.

Anche qui siamo aderenti al Vangelo, dove sta scritto che quel Gesù che chiamò i discepoli per “mandarli”, prima ancora li chiamò “perché stessero con Lui”. In un ‘noviziato formativo’, così che il loro ‘uscire’ fosse apportatore della novità evangelica, per un servizio agli uomini originale e creativo.

I santi sono, nel corso dei secoli, testimoni di questa pedagogia, vissuta su se stessi e proposta attraverso le loro svariate opere di promozione umana, animate dalla  costante compagnia con il Signore Gesù.

In caso contrario, e così oggi tanti leggono la Chiesa e solo per questo a volte la apprezzano, essa non risulta dissimile da una azienda operosa, ma semplicemente erogatrice di servizi, un Ente benefico, come ancora ammonisce il Papa stesso, mettendo in guardia la Chiesa nel suo modo di operare nella società. Tutto buono, ma non da gente che ‘esce’ secondo un mandato che non copre solo le immediate esigenze dell’uomo, ma che dà motivi di risposta alla ricerca di senso nella vita, nella luce e con la forza della salvezza operata da Cristo, che copre tutto l’uomo nelle sue speranze più profonde e negli inderogabili interrogativi sull’orizzonte della vita.

Sulla scorta appunto di Gesù per i quale le ‘opere sociali e fraterne’ di guarigione e conforto erano ‘segni’ di ben altro. Appunto quel ‘bene altro’ e compiuto che è il proprio della salvezza da Lui operata e da Lui affidata alla Chiesa come missione nei confronti dell’umanità di ogni tempo.

E se vogliamo stare nel momento presente, a modo esemplificativo, ci sta una Chiesa della consolazione attraverso la vicinanza e la preghiera, come è stato fatto in modo abbondante; ci sta una Chiesa della caritas dai pacchi alimentari e dalle bollette pagate per un necessario sostegno della momentanea speranza, Ma dobbiamo chiederci se la Chiesa non rischi di essere carente proprio nell’offrire la carità del Vangelo della vita, del senso del vivere alla luce della fede, una fede più che mai incarnata e illuminante l’oggi e il domani nei suoi vari passaggi di croce e di risurrezione. Nell’annunciare appunto una ‘salvezza’ che si realizza non solo attraverso i desiderati vaccini offerti  alla salute del corpo, ma con il ‘vaccino’ divino, offerto alla salute dell’uomo. Forse mai come oggi l’umanità ha bisogno, pur se non sempre con piena consapevolezza, del ‘vaccino’ del Vangelo nella sua essenzialità, integralità e originalità. E la Chiesa, operando, non venga fraintesa nella sua missione, semplicemente mescolata ad altre, pur apprezzabili, aziende solidaristiche nella sua pur indispensabile attività caritativa. Impoverendo però il suo essere segno efficace di una salvezza globale.

Solo allora saremo ‘in uscita’ con mani e cuore colme non tanto del nostro bene, ma di… ogni ben di Dio. Solo allora daremo senso nell’uscire a parole d’ordine come ‘accoglienza, ospitalità, fraternità’, come è desiderabile per manifestare un volto bello  della Chiesa. Ma un senso compiuto, non parziale, slavato, fragile. Per averle esperimentate nella comunità anche prima  di… uscire, nella logica del Vangelo e con  la forza dello Spirito di Cristo. Che rinnova la Chiesa in ogni tempo e che la sospinge nella sua missione.

don Leone Lussana

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