I ragazzi del Patronato di Sorisole: un luogo che accoglie e genera speranza

Venti ragazzi. Tre piccole comunità. Passi che si incrociano in un posto che accoglie e genera speranza. Storie diverse, segnate dalla fatica ma ricaricate per tornare a spiccare il volo e conquistare l’autonomia. Sono quelle che abitano la comunità per minori del Patronato san Vincenzo di Sorisole. Un’esperienza a cui don Fausto Resmini lavorò sin dall’inizio del suo ministero, cresciuta negli anni e ora coordinata da Roberto Pominelli, che inizia a tracciarne i tratti essenziali. 

“I ragazzi sono organizzati in un gruppo da dieci e due da cinque, coordinati da un’equipe multidisciplinare, con il coordinatore, uno psicologo e degli educatori. Alcuni di loro sono minori stranieri non accompagnati, che hanno affrontato un viaggio migratorio, arrivano in Italia senza la famiglia, quindi senza un maggiorenne che possa prendersi cura di loro. Ci sono poche situazioni di civile amministrativo (casi di allontanamento dalla famiglia dettato dal tribunale per problematiche varie) e alcune del penale: ragazzi che hanno commesso reati e secondo la legislazione della giustizia minorile hanno la possibilità della comunità per la prima fase di custodia cautelare; se ci sono le condizione, si può poi avviare un percorso di messa alla prova come possibilità alternativa alla pena, un percorso il cui buon esito comporta l’annullamento del procedimento giudiziario”.

Dietro ciascuno di queste situazioni c’è quindi un lavoro di rete con le istituzioni del territorio. “Per i minori stranieri non accompagnati lavoriamo in collaborazione con i servizi sociali dei Comuni dove vengono trovati i ragazzi, che nel 90% dei casi è il Comune di Bergamo: si condivide con i servizi sociali il percorso. Per il penale siamo in collaborazione con i tribunali per minori di Brescia e Milano. Per ogni ragazzo viene definito un piano personalizzato”.

Lo stile con cui si lavora è quello tracciato da don Fausto. “Lavoriamo molto sul concetto di accoglienza. Innanzitutto diamo molta disponibilità alla pronta accoglienza: le forze dell’ordine sanno che possono fare affidamento su di noi per la prima accoglienza a qualsiasi ora del giorno e della notte.  Questo stile si declina anche con l’accompagnamento del ragazzo preso in carico a prescindere dal motivo per cui è stato inserito in comunità. Dietro di loro ci sono storie di sofferenza, esperienze andate storte, ma il tentativo è di far sentire tutti accolti per iniziare un percorso rivoluzionario di crescita personale, superare la difficoltà e costruire un percorso di ripartenza”.

Il cardine del percorso è la vita di comunità: tutto parte infatti stando insieme. “La struttura è fondata sulla vita comunitaria come strumento di confronto e crescita: si tratta di abituarsi e mediare le esigenze di ciascuno, ma anche prestare attenzione ai bisogni e alle particolarità dell’altro, sia per i ragazzi sia per gli educatori. È importante proprio la gestione del quotidiano: attenzione verso la propria casa e la propria persona, rispetto dei patti comuni che si condividono, e anche mantenere gli impegni scolastici o dell’attività interna”. Tra i ragazzi, infatti, c’è chi frequenta la scuola o un’esperienza lavorativa fuori e chi invece è impegnato nei laboratori della comunità. E accanto a questo si aggiungono altri impegni. “Abbiamo anche sguardo verso l’altro come carità: spesso i ragazzi svolgono attività di volontariato, anche attraverso il servizio Esodo. Siccome siamo accoglienti cerchiamo di insegnare anche ad accogliere”.

Nella differenza delle situazioni, si cresce insieme. “I gruppi sono misti per dare a tutti la possibilità di confrontarsi con la diversità e gestirla in modo costruttivo. Ci sono ragazzi che sono appena arrivati e non parlano una parola di italiano: ognuno dà una mano all’altro nei suoi punti di forza per poter crescere. L’educatore si inserisce in questo come figura adulta che con l’esempio, l’accompagnamento e la cura cerca di innescare un meccanismo trasformativo che è proprio del ragazzo. Diamo, infatti, molta fiducia al ragazzo e lo coinvolgiamo nel suo progetto”.

I ragazzi ospitati sono venti e, a meno di situazioni di emergenza ma comunque temporanee, il numero resta più o meno questo. Arrivano qui generalmente tra i 15 e i 18 anni e, una volta raggiunta la maggiore età, possono continuare il loro cammino nell’area maggiorenni sempre nella comunità di Sorisole. In un cammino che mira, però, alla loro autonomia. “L’obiettivo del percorso è approfittare del momento in cui la loro vita, per una ragione o un’altra, si è dovuta fermare per essere presa in mano, rendere questo tempo una possibilità di riflettere e ripartire. L’obiettivo è sì accogliere, ma anche promuovere l’autonomia, uscire dalla comunità e ripartire con una vita da vivere in maniera più arricchita”.