Esame di Stato: è ora di cambiare formula. Quanto conta il “capitale umano”

Con la stessa regolarità astronomica con cui ogni anno arriva il solstizio d’estate, così appaiono, in coincidenza, proposte, discussioni e polemiche sull’esame di maturità o, come si dice ora, sull’Esame di Stato. Ha ancora un senso? Abolirlo? Mantenerlo, ma cambiandone le regole di svolgimento?

Perché queste fatalità? Perché la formula “esame di maturità” non regge più. Il 2024 sarà il primo centenario della sua istituzione da parte di Giovanni Gentile. Per la storia: al primo esame di maturità fu bocciato il 74% dei maturandi, i genitori scesero in piazza, ci furono tumulti e morti. 

In ogni caso e in breve, l’ordinanza del Ministro Patrizio Banchi prevede una prova in presenza, definita maxi-orale, fondata su un elaborato del candidato (scritto o multimediale) a partire dalle materie di indirizzo, tempo un mese per prepararlo, con la collaborazione di almeno un docente di riferimento. Il voto finale prevede la seguente composizione: un massimo di 60 punti per i crediti ottenuti durante i tre anni precedenti di percorso scolastico, un massimo di 40 punti per la prova d’esame orale. Eventualmente con la lode. Nell’ordinanza non si dice che al Sud, come ogni anno, saranno moltissime “lodi”, al Nord molto meno.

La ratio di questa nuova formula è, afferma il Ministro Patrizio Bianchi, che i ragazzi possono così “testimoniare come sono cresciuti come persone in questo ciclo di studi”. Il senso del Ministro è solo il buon senso: valutare a fine ciclo il percorso di un ragazzo – il Curriculum dello studente  – fargli la fotografia di ciò che sa e di ciò che sa fare e restituirgliela. C’entra poco con la promozione. Le statistiche dicono che i promossi sono quasi il 100%. Anche perché le classi che arrivano in quinta hanno già perso una parte della carovana, in misura diversa a seconda degli indirizzi. Però, interessa al ragazzo e alla sua famiglia una certificazione che renda visibile ciò che si trova nello zaino, dopo 13 anni di scuola, per avviarsi sui percorsi accidentati della vita, di studi superiori o di lavoro. Per iniziare i quali il ragazzo dovrà, questo è certo, esibire un Curriculum.

Non aveva ancora finito di proporre il “nuovo esame” che sullo sfortunato Ministro sono arrivate le saette di un’articolessa di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. La tesi del quale è, in sintesi, la seguente: questo modello di esame è ideologicamente fondato sulla teoria del “capitale umano”. Perciò il “Curriculum dello Studente” finisce per privilegiare i “character skills” rispetto ai “cognitive skills”. Nella sua interpretazione ideologica, l’esame finirebbe per concentrarsi non su ciò che un ragazzo sa, ma sulla sua capacità di adattarsi al mondo del lavoro: “coscienziosità”, “capacità di collaborare”, “l’apertura alle esperienze”, “il senso delle proprie responsabilità”, “lo spirito di iniziativa”. Insomma, dice l’EGDL nazionale: un simile curriculum è degno di una Direzione aziendale del personale, non di una scuola. Gli inconvenienti sarebbero due. Intanto, che il Curriculum, così concepito, finirebbe per rispecchiare e ratificare le diverse condizioni socio-economiche di origine. Se tutti vanno a scuola, non tutti possono permettersi di inserire nel proprio Curriculum i corsi di lingue all’estero, gli stage teatrali, gli abbonamenti ai concerti… Dunque, l’esame di maturità di Patrizio Bianchi diventa classista. Secondo, la fotografia fatta a 19 anni di un profilo curriculare avrebbe alle spalle una pretesa deterministica e geneticamente fissista di un “tracciamento caratteriale” dei ragazzi, non diversamente dalla polizia politica cinese, dimenticando che è solo il sapere “il motore primo dell’evoluzione e del mutamento”. La scuola come la Fattoria degli animali di Orwell!

La teoria del capitale umano ha una lunga storia nell’economia politica ottocento/novecentesca. Ma è alla fine degli anni ‘50/inizio anno ’60 che la teoria viene rifondata da alcuni economisti dell’Università di Chicago Anni ’60. E’ Theodore Schultz che rielabora e introduce il concetto di capitale umano nel 1960 a St Louis in una conferenza, dal titolo  “Investment in Human Capital”. 

Che cos’è il capitale umano? È l’insieme delle conoscenze accumulate, le abilità acquisite e le competenze maturate attraverso l’istruzione, la famiglia, i rapporti sociali, le esperienze della vita. È sapere, ma anche carattere. È hard skills, ma anche soft sklills. In parole semplici: è istruzione e educazione. Per Giovanni Gentile e per EGDL è solo istruzione. È ovvio che la scuola fornisce molti mattoni alla libera auto-costruzione della persona. Molti li forniscono la famiglia, i rapporti con i compagni, le società sportive, le associazioni, gli scout ecc…

Che la scuola certifichi, dal suo punto di vista, dopo 13 anni, le voci del Curriculum è necessario e dovuto. Anche perché si finge ipocritamente di non sapere che a chiunque si presenti – Università o azienda – il giovane che è stato dichiarato “maturo” deve mostrare un Curriculum. Forse il nostro politologo-pedagogista non lo sa. Si avvertono toni da ’68, quando si ripeteva, sulle orme di Louis Althusser, che la scuola era un apparato ideologico dello Stato borghese, il cui fine era preparare manodopera intellettuale, tecnica e manuale per il Capitale.

Parlare di Capitale umano e tracciare un Curriculum a proposito delle dotazioni di una persona non implica affatto trattarla come una pedina del Capitale, ma rimandarle l’immagine il più possibile esatta di ciò che è, di ciò che può migliorare, di ciò che può fare quando vorrà continuare gli studi o cercherà un lavoro.

Semmai, il punto è proprio l’opposto: che la scuola, per come è organizzata oggi, ha scarsa capacità di personalizzare i percorsi e pertanto non sente neppure la necessità di certificarli. I voti di maturità non certificano proprio nulla, a tal punto che sarebbe più opportuno eliminare un tale esame-farsa. Al suo posto occorre una certificazione rigorosa (gestita dall’Invalsi?).  Come grosso modo, Francia a parte – dove è severissimo – si sta facendo in tutta Europa.

Quanto al classismo della scuola italiana, cioè al fatto che la scuola conferma per lo più, i profili di entrata dei ragazzi, dovuti alle origini socio-economiche di partenza, si deve solo constatare che già a partire dalla quinta elementare i ragazzi del Nord e quelli del Sud incominciano a patire delle diseguaglianze. Che dipendono tanto dal sistema scolastico del Sud quanto dalla configurazione culturale della sua società civile. Quanto costa un cellulare o una discoteca o un biglietto allo stadio, mentre si disertano, per scelta culturalmente e educativamente povera, i corsi di lingue, teatri, biblioteche? Alla fine del percorso scolastico il Curriculum dello studente registra le differenze che si sono determinate, ne costituisce la conseguenza, non la causa. 

Se le diseguaglianze e le povertà educative continuano a caratterizzare il sistema di istruzione in Italia, se i drop-out sono al 15%, se i NEET stanno oltre il 20%, benché l’accesso all’istruzione sia ormai universale, ciò si deve proprio al fatto che i ragazzi, provenienti da condizioni socio-economiche e culturali diverse, sono immessi in un meccanismo burocraticamente egualitario, universalistico, uniforme dalle Alpi al Lilibeo, e continuano ad essere trattati in modo eguale, pur presentandosi così diversi sulla scena educativa. La scuola continua ad essere scuola di classe, in modo particolare al Sud, proprio perché incapace di personalizzare, cioè di costruire con il ragazzo un piano di studi, di verificarlo, di certificarlo. Così, si limita a registrare le diseguaglianze in entrata e, salendo fino alle classi della secondaria, le aggrava.

Il sistema di istruzione è tuttora classista, non perché neo-liberista e subalterno al Capitale, ma perché resta pur sempre improntato alla cultura vetero-liberal-conservatrice, statalista e centralista di Giovanni Gentile.