Aspetti, devo chiedere al bambino. I dubbi e le scelte dei genitori

Scenario: le iscrizioni al CRE. La mamma, con il bambino che frequenta il secondo anno della scuola primaria, ha iscritto il bambino al CRE, dopo “aver fatto tanta fatica a convincerlo a venire” e si trova dinanzi a un enigma che solo il pargolo può risolvere, ossia se quest’ultimo gradisca o meno partecipare a una determinata gita. Da qui la soluzione, con la mamma che alla giovane coordinatrice in attesa di terminare la compilazione del modulo e di iniziare il conto della quota da versare, dice: “Aspetti, chiamo un minuto il bambino così mi dice cosa vuol fare. Spero venga in gita, perché farei fatica a organizzarmi se non volesse partecipare..”. Guardo con attenzione, percependomi come una sorta di dinosauro capitato in un’era non sua. Non apro bocca, perché ho davvero la percezione di un cambiamento in atto che temo di non saper affrontare.

Vorrei pertanto in poche righe provare a esprimere qualche considerazione, nella speranza che qualcuno mi aiuti a comprendere e a capire come reiventare l’impostazione educativa alla luce di queste novità, che a me paiono sconvolgenti. In primis va detto che quanto sopra descritto non è un caso isolato: è capitato tante volte, in entrambi i miei oratori, durante le iscrizioni; peraltro, il fatto che alcune persone che erano con me, a fine iscrizioni, senza che io vi facessi cenno, mi abbiano chiesto se avessi notato la frequenza impressionante di queste scene, mi convince del fatto che non sia stata una mia suggestione. Senza voler giudicare alcuno, mi pongo e pongo a chi vorrà condividere la riflessione alcune domande: perché un bambino (ma anche un ragazzino della scuola secondaria di primo grado…) dovrebbe decidere autonomamente se partecipare o meno a un’attività? Perché il genitore, che dovrebbe stabilire che tipo di esperienza far vivere al figlio nel tempo estivo, delega al bambino la decisione, tanto da andare in crisi qualora il bambino/ragazzino decidesse di stare a casa? Perché una famiglia deve organizzarsi sulla base della decisione del bambino? E, soprattutto, su quali basi si fonda la convinzione che il bambino/ragazzino sia già in grado di decidere di sé tanto da stabilire come, dove e con chi trascorrerà l’estate? Che crescere un figlio sia far sì che questi, gradualmente, acquisti autonomia, fin quando, a una certa età (che personalmente non credo siano i 14 anni..), sarà in grado di decidere pienamente di sé (tanto da potersi mantenere da solo!), è sacrosanto; tuttavia, un affidamento di scelte importanti così precoce non rischia di fare del bambino una sorta di “idolo” attorno al quale deve ruotare tutta la famiglia? Non si corre il rischio che, chiedendogli di essere adulto troppo in fretta, finisca per non fare più l’adulto quando l’età anagrafica gli chiederà di esserlo? Alcuni interrogativi mi sorgono anche in relazione alla questione dell’incontro con l’alterità: un bambino abituato a ottenere sempre ciò che vuole, come reagirà quando la vita lo metterà di fronte ad altre persone con le quali dovrà confrontarsi o che addirittura decideranno di lui? Credo siano questioni importanti, queste.

Qualche giorno fa, un genitore mi ha chiesto di intervenire con il figlio adolescente, perché la famiglia, che ha una seconda casa in montagna e vorrebbe trascorrervi il weekend, per godersi un po’di fresco dopo una settimana di duro lavoro dei genitori, non può andarci, in quanto il ragazzino ha stabilito che lui il sabato sera deve uscire sempre con gli amici, quindi si deve stare a casa, anche perché lui a casa da solo di notte non vuole stare. Eh… bel problema..: che regole dare a chi non le ha mai avute prima? Chi vorrà aiutarmi a riflettere, avrà tutta la mia riconoscenza!