Serena Noceti, teologa: “Il Sinodo è una grande opportunità”

Serena Noceti

Del primo Sinodo nazionale della Chiesa italiana, dice che «costituirà una grande occasione, un’opportunità da non mancare». Serena Noceti, fiorentina, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale e l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana “S. Caterina”, ha particolarmente approfondito il tema della «sinodalità», anche in un ampio volume scritto con monsignor Severino Dianich, Trattato sulla Chiesa (Queriniana, pp. 592, 37 euro); ha inoltre collaborato come consulente, in Brasile, in Bolivia e poi a Roma, ai lavori preparatori e all’assemblea del Sinodo Panamazzonico che si è tenuto nell’ottobre del 2019. 

Professoressa, la «macchina organizzativa» del Sinodo italiano pare essersi avviata con un certo ritardo, solo dopo ripetute sollecitazioni in questo senso di Papa Bergoglio. Questa lentezza dipende dal fatto che nel nostro Paese è ancora radicata una diversa visione della vita della Chiesa? Una visione per cui – come sosteneva Pio X nella Vehementer nos – la moltitudine dei fedeli non avrebbe «altro dovere che lasciarsi guidare e seguire, come un docile gregge, i suoi Pastori»?

«Siamo ancora in una fase iniziale di elaborazione di questo Sinodo; dopo che l’idea di Papa Bergoglio è stata ufficialmente recepita nell’ultima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, ma non sono ancora state annunciate le modalità e le tappe del percorso sinodale. Bisognerà anche capire meglio quali convergenze si daranno con i temi e gli orientamenti del Sinodo della Chiesa universale, che andrà dall’ottobre prossimo al 2023. Per quanto concerne la situazione ecclesiale nel nostro Paese, io credo, da un lato, che sia stata sostanzialmente recepito, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, il concetto della Chiesa come “popolo di Dio”: di fatto, il laicato ha imparato a esercitare in proprio molte responsabilità, maturando nel tempo notevoli competenze in campo ecclesiale e pastorale. Però risulta più difficile condividere le esperienze così maturate: i laici e le laiche sono ancora poco interpellati. Ripeto: nella fase “istruttoria” di questo primo Sinodo nazionale italiano non saranno le comunità dei fedeli a prendere l’iniziativa. Ciononostante, le sollecitazioni più interessanti che in queste settimane mi è capitato di leggere sulla stampa venivano proprio da laici, uomini e donne, che chiedono con forza di affrontare una serie di temi decisivi per il futuro della Chiesa nel nostro Paese».

Nel Trattato sulla Chiesa di cui lei è coautrice le questioni teologiche sono affrontate in una prospettiva storica. La storia del cristianesimo che cosa insegna, in particolare, riguardo alla «sinodalità»?

«Papa Francesco ha affermato che questa dimensione appartiene al modus vivendi et operandi della Chiesa: dovrebbe cioè qualificare essenzialmente la coscienza e l’azione ecclesiale. In effetti, fin dall’inizio della storia del cristianesimo, si sono manifestate delle forme di sinodalità, anche differenti, in rapporto alla visione ecclesiologica prevalente nelle diverse epoche. La prima di queste esperienze non fu – come talvolta si dice – quella del cosiddetto “Concilio di Gerusalemme”, secondo il racconto del capitolo 15 degli Atti degli Apostoli». 

Quello in cui furono discusse le modalità della predicazione del Vangelo ai Gentili?

«Sì, ma già dal capitolo 6 degli stessi Atti apprendiamo il modo di operare di una chiesa sinodale. Ci viene narrato un episodio avvenuto all’interno di una comunità ancora formata totalmente da elementi provenienti dalle file del giudaismo: si era evidenziato un problema pratico, ma non privo di risvolti teologici, per quanto atteneva alla situazione delle vedove dei giudeocristiani di lingua greca, che venivano trascurate nella distribuzione quotidiana del cibo e degli altri beni di prima necessità. In quella circostanza fu avviata una sorta di consultazione assembleare, che portò a ridefinire i rapporti di potere all’interno della comunità: gli Apostoli delegarono ad altri (ai “Sette”) una parte delle funzioni che fino a quel momento avevano esercitato in proprio, per esempio riguardo alla “diaconia della mensa”. Ma anche in seguito, nel corso dei secoli, la convocazione di sinodi è stata la modalità privilegiata con cui la Chiesa universale e quelle locali hanno cercato di superare problemi e difficoltà». 

Dal punto di vista del «metodo», come pensa che dovrebbe procedere il Sinodo della Chiesa italiana? 

«Credo che siano due i punti principali di cui tener conto. Il primo è che la sinodalità – anche se io, a questa forma sostantivata che rischia di risultare un po’ astratta, preferirei l’espressione “Chiesa sinodale” – implica un processo partecipativo esteso a tutti i membri del popolo di Dio. Parlando di una Chiesa sinodale, si devono prevedere i modi e predisporre gli strumenti perché si realizzi un’autentica interazione tra chi esercita un ministero ordinato e tutti gli altri battezzati. Il secondo punto è che un cammino sinodale esige, soprattutto oggi, che si attivino delle modalità comunicative pluridirezionali. Veniamo da secoli in cui, all’interno della Chiesa, è prevalso uno stile comunicativo e decisionale orientato in una sola direzione (dal clero al laicato, dagli uomini alle donne): con il lessico della sociologia, si parlerebbe di un andamento top-down. Tale concezione dovrebbe lasciare il posto all’idea che tutti i credenti, in quanto uditori della parola di Dio, hanno la possibilità di portare un contributo personale, affinché il messaggio del Vangelo possa essere inteso con maggiore profondità; questo, fermo restando lo specifico apporto dei vescovi». 

Qualcuno però ha già fatto notare che il percorso di un Sinodo non equivale a quello di un’assemblea democratica, in cui le decisioni si prendono a maggioranza. 

«Questo è certamente vero, ma non esclude che un Sinodo possa avvalersi di alcune modalità che potremmo chiamare “democratiche” o, per usare un’altra formula, “autenticamente partecipative”. La cosa – ripeto – non è scontata: proprio in questa fase preparatoria, occorre definire degli strumenti adeguati per non mancare tale obiettivo. Le porto un caso concreto: dovendo trattare le questioni relative al “fine vita” bisognerebbe porsi in ascolto, oltre che dei vescovi e dei contributi dei teologi, anche di quelli dei medici cattolici, del personale infermieristico, di chi ha assistito delle persone nell’ultimo tratto delle loro vite».

Siamo così arrivati ai possibili «contenuti» di questo Sinodo nazionale. Secondo lei, quali temi meriterebbero senz’altro di essere discussi? 

«Gliene nomino alcuni così come mi vengono in mente, senza disporli in un ordine di priorità. Una delle questioni da affrontare, direi, è quella dell’apporto specifico delle donne alla vita della Chiesa italiana. Oggi ci troviamo in una situazione abbastanza paradossale: da un lato, in Italia, il 93% dei catechisti sono donne. Da questo deriva, quasi inevitabilmente, una “femminilizzazione” della proposta di fede che arriva ai bambini e agli adulti: poiché la fede è vissuta e testimoniata a partire da ciò che siamo, si rischia così di comunicare un’idea di Dio perlomeno parziale. Nello stesso tempo, molte donne hanno oggi un’alta preparazione in campo teologico e pastorale: questa loro autorevolezza non è ancora pienamente riconosciuta, attende ancora di potersi esprimere nei processi decisionali e orientativi della vita della Chiesa». 

In aggiunta a questo, quali altri temi dovrebbero essere affrontati nel Sinodo? 

«Direi quello dell’educazione a una fede adulta, alimentata dalla frequentazione della parola di Dio, a fronte di una situazione diffusa – in Italia – di completo “analfabetismo biblico”.  Un terzo punto riguarda la forma concreta delle comunità parrocchiali, nei rispettivi territori: la questione è stata finora affrontata prevalentemente per quanto concerne i presbiteri, promuovendo tra l’altro la costituzione di “unità e comunità pastorali”; meno attenzione si è prestata alla possibilità-opportunità che i laici assumano ruoli di rilievo nella gestione delle parrocchie. Dobbiamo pure riflettere sulle figure dei ministri ordinati, preti e diaconi, e sulla loro formazione. Un altro aspetto ancora è quello di una formazione dei credenti alla politica – nel senso più alto della parola, come attività con cui contribuire al bene della collettività. Aggiungerei, infine, che bisognerebbe avviare una riflessione sul “lavoro”, come dimensione decisiva per la vita delle persone. Nella pastorale, si è dedicato finora molto spazio all’istituzione della famiglia o al ruolo dei genitori: mi pare venuto il tempo di approfondire anche che cosa significhi, per un cristiano adulto, la dimensione lavorativa».