Viaggio del papa in Ungheria e Slovacchia. Intervista a Enzo Romeo

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Papa Francesco si recherà dal 12 al 15 settembre in Ungheria per la Messa conclusiva del 53º Congresso Eucaristico internazionale (Budapest 5-12 settembre) e in Slovacchia, visitando Budapest, Bratislava, Kosice, Presov e Sastin. Tre giorni intensi, sei ore in Ungheria durante le quali il Pontefice pronuncerà sette discorsi, tre omelie e un saluto a una comunità Rom, e, nel corso di numerosi eventi e incontri, che si terranno in luoghi già visitati da Giovanni Paolo II, entrerà in contatto con la maggior parte delle realtà sociali ed ecclesiali di quelle terre est-europee.


Il logo del viaggio riprende il tema della visita: in basso è raffigurata una strada, a simboleggiare la via verso la croce all’interno di un cuore, richiamo all’amore per Gesù di San Giuseppe e della Madonna patrona della Slovacchia. Le sette stelle sono un riferimento ai “Sette dolori” del nome attribuito alla Vergine. Gli elementi del logo riportano i colori bianco, blu e rosso della bandiera slovacca e bianco e giallo di quella vaticana.

Abbiamo intervistato Enzo Romeo, giornalista “storico” vaticanista del Tg2, il quale dal 2013 segue Papa Francesco in tutti i suoi viaggi in Italia e all’estero, e anche questa volta seguirà da testimone privilegiato i momenti salienti e più emozionanti della missione nell’Europa dell’Est di Bergoglio.

Per quale motivo come tema del trentaquattresimo viaggio apostolico del Santo Padre è stata scelta la frase “Con Maria e Giuseppe sulla via verso Gesù”?

«In realtà la frase è riferita solo alla visita in Slovacchia, mentre per Budapest il motto è quello del Congresso eucaristico internazionale, preso dai Salmi: “Sono in te tutte le mie sorgenti”. Per quanto riguarda la Slovacchia, i fedeli di questo Paese hanno una speciale venerazione per la Madonna, che in questo caso è messa in risalto insieme al suo sposo, Giuseppe. A lui papa Francesco ha dedicato la lettera apostolica Patris Corde, indicando la Sacra Famiglia quale esempio per procedere sulla via verso Gesù».

Appena atterrato a Budapest, la domenica mattina presto, prima di celebrare la Messa solenne, Papa Francesco incontrerà per mezz’ora, presso il Museo delle Belle Arti, il presidente ungherese Janos Ader e il primo ministro Viktor Orban. C’è molta curiosità intorno all’incontro tra il campione della destra sovranista europea e fautore di una democrazia “cristiana” e “illiberale” agli antipodi con la concezione del papa della “Fratelli tutti” e lo stesso Bergoglio. Che ne pensa?

«Il fatto che la presenza del Papa in Ungheria sia compressa in uno spazio temporale così ristretto già dice molto. Francesco non può non incontrare Orban, sarebbe una scorrettezza protocollare clamorosa. D’altra parte sono evidenti le differenze di visione tra i due. Credo che Francesco voglia soprattutto evitare le “strumentalizzazioni” del suo pur brevissimo faccia a faccia col premier ungherese, in maniera che nessuno possa parlare di “benedizioni” a un leader politico tanto distante dall’umanesimo inclusivo predicato da Bergoglio. Credo, comunque, che si debba tener conto del retroterra culturale e anche religioso dell’Ungheria. Il primo sovrano di questa nazione fu santo Stefano, che nell’anno Mille fondò il regno e la Chiesa ungheresi. Il papa di allora, Silvestro II, inviò a Stefano una magnifica corona d’oro e pietre preziose, accompagnandola con la croce apostolica e una lettera di benedizione, riconoscendolo come re cristiano. Perciò in terra magiara il cristianesimo non può non assumere anche venature nazionaliste».

Appuntamenti con giovani, vescovi, rom, con la comunità ebraica a Bratislava e una Divina liturgia bizantina di San Giovanni Crisostomo nel piazzale del Mestská športová hala a Prešov, terra di martiri greco cattolici. Ancora una volta il Papa sarà testimone di speranza soprattutto ora “dopo mesi di oscurità e pandemia” come ha dichiarato il Cardinale Peter Erdö, arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest e primate d’Ungheria?

«Purtroppo non siamo ancora usciti dall’emergenza covid. Il governo ungherese ha già annunciato nuove restrizioni e chiusure alle frontiere a partire dal prossimo 15 settembre. La partecipazione dei fedeli alle cerimonie di Budapest e in Slovacchia saranno certamente condizionate dalle misure anti pandemia. Detto questo, il fatto stesso che Francesco riprenda
a viaggiare è un segno di speranza per la Chiesa e per la società tutta».

In Ungheria e in Slovacchia la maggioranza della popolazione è cattolica?

«In Ungheria i cattolici sono ufficialmente circa il 58 per cento della popolazione. C’è poi un altro 13 per cento di cristiani di altre confessioni. Circa il 22 per cento degli ungheresi si dichiarano agnostici o atei: è il frutto anche di quarant’anni di regime comunista, quando la religione era stata messa tra parentesi e molti credenti perseguitati. In Slovacchia la percentuale dei cattolici romani sale a quasi il 70 per cento, con una presenza significativa (oltre il 4 per cento della popolazione) di cattolici di rito bizantino. I protestanti sono il 9 per cento, ma anche fatalmente qui cresce l’indifferentismo religioso e la tendenza alla scristianizzazione della società».

Qual è la situazione politica in Slovacchia?


«Anche questo è un Paese che deve fare i conti col nazionalismo, che guarda caso colpisce soprattutto la minoranza ungherese. Dopo la dissoluzione della Cecoslovacchia, Bratislava ha negato ogni autonomismo, anche linguistico, alla popolazione di origine magiara, che rappresenta quasi il 9 per cento del totale. Oggi la Slovacchia è una nazione saldamente legata all’Unione europea e all’Occidente, essendo nella zona monetaria dell’euro e membro della Nato. Nelle elezioni parlamentari del febbraio 2020 sono stati sconfitti i sovranisti- socialisti, che erano al potere da tredici anni e hanno trionfato i conservatori di OĽaNO (il “Partito della gente comune”), guidato dall’ambizioso politico Igor Matovic. Sul voto ha pesato l’assassinio, due anni e mezzo fa, del giornalista Ján Kuciak e della sua compagna, ucciso perché investigava sulla corruzione delle oligarchie politiche. Nominato primo ministro, Matovic si è dovuto dimettere per le critiche alla gestione della pandemia, giudicata disastrosa, lasciando il posto a Eduard Heger, altro membro del suo partito, considerato un fervente cattolico, su posizioni conservatrici moderate e liberali nelle politiche sulla droga, sull’aborto o sui diritti degli omosessuali».