Sulle tracce di San Francesco d’Assisi. La storia di Elisa Salvato, terziaria francescana

La terziaria francescana Elisa Salvato, autrice del volume “Dalla Verna ad Assisi. Con San Francesco alla festa delle Stimmate al 4 ottobre” (Edizioni Messaggero Padova 2021, Collana “Pregare”, Introduzione di Tibor Kauser, Illustrazioni di Luca Salvagno, pp. 92, 7 euro), ripercorre gli ultimi due anni della biografia del Poverello di Assisi diacono e fondatore dell’ordine, che da lui poi ha preso il nome.
Due anni nodali, dal 1224, con i segni delle stimmate, al 1226, quando Francesco muore alla Porziuncola. Diciotto giorni nel calendario, dal 17 settembre al 4 ottobre, che Elisa Salvato ci aiuta a riempire con brani tratti dalle fonti francescane, meditazioni e preghiere nate invece dalla sua vita.
Ecco che il prezioso libricino diventa un utile vademecum per prepararsi alla solennità di San Francesco, Patrono d’Italia.

Abbiamo intervistato Elisa Salvato, nata a Lendinara, in provincia di Rovigo nel 1975, francescana secolare, sposata con Nataniele e madre di tre figlie, la quale attualmente presta servizio alla catechesi e fa parte del consiglio locale della fraternità OFS “San Damiano” di Lendinara. 

“Ti lodo e ti ringrazio mio Signore per tutto ciò che ci doni da vivere ogni giorno. Ti lodo e ti ringrazio per la vita, ogni vita”.

  • Cosa significa essere terziaria francescana? 

«Per me essere terziaria francescana è essere in cammino verso Cristo sulle orme  di San Francesco d’Assisi passando dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo, come cita la nostra regola. Francescana perché affascinata dal folle di Dio e terziaria perché il nostro è il vecchio terz’ordine istituito da Francesco (dopo il primo dei frati e il secondo delle clarisse) per le persone che vivono nel mondo; oggi ci chiamiamo OFS, Ordine Francescano Secolare, perché viviamo nel secolo appunto. Laici, sposati o non, che cercano di vivere il Vangelo nella loro quotidianità. Dopo un periodo di noviziato durato due anni, per capire se quella sarebbe stata davvero la mia strada, ho emesso la professione perpetua nel 2011. E da allora mi sono sentita accompagnata da Dio verso traguardi che non avrei mai immaginato come quello di provare tanta pace anche in mezzo alla tempesta di una malattia come la Sclerosi Multipla. Ma ogni terziario francescano il cammino non lo fa da solo, ma insieme a tanti altri fratelli, che condividono la stessa scelta di vita ritrovandosi nella fraternità con cadenza settimanale o più, a seconda dei casi. La fraternità è una nuova famiglia e come in tutte le famiglie che si rispettino non è sempre facile andare d’accordo con tutti per la diversità di vedute, ma proprio per questo per me è una palestra di vita per imparare ad amare anche chi ci è scomodo, come ci insegna Gesù, per avere pazienza e misericordia oltre che per condividere la gioia della fede!».

  • Nell’estate del 1224 San Francesco si ritirò sul monte della Verna per i suoi consueti periodi di silenzio e preghiera. Durante la sua permanenza il Poverello chiese a Dio di poter partecipare con tutto il suo essere alla Passione di Cristo. Il Signore lo ascoltò e gli apparve sotto forma di serafino crocifisso lasciandogli in dono i sigilli della sua passione. Francesco divenne così anche esteriormente immagine di Cristo al quale già con il cuore e la vita tanto assomigliava?

«Essere francescana è cercare di assomigliare sempre di più a Gesù alla maniera di Francesco che alla fine della sua vita gli ha assomigliato così tanto da essere chiamato l'”Altro Cristo”. E le stimmate sono state il suggello e il premio che Dio gli ha concesso per aver voluto vivere con tutte le sue forze il Vangelo alla lettera. Assomigliare a Gesù significa anche essere mite e umile di cuore come lo è stato lui, sopportare pazientemente ogni oltraggio, ogni ingiustizia, ogni sofferenza, ogni malattia come ha fatto anche Francesco durante la sua vita e soprattutto nell’ultimo periodo».

  • “Signore, vieni in soccorso alle mie infermità, affinché io sia capace di sopportarle con pazienza!”. Gli ultimi giorni della vita di Francesco furono tormentati da varie malattie, dolori al fegato, seri disturbi alla vista. Ce ne vuole parlare? 

«Credo che per avvicinarci sempre di più a Cristo non sia tanto importante la conoscenza delle sue malattie, quanto piuttosto l’immenso grado di abbandono in Dio che Francesco ha riposto anche nella malattia e nel dolore fisico. Forse conoscere le sue patologie ci può aiutare a consolarci, ma credo che molto di più ci aiuti sapere che quando ormai era cieco, proprio in quel momento ha composto la meravigliosa lode a Dio che ancora oggi ci affascina e conquista: il Cantico delle creature! Era cieco, ma ci vedeva benissimo con il cuore per lodare, ringraziare e glorificare Dio per tutto ciò che ha donato agli uomini nel suo immenso amore. Ecco, questo dobbiamo fare anche noi ogni istante della nostra vita: lodare Dio per il suo immenso amore per noi, anche quando la vita risulta difficile da affrontare. È sempre stato molto severo con il suo corpo per le lunghe penitenze e i digiuni, ma nonostante la sofferenza mai rinunciava alla preghiera, importante nutrimento per l’anima».

  • Nel testo scrive che “è proprio lì, dove siamo provati al fuoco, che Dio ci raggiunge. Dio non abbandona, Dio non si stanca.” Però noi spesso ci stanchiamo di chiedere, implorare, sperare. Ma anche il nostro grido di dolore può diventare preghiera?

«Il tempo dedicato alla preghiera era molto importante per Francesco e occupava gran parte delle sue giornate. Amava ritirarsi in disparte, distante dal mondo, per ospitare l’Amato nel suo cuore e spesso così solo in mezzo alla selva si lasciava andare a grida, gemiti e lacrime tanto lo coinvolgeva il rapporto col suo Signore. Anche nei salmi si legge spesso della preghiera del povero, che invoca Dio nel suo grido di dolore. Sì, anche il grido di dolore può diventare preghiera di supplica al nostro Dio, che ha sofferto ogni nostro dolore nella croce del Figlio. Lo stesso Gesù grida al Padre: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?” ».

  • Per grazia dello Spirito Santo, sono così unito al mio Signore da essere ugualmente felice sia di vivere sia di morire. La sera del 3 ottobre Francesco accoglie serenamente “Sorella Morte” nel suo “luogo santo” preferito: la Porziuncola. L’uomo contemporaneo rifugge la morte in ogni modo e vorrebbe pure allungare i suoi giorni, ma forse noi credenti dovremmo ricordare lo spirito delle origini, quando i primi cristiani consideravano la morte giorno di festa per la nascita al cielo?

«Con la morte sembra che il male abbia vittoria definitiva sulle nostre vite, sembra che Dio ci abbandoni al male dei mali. Ma per un credente non deve essere così. La morte fa parte della vita, la morte ci fa ritornare al Padre, ci fa ritornare a casa. Ecco perché Francesco la considera sorella. E sì, ne sono certa, ogni credente deve fare festa quando si ritorna al Padre, perché il Figlio ha vinto la morte. Questa è la nostra fede! E proprio per questo Francesco considera tutti fratelli, perché tutti figli dello stesso Padre, ognuno con la sua unicità, ma tutti con la grande dignità di figli creati ad immagine e somiglianza del Padre».