Il rischio “burn out” per gli insegnanti e gli psicologi di base. La sofferenza a cosa serve?

Da ultimo è arrivato il Ministro Bianchi a denunciare il disagio degli insegnanti, categoria a rischio crescente di “burn out”. “Burn out” dei docenti, depressione, bullismo e manifestazioni violente dei ragazzi, esasperazione dei genitori, violenza verbale sui social, aggressioni fisiche e minacce facevano già parte del paesaggio antropologico quotidiano, ben prima dell’irruzione improvvisa del Covid. Ma il Covid ha amplificato, è noto, molti fenomeni nella società italiana. Non si è limitato a torturare i corpi, ha messo a soqquadro le menti, e non solo quelle dei No-vax. Quando la sofferenza fisica e psichica riguarda milioni di individui, essa esonda dalle case per gonfiare le strade e le piazze, proprio come un’alluvione improvvisa. E pertanto diventa un problema sociale. A questo punto, è scattato un riflesso. Poiché “lo Stato sta tornando”, al cospetto dell’emergenza Covid, in primo luogo attraverso il sistema sanitario, perché lo Stato non dovrebbe farsi carico anche della salute mentale dei cittadini, in risposta alla diffusione del disagio psichico? La Regione Campania e la Regione Lazio si sono già mosse, la prima con una Legge dell’agosto 2020, la seconda con uno stanziamento di un fondo di 2,5 milioni “per attivare un percorso di sensibilizzazione“.

Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato in questi giorni la Mozione presentata da Niccolò Carretta, consigliere bergamasco di Azione, che istituisce la figura dello psicologo di base, dei cui servizi si possa usfruire gratuitamente. La Mozione istituisce un Fondo regionale dedicato all’accesso alle cure per la salute mentale, alla prevenzione del disagio psichico dei giovani e delle fasce più fragili della popolazione e all’inserimento delle psicologhe e degli psicologi nei presidi territoriali, nelle cosiddette Case della Comunità.

La claustrofobia come malattia del corpo e dell’anima

Sì, il disagio e la sofferenza psichica sono cresciuti verticalmente negli ultimi due anni. Il Covid ci è venuto incontro come minaccia planetaria, insieme a tante altre, e ci ha rinchiusi in casa. Ha colpito “l’animale sapiens” che noi siamo, nella sua essenza ultima: quella dell’essere “zoon politikon”, cioè “animale pubblico”, per il quale la relazione con gli altri è coessenziale.  Privati delle relazioni, rinchiuse nelle nostre case, abbiamo scoperto la claustrofobia come malattia del corpo e dell’anima. D’improvviso, ci siamo trovati “animali” in gabbia, vestiti soltanto delle nostre solitudini. Specialmente gli individui privi di risorse interiori e poveri di relazioni con comunità di riferimento sono stati feriti in profondità.

E’ tutto da vedere se i bambini o gli adolescenti siano stati i più deboli in questo frangente. Probabilmente agli adulti è andata anche peggio, avendo già portato molte croci sulle spalle. In ogni caso, se ci limitiamo all’universo scolastico, le conseguenze sociali delle sofferenze psichiche sono apparse subito evidenti: abbandoni precoci, povertà educativa, diseguaglianze crescenti. Una classica reazione alla solitudine depressiva è stata l’aggressività delle parole, scagliate dai computer, e dei comportamenti collettivi, esibiti nelle piazze. Espressione concreta clamorosa e, insieme metafora, è stato l’assalto alla sede della CGIL nazionale. 

Ma gli orientamenti politico-culturali di contrasto, sopra elencati, che prevedibilmente saranno condivisi da altre Regioni, sollevano notevoli dubbi. 

Un disagio che nasce dall’assenza di relazioni

Il primo, più immediato e forse malizioso, è che la creazione di un servizio psico-burocratico regionale più che rispondere alle domande di salute mentale dei cittadini, pare piuttosto registrare la pressione degli psicologi, il cui numero sfornato dalle Università si è gonfiato nel tempo, ma i cui sbocchi professionali restano sempre molto al di sotto della domanda sul mercato delle professioni.

Il secondo dubbio è più sostanziale: se il disagio nasce dall’assenza di relazioni, un’offerta massiccia di psicologi potrà colmare quell’assenza? L’idea della medicalizzazione universale del disagio individuale e sociale proviene da Oltreoceano: per ogni disagio psichico c’è sempre almeno una pillola e, possibilmente, uno psicoterapeuta o uno psichiatra o, per chi ha soldi, uno psicanalista.

È però arduo credere che una o più sedute con lo psicologo/psichiatra/psicoterapeuta regionale possano riconnettere i fili spezzati delle relazioni pubbliche, se in primo luogo nella società civile non si mettono in movimento energie relazionali, dentro comunità attive e dentro il protagonismo degli individui responsabili.

Rinchiusi in un orizzonte individuale: non è solo colpa del covid

Ora, non è solo a causa del Covid se le persone, soprattutto delle generazioni più giovani, tendono a richiudersi in un orizzonte puramente individuale e senza intersezioni rispetto ad altri. I social-media oggi consentono relazioni “a contatto distaccato”. Uscire dal Covid con i vaccini è, ovviamente, la prima medicina. Ma quella efficace è ricostituire gangli di relazioni tra gli essere umani, fondate sul sapere e sulla consapevolezza di un destino comune nel mondo. Non ci sono farmaci miracolosi contro la solitudine, se non le relazioni costruite attorno alle sfide della realtà. Certo, uno psicologo o psichiatra o un confessore possono fare da sponda, risvegliare energie di resurrezione: ma la guarigione dal male mentale parte sempre dal cuore dell’uomo, non è importabile. D’altronde, anche i farmaci corrono in aiuto al corpo, non possono sostituire la sua azione autoriparativa. Mettere in piedi un baraccone psico-burocratico regionale ennesimo non pare una buona strada. 

Il terzo è un dubbio… filosofico. 

Alle nostre spalle pare sia attiva una filosofia inconsapevole della storia: abbiamo diritto alla felicità su questa terra, dalla culla alla tomba e il Dio dello Stato sociale ce la deve garantire, a tutti i costi. La felicità come diritto umano. Paghiamo – non tutti – le tasse per questo! “No taxation without happiness”! La malattia, il dolore, la solitudine, la morte sono un’ingiustizia che non meritiamo. Il male è un’anomalia della storia. Di questa nuova religione del Welfare i nuovi sacerdoti sono i medici, gli psicologi, i filosofi-guru, gli scienziati, i tecnici… Ora, ben lungi da me l’idea di una consacrazione della sofferenza fisica e psichica come via privilegiata alla salvezza. Ogni epoca e ogni generazione cerca e trova cure sempre migliori. Ma la malattia e il dolore, ce li meritiamo o no, fanno parte della realtà della storia e della vita. Non dovremmo far credere ai nostri figli che la malattia e il dolore e la morte non c’entrano con noi e con loro. Cattive credenze li spingono verso l’irrealtà e verso inedite sofferenze psichiche.