“L’arte svela la Pasqua oltre la banalità dei giorni”. Immagini e parole per entrare nel mistero della Resurrezione

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Il dipinto “Crocifissione vista dalla Croce” (1886-1894 ca.) di James Tissot, conservato presso il Brooklyn Museum di New York, è la potente copertina di un libro che in attesa della Pasqua, fa riflettere e meditare in questi tempi difficili. 

Ci riferiamo al volume La Pasqua fra pittura e letteratura (Àncora Editrice 2022, Collana “Incursioni”, pp. 45, 7,50 euro), scritto a quattro mani dallo storico e saggista Simone M. Varisco e da don Paolo Alliata. 

Gli autori attraverso dieci tappe, dieci momenti forti del Vangelo, dieci opere della pittura e innumerevoli della letteratura, percorrono un cammino di riflessione e meditazione che, mediante il dolore e la bellezza della Pasqua, conduce dalla Resurrezione di Lazzaro a quella di Cristo. “E di tutti noi”.

Abbiamo intervistato don Paolo Alliata, nato a Milano nel 1971, laureato in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Milano, ordinato sacerdote dal cardinale Martini nel 2000 e dal 2016 vicario della comunità pastorale per la parrocchia milanese di Santa Maria Incoronata, responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico della diocesi di Milano, ed è autore di testi che intrecciano le Sacre Scritture con le pagine della grande letteratura e del cinema. 

Don Paolo, c’è dell’arte nella Bibbia? 

«Bisogna prima chiarire cosa intendiamo per arte. Per me l’arte è uno squarcio nella banalità dei giorni, per raccontare quello che c’è dietro, quello che sta più in profondità. L’arte è un’apertura per accedere al mistero nascosto nel fondo delle cose. In questo senso la Bibbia è piena di arte, ogni pagina, ogni passo vuole raccontare la verità nascosta, vuole essere una porta d’accesso al mistero che preme per raccontarsi, ma che rimane un po’ sullo sfondo».

Pittura e letteratura trasmettono un messaggio, talvolta di fede. Ciò è tanto più vero quando esse attingono alle vicende umane e divine di Cristo rievocate nella Settimana Santa, momenti cardine dai quali trae il proprio senso la fede cristiana e che sono il culmine della religiosità, anche popolare? 

«Pittura e letteratura sono nutrimento per il cuore dell’uomo e il nutrimento va accolto sempre con gratitudine. Certamente quando pittura e letteratura raccontano le grandi vicende bibliche ed evangeliche, sono anche questo un modo per raccontare il mistero del cuore dell’uomo. Nella tradizione cristiana Gesù stesso è opera d’arte. Oscar Wilde nel “De Profundis” scrive che Gesù è un’opera d’arte, perché quando ci si trova di fronte a Lui, come ci si trova di fronte a un’opera d’arte, si diventa immediatamente qualcuno. Quindi, davanti a Gesù noi diventiamo qualcuno, perché siamo di fronte al grande mistero del Dio vivente. Gesù stesso, con il suo stesso modo di essere vuole essere racconto del Padre, di Dio, per questo quando pittura e letteratura raccontano di Gesù sono quello squarcio di cui parlavamo prima, quella via di accesso al mistero profondo delle cose».  

Nell’olio su tela “Resurrezione di Lazzaro” (1516 – 1519)di Sebastiano del Piombo, conservato presso la National Gallery di Londra, qual è l’emozione che più traspare dal dipinto? 

«Posso dire quello che vedo io, che è un intreccio di sentimenti, di reazioni. Quello che mi colpisce di più è l’autorevolezza di Gesù, il suo gesto maestoso, il braccio sinistro steso a indicare Lazzaro, Gesù lo sta chiamando. Un gesto che accompagna lo sguardo e permette a Lazzaro di emergere dalla morte, di liberarsi dalle bende. Lazzaro ha un grande desiderio di andare verso Gesù, che si trova sopra una sorta di piedistallo. A partire da ciò si struttura la reazione della folla, la meraviglia e lo sconcerto di quanti sono lì attorno». 

Per quale motivo avete accostato “L’agonia nel giardino” (1754 ca.) di Corrado Giaquinto, Madrid, Museo del Prado insieme a un brano tratto dai “Diari” di Etty Hillesum e da una frase del capolavoro di Eric Marie Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”? 

«L’agonia nell’orto degli ulivi mi richiamano i “Diari” di Etty, che raccontano come la preghiera le permetta di chiudersi in una corazza, per affrontare quello che ha davanti. L’angoscia che la stringe e a cui resiste grazie all’immersione nella preghiera. “Innalzo muri di preghiera intorno a me”, “Mettermi in ginocchio mi rende forte”, “Il contatto con la terra mi rende forte, perché esprime il mio senso di affidamento e di consegna nelle mani del Padre”. Nel capolavoro di Remarque, il soldato esce dalla trincea costretto ad affrontare la terra di nessuno, qui la terra è vista come la Grande Madre in cui cerca di sfuggire ai proiettili e ai bombardamenti. È come Gesù che si getta a terra nell’orto degli ulivi per cercare forza. A quel punto la Madre Terra diventa l’immagine del Padre dei cieli a cui Gesù chiede sostegno in questo momento di grande angoscia. Questo è l’intreccio che tiene uniti il dipinto, i “diari” della Hillesum e il capolavoro di Remarque, manifesto contro tutte le guerre». 

Desidera spiegare perché ha accostato al dipinto “Crocifissione vista dalla Croce” di James Tissot le “Lettere a Theo” di Vincent van Gogh? 

«Vincent van Gogh si è innamorato della cugina Kee, le ha dichiarato il suo amore, e ne ha ricevuto un imbarazzato  rifiuto. Ma Vincent non è tipo da lasciarsi scoraggiare. Al fratello, che gli ha scritto preoccupato ed esortandolo a lasciar perdere, il giovane pittore risponde con l’immagine del ghiaccio. “Il rifiuto di Kee è come il blocco gelato che mi porto al cuore: i suoi rifiuti si scioglieranno, a lungo andare, al calore del mio amore”. Quindi la tenacia dell’amore anche di fronte al rifiuto, questa è un’immagine efficace che nei Vangeli ritorna per raccontare la vicenda di Gesù, soprattutto nel Vangelo di Giovanni. Potete anche torturarmi e uccidermi, io non smetterò mai di adoperarmi affinché il vostro ghiaccio si sciolga al calore del mio amore. Il dipinto inoltre ha la sua forza data dal fatto che ci offre la prospettiva di Gesù, il quadro ci racconta la scena vista dagli occhi di Gesù che sta sulla croce. Una scelta molto ardita quella di Tissot, che fa capire che bisogna mettersi dalla parte di chi le vive le cose». 

Per noi uomini e donne del Terzo Millennio può esserci una luce di speranza come quella che si percepisce dal volto di Maria Maddalena nell’olio su tavola “Cristo e Santa Maria Maddalena al Sepolcro” (1638) di Rembrandt, che si trova a Londra a Buckingham Palace presso The Queen’s Gallery? 

«Ognuno è impegnato a cercare la propria luce di speranza, perché senza speranza non possiamo vivere. Il racconto dei Vangeli del grande annuncio cristiano è che le ragioni di sperare ci sono tutte, perché l’amore trova il modo di ripresentarsi e bussare alla porta. Anche nel buio del mattino, come avviene in questo quadro, la luce trova il modo di ripresentarsi, di accarezzare il volto di Maria Maddalena. La luce trova il modo, splende nelle tenebre, dice il quarto Vangelo, e le tenebre non l’hanno sopraffatta. Questo è il grande annuncio di speranza che però rimane sullo sfondo finché ognuno non lo fa suo. Ognuno di noi ha la responsabilità di accogliere il seme della parola, del racconto del Vangelo, dell’annuncio evangelico per rendere quell’annuncio qualcosa di vivo dentro ciascuno di noi. Ci sono quindi ragioni di speranza, ma bisogna farsene carico, lasciare loro spazio. Dobbiamo diventare noi stessi seminatori di speranza».