I novantanove anni dell’arcivescovo Bruno Foresti: “Entrai in Seminario a 11 anni a Clusone”

«Fin da giovanissimo volevo fare il prete, perché ero colpito dall’impegno del mio parroco e del curato. Dico grazie al Signore per i tanti doni che mi ha dato e gli chiedo di avere misericordia per quello che non sono riuscito a fare».

Così affermava, in una intervista di alcuni anni fa, parlando della sua lunga vita, l’arcivescovo Bruno Foresti che il 6 maggio ha tagliato il traguardo dei 99 anni di età e quest’anno raggiunge anche il traguardo di 76 anni di Messa. È nato il 6 maggio 1923 a Tavernola. Entra undicenne nell’allora Seminario minore di Clusone, per passare poi in quello di Bergamo e infine alla Lateranense di Roma. Viene ordinato sacerdote il 7 aprile 1946 nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Bianco, nella festa della Sacra Spina.

«Il mio sogno era di fare il curato — raccontava monsignor Foresti —. Invece i superiori mi vollero vicerettore del Seminario di Clusone, anche se non avevo ancora concluso gli studi a Roma. L’incarico in Seminario doveva essere di tre mesi, invece è durato ben ventun anni».

Infatti diviene docente e vicerettore dei Seminari di Clusone (1946-47), poi in quello di Bergamo (1947-51) e ancora a Clusone come rettore (1951-67). Nel 1967 giunge a San Pellegrino come vicario adiutore e l’anno dopo diviene parroco.

«Non era più il paese da Belle époque, quando era meta ricercata per le terme — ricordava monsignor Foresti —. C’erano problemi di lavoro e molti capifamiglia dovevano emigrare in altri centri della Bergamasca o all’estero». Dal 1967 al 1974 è membro del Consiglio presbiterale diocesano.

Vescovo di Modena-Nonantola e poi di Brescia

Poi la vita di monsignor Foresti prende una nuova piega. Il 12 dicembre 1974 è nominato vescovo ausiliare di Modena-Nonantola. Riceve l’ordinazione episcopale nel Duomo di Bergamo il 12 gennaio 1975. Il 2 aprile 1976 diviene arcivescovo di Modena-Nonantola.

«Laggiù non ho mai riscontrato un anticlericalismo acceso — ricordava monsignor Foresti —. Il partito comunista aveva in mano tutto, ma c’era rispetto reciproco. Mi sono invece battuto, dimostrando il mio carattere bergamasco, con la Soprintendenza per la ristrutturazione del presbiterio del Duomo».

Altro cambiamento il 7 aprile 1983, quando diviene vescovo di Brescia, conservando il titolo di arcivescovo «ad personam».

«È una diocesi molto vasta, con un clero buono e attivo — sottolineava monsignor Foresti —. Di solito, e ne sono sempre convinto, si dice che bresciani e bergamaschi sono cugini per stile, lavoro e carattere. I bresciani invece dicono di essere diversi dai bergamaschi».

Fra il clero c’era don Francesco Beschi, attuale vescovo di Bergamo. «Lo ricordo come un prete buono, discreto e umile. Mi ha molto aiutato nel mio ministero episcopale bresciano». Il 19 dicembre 1988 si ritira per limiti di età, aiutando la nostra diocesi per feste e celebrazioni in parrocchie e santuari, fra cui quello della Madonna di Cortinica a Predore, suo paese nativo e luogo a lui molto caro.