La baita del diavolo in Val d’Inferno

Val d'inferno

Una delle zone più frequentate dagli amanti della montagna è la Val d’Inferno, quella lunga e ripida distesa di boschi e pascoli che da Ornica sale fin verso il Pizzo dei Tre Signori in Alta Valle Brembana.

E in Val d’Inferno non poteva mancare la… baita del diavolo.

Ecco quello che accadde tanto tempo fa a due pastorelli di Ornica, saliti come ogni giorno in Val d’Inferno per portare al pascolo il loro gregge.

Mentre le pecore brucavano l’erba, i due ragazzi si misero a giocare e non si avvidero che le bestie si erano progressivamente allontanate dal luogo per risalire la valle in cerca dell’erba più verde e dei fiori più profumati.

Così, fattosi tardi, furono costretti a salire su verso la “sfinge”, l’imponente e caratteristica roccia dalle inquietanti sembianze umane che domina la valle, per recuperare le pecore.

Percorsero un buon tratto di sentiero, poi finalmente scorsero in lontananza la macchia gialla del gregge e si sentirono sollevati per averlo ritrovato, evitando così di dover continuare le ricerche dopo il tramonto e magari di incorrere nella sonora sgridata dei genitori per non aver adeguatamente vigilato.

Fermatisi un attimo per prendere fiato prima di radunare il gregge e iniziare la discesa, scorsero sull’altro versante della valle un sottile filo di fumo che saliva dal camino di una baita alquanto diroccata.

Meravigliandosi che la baita fosse abitata, decisero di andare a fare una visita agli inquilini, pensando che forse stavano preparando la polenta e, poiché erano affamati, ne avrebbero potuto chiedere una fetta, accompagnata da un po’ di formaggio per farne un chisöl da abbrustolire sulla brace.

Si avvicinarono dunque alla baita, pregustando il prelibato sapore della polenta abbrustolita e del filante formaggio fuso. Prima di bussare, gettarono uno sguardo all’interno, attraverso una piccola finestra munita di una robusta inferriata.

Quello che videro li riempì di spavento e tolse loro ogni appetito: un omino magro, dalla lunga barba bianca e completamente calvo stava accanto al camino in cui ardeva un fuoco vivo e scoppiettante.

Appeso alla catena del camino c’era un paiolo di rame, tutto sporco di caligine, ma non era polenta quella che bolliva nel recipiente, bensì una gran quantità di monete d’oro!

Il vecchietto, con un ghigno satanico, stava accanto al paiolo e con un grosso e nodoso bastone rimestava le monete, come si fa con la polenta.

Ogni tanto smetteva di mescolare, si avvicinava a un fascio di vergella, le bacchette di ferro pronte per essere ridotte in chiodi nelle fucine, ne tagliava dei piccoli pezzetti con un paio di grosse tenaglie e li aggiungeva al contenuto del paiolo.

Che stesse trasformando il ferro in marenghi d’oro?

Questa fu la domanda che si posero gli sbalorditi spettatori dell’infernale operazione, che persero ogni dubbio sull’identità dello strano personaggio quando si accorsero che al posto dei piedi aveva due grossi zoccoli bovini. 

Era il diavolo in persona!

In preda al panico, i due ragazzi si precipitarono a rotta di collo verso le baite del fondovalle ed avvisarono tutti quelli che incontrarono della loro allucinante scoperta.

In fretta si organizzò un gruppo di coraggiosi che salirono fino alla baita del diavolo per accertarsi del racconto dei ragazzi.

Con ogni circospezione si avvicinarono all’edificio e guardarono attraverso la finestra. All’interno non c’era più nessuno, ma chiari indizi lasciavano intuire che i ragazzi avevano detto la verità e che in precedenza lì dentro si era lavorato parecchio!

E così quel luogo divenne per tutti la baita del diavolo.

Disegno di Mauro Ghisalberti

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