In Bolivia per cercare la propria strada: la storia di Alessandro Salomoni

Alessandro Salomoni Bolivia

Un viaggio, per dirsi tale, implica un cambiamento interiore (in caso contrario, si ridurrebbe a una semplice vacanza). A volte, però, capita che certi moti interiori si avvertano già prima di partire e che il viaggio, dunque, non sia altro che una risposta a questo sentire.

La storia di Alessandro Salomoni, diciottenne di Grumello del Monte che, la scorsa estate, ha vissuto per un mese in Bolivia, lo dimostra. «Da un po’ di tempo, mi interrogavo sulla mia vita – racconta Alessandro, al primo anno di Lettere e Filosofia, presso l’Università di Verona –. Mi dicevo quanto fossi fortunato ad abitare nella parte “giusta” del mondo e quanto sarebbe stato bello, invece, conoscere altre realtà, diverse dal mio quotidiano, dove, magari, avrei potuto dare una mano».

Alessandro decide quindi di partire con la «San Vincenzo» per la Tanzania, ma il Covid fa saltare tutto. Il giovane, però, sa attendere e la possibilità di levare le ancore si ripresenta una seconda volta. «Questo desiderio si faceva sempre più forte – spiega Alessandro –, anche perché, tra il 2021 e il 2020, avevo partecipato agli incontri vocazionali, presso il seminario di Bergamo, e il sacerdote che mi seguiva, don Massimo Colombo, mi aveva detto che un’esperienza missionaria poteva essere una preziosa occasione di discernimento, per capire quale cammino di vita intraprendere.

Da febbraio a maggio 2022, per due volte al mese, ho partecipato a degli incontri formativi, organizzati dal Centro missionario diocesano (momenti davvero arricchenti), poi, dopo aver ricevuto, a San Paolo d’Argon, il mandato missionario da parte del vicario generale, monsignor Davide Pelucchi, il 29 luglio, ho finalmente preso l’aereo».

Non per il continente africano, ma per la Bolivia. «Il sud America mi ha sempre incuriosito – dice il ragazzo –, anche grazie alle testimonianze ascoltate e agli articoli pubblicati dal centro missionario, soprattutto durante Quaresima e Avvento. Sono inoltre stato sostenuto e incoraggiato dal mio parroco, don Massimo Fratus, che, proprio in questo Paese, ha fatto il missionario per dodici anni».

Quattro le tappe in Bolivia (Santa Cruz de la Sierra, Cochabamba, La Paz e Melga), che, finalmente, fanno scoprire ad Alessandro una realtà differente, ricca di incontri e luoghi significativi. «A Santa Cruz, ho trascorso i primi cinque giorni – racconta Alessandro –. Qui, assieme a altri otto ragazzi, ho preso parte alla delegazione per il sessantesimo anniversario della presenza missionaria bergamasca in Bolivia. Sono stati giorni intensi, vissuti assieme al vescovo Francesco e ai missionari presenti, in cui ci sono stati momenti di festa ma anche di profonda riflessione.

Preziosa, per noi, è stata la figura di Aurora Balducchi, missionaria fidei donum, che ci ha aiutato a ambientarci, facendoci visitare la città e i luoghi più importanti. A tal proposito, ho potuto vedere l’“Hogar San Lorenzo” (una casa per bambini orfani o con problemi familiari) e il centro di detenzione minorile “Fortaleza”, in cui si cerca di rieducare i ragazzi e, successivamente, di far trovar loro un posto stabile nella società».

Dopo Santa Cruz, Alessandro si reca a Cochabamba, nella parrocchia di Nuestra Señora de la Anunciacion de Condebamba, il cui parroco è padre Basilio Bonaldi (originario di Serina). «A Cochabamba, ho sperimentato la vita parrocchiale a 360 gradi – spiega Alessandro –, dalla catechesi dei bambini all’animazione dei chierichetti, fino all’impegno del dopo scuola. In questa missione, ho passato la maggior parte del mio mese e ho costruito relazioni e fatto nuove amicizie.

Ho avuto modo di visitare la “Ciudad de los Niños” (che accoglie gli orfani) e la “Casa de los Niños”, una scuola che ospita soprattutto ragazzi disabili. Fondamentali anche i quattro giorni a La Paz, grazie ai quali ho potuto recarmi nella parrocchia di Santiago Munaypata, il cui parroco è don Giovanni Algeri.

Qui, ho operato nella mensa di una delle scuole della capitale, servendo ai tavoli e imboccando i bambini più piccoli, ma ho anche avuto modo di conoscere l’attività di Riccardo Giavarini, diacono originario di Telgate che, nella diocesi di El Alto, gestisce tre case: una per ex carcerati, una per migranti e una per ragazze abusate e rinnegate dalla propria famiglia».

Ma è stato a Melga che Alessandro ha scoperto la Bolivia che si immaginava di trovare prima di partire. «Melga è una comunità rurale a un’ora da Cochabamba – spiega il giovane –. Si estende sulle montagne ed è composta da 35 piccole comunità di massimo dieci abitanti ciascuna. Durante i tre giorni a Melga, ho trovato la Bolivia che mi aspettavo: umiltà e semplicità. Ho toccato con mano la povertà: persone che, con tre gradi sotto zero, andavano in giro con le infradito. Ho visto la fame: bambini che, quando avvistavano il pick-up del parroco (don Fabio Calvi), incominciavano ad avvicinarsi correndo, perché sapevano che, facilmente, potevano ottenere anche solo una caramella.

È stato quasi scioccante scorgere bambini di sette anni al lavoro nei campi, con in mano la zappa o l’aratro o intenti a far pascolare le greggi sui monti. Mi ha colpito, una mattina, notare un ragazzo che stava andando a scuola col piccone in mano perché, quel giorno, durante l’ora di materia pratica, la maestra avrebbe insegnato, a lui e ai suoi compagni, come usarlo».

Scene toccanti che hanno segnato Alessandro (tornato in Italia il 23 agosto) e che si sono sommate alle normali difficoltà che un viaggio come questo spesso implica. «Non è semplice lasciare la propria famiglia – afferma Alessandro –, abituarsi a un nuovo modo di vivere e relazionarsi agli altri quando si è considerati “diversi”. Eppure, ciò che fa più male sono i bambini costretti a lavorare, i continui scioperi nelle piazze (per i diritti sociali e le libertà fondamentali), i soprusi subiti dai contadini e i senza dimora (a volte, famiglie intere) che dormono all’addiaccio, coperti da cartoni o da sacchi della spazzatura. Scene delle quali, in vita, mai si vorrebbe essere spettatore. Eppure, anche a causa di ciò, questa esperienza mi ha cambiato la vita. Ho infatti riscoperto il valore della parola “umiltà”, sia per merito dei tanti sacerdoti conosciuti che delle persone incontrate sul mio cammino. Donne e uomini che, nella loro totale povertà, hanno comunque sempre avuto un occhio di riguardo per me e non mi hanno fatto mancare mai nulla. Mi ha confortato, poi, notare come, in un mondo che guarda sempre più solo ai soldi e al proprio interesse, ci siano ancora tanti giovani disposti a mettersi in gioco per aiutare il prossimo. Per fare ciò, comunque, non è necessario andare a 10 mila chilometri di distanza come ho fatto io. Tutti siamo missionari nella nostra vita e lo possiamo essere nello stato e nel contesto in cui ci troviamo e in cui viviamo».

Un viaggio che ha donato ad Alessandro tanta consapevolezza, ma che non ha esaurito la sua sete di ricerca. «Sono partito per interrogare me stesso e per avere risposte – dice Alessandro –, ma la strada, seppur giusta, è ancora lunga e, con l’aiuto dei sacerdoti a me vicini, cercherò di fondere questo vissuto con i valori che, da sempre, mi accompagnano. Perché, come recita una maglietta che ho visto indossare a don Giovanni Algeri: “È la strada che ti chiama e non puoi farci niente. Il tuo posto è nel mondo, tra le voci della gente”. Che possa davvero essere così».

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