La sfida di un cambio di sguardo: costruire il futuro “con” i migranti e i rifugiati

La prospettiva dell’intercultura per superare un’idea riduttiva legata alla migrazione

Che termini usiamo per riferirci alle persone coinvolte nei movimenti migratori? Immigrati, profughi, richiedenti asilo, migranti forzati o «involontari», rifugiati o sfollati ambientali o climatici… La complessità della mobilità umana richiede una riflessione critica e un linguaggio adeguato, come prova a fare Papa Francesco con il suo messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 25 settembre scorso dal titolo “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Ad ispirarle un passaggio delle Sacre Scritture: molti sono i testi sacri che si esprimono in “positivo” quando si ha a che fare con lo straniero, il forestiero, il migrante.

Gli abitanti della nuova Gerusalemme – profetizza Isaia – mantengono sempre spalancate le porte della città, perché possano entrare i forestieri con i loro doni: «Le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno né di notte, per lasciar introdurre da te le ricchezze dei popoli» (60,11). La presenza di migranti e rifugiati rappresenta una grande sfida ma anche un’opportunità di crescita culturale e spirituale per tutti. Grazie a loro abbiamo la possibilità di conoscere meglio il mondo e la bellezza della sua diversità. Possiamo maturare in umanità e costruire insieme un “noi” più grande. Nella disponibilità reciproca si generano spazi di fecondo confronto tra visioni e tradizioni diverse, che aprono la mente a prospettive nuove. Scopriamo anche la ricchezza contenuta in religioni e spiritualità a noi sconosciute, e questo ci stimola ad approfondire le nostre proprie convinzioni.

Nella preposizione “con” una sfida e una visione

L’introduzione della preposizione “con” pone una sfida ed insieme una visione. Una sfida in quanto muove ad ampliare l’orizzonte di lettura e di azione di fronte al fenomeno migratorio segnato spesso dalla paura, dalla crisi, dal sensazionalismo, dalla strumentalizzazione delle persone che migrano a fini sociali, economici e politici. 

Questa visione ideologizzata intrappola continuamente le persone che vivono l’esperienza migratoria dentro certe categorie riduttive e stereotipate come quella del povero, del bisognoso da aiutare o dell’utile da tollerare.

Oltre ad essere una sfida, la preposizione “con” introduce anche una visione che, a partire da un fondamento biblico e teologico, cerca di leggere e rispondere propositivamente alle sfide delle migrazioni definite “segno dei tempi”. Il fenomeno della mobilità umana come realtà storica con tutte le sue manifestazioni di opportunità, ma anche di ingiustizia e sofferenza, diventa il luogo dove si incarna la storia della salvezza intesa come un cammino di speranza.

…nell’attuale abbondante modo di operare della Chiesa e della società occorre lasciare posto e spazio a percorsi di reciprocità, …a una pastorale di ‘relazioni’, … a un appartenere in modo vivo e condiviso allo stesso territorio, alla stessa storia e allo stesso ordinario cammino di vita, ad abitare lo stesso territorio nella reciprocità, a costruire un futuro condiviso.” (cfr. Circolare diocesana n. 12, n. 8)

Ufficio Pastorale Migranti

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