Papa Francesco: ”I governanti facciano tutto il possibile per salvare la pace”

Un discorso diviso a metà, con la prima parte dedicata all’analisi del drammatico scenario attuale e la seconda al rilancio dell’impegno dei credenti di tutte le religioni per fermare la guerra. Così Papa Francesco ha concluso l’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi” sul tema: “Il grido della pace. Religioni e culture in dialogo”. Trentasei anni dopo la prima storica convocazione voluta da San Giovanni Paolo ad Assisi, dal Colosseo Bergoglio ha preso in prestito e sottoscritto, nei punti nodali del suo discorso, prima il radiomessaggio del 25 ottobre 1962 e poi la Pacem in terris di San Giovanni XXIII. L’appello di Francesco ai governanti è oggi lo stesso lanciato dal “Papa buono” sessant’anni fa: “facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace”.

“Oggi la pace è gravemente violata, ferita, calpestata: e questo in Europa, cioè nel continente che nel secolo scorso ha vissuto le tragedie delle due guerre mondiali. Siamo nella terza”,

esordisce il Papa. “Purtroppo, da allora, le guerre non hanno mai smesso di insanguinare e impoverire la terra, ma il momento che stiamo vivendo è particolarmente drammatico”, denuncia Francesco: “Per questo abbiamo elevato la nostra preghiera a Dio, che sempre ascolta il grido angosciato dei suoi figli”. “La pace è nel cuore delle religioni, nelle loro Scritture e nel loro messaggio”, ricorda il Papa ai presenti: “Nel silenzio della preghiera, questa sera, abbiamo sentito il grido della pace: la pace soffocata in tante regioni del mondo, umiliata da troppe violenze, negata perfino ai bambini e agli anziani, cui non sono risparmiate le terribili asprezze della guerra”.

“Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza”,

il monito di Francesco: “È tacitato dall’odio che cresce mentre ci si combatte. Ma l’invocazione della pace non può essere soppressa: sale dal cuore delle madri, è scritta sui volti dei profughi, delle famiglie in fuga, dei feriti o dei morenti. E questo grido silenzioso sale al cielo. Non conosce formule magiche per uscire dai conflitti, ma ha il diritto sacrosanto di chiedere pace in nome delle sofferenze patite, e merita ascolto. Merita che tutti, a partire dai governanti, si chinino ad ascoltare con serietà e rispetto”.

“Il grido della pace esprime il dolore e l’orrore della guerra, madre di tutte le povertà”,

incalza il Papa: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”, ribadisce citando la Fratelli tutti: “La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male”. “Sono convinzioni che scaturiscono dalle lezioni dolorosissime del secolo ventesimo, e purtroppo anche di questa prima parte del ventunesimo”, l’analisi di Francesco, secondo il quale “oggi si sta verificando quello che si temeva e che mai avremmo voluto ascoltare: che cioè l’uso delle armi atomiche, che colpevolmente dopo Hiroshima e Nagasaki si è continuato a produrre e sperimentare, viene ora apertamente minacciato”. “In questo scenario oscuro, dove purtroppo i disegni dei potenti della terra non danno affidamento alle giuste aspirazioni dei popoli, non muta, per nostra salvezza, il disegno di Dio, che è “un progetto di pace e non di sventura”, assicura il Papa: “Qui trova ascolto la voce di chi non ha voce; qui si fonda la speranza dei piccoli e dei poveri: in Dio, il cui nome è Pace. La pace è dono suo e l’abbiamo invocata da lui. Ma questo dono dev’essere accolto e coltivato da noi uomini e donne, specialmente da noi credenti”.

“Non lasciamoci contagiare dalla logica perversa della guerra; non cadiamo nella trappola dell’odio per il nemico”,

l’invito ai leader religiosi: “Rimettiamo la pace al cuore della visione del futuro, come obiettivo centrale del nostro agire personale, sociale e politico, a tutti i livelli. Disinneschiamo i conflitti con l’arma del dialogo”. Poi Francesco fa risuonare di nuovo l’appello fatto da San Giovanni XXIII, quando, “durante una grave crisi internazionale, nell’ottobre 1962, mentre sembravano vicini uno scontro militare e una deflagrazione nucleare”, in un radiomessaggio aveva affermato: “Noi supplichiamo tutti i governanti a non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che facciano tutto quello che è in loro potere per salvare la pace. Eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui non si può prevedere quali saranno le terribili conseguenze. Promuovere, favorire, accettare i dialoghi, a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira la benedizione del cielo e della terra”. “Sessant’anni dopo, queste parole suonano di impressionante attualità. Le faccio mie”, scandisce il Papa, che dal Colosseo si fa voce di tutti i credenti:

“Non siamo neutrali, ma schierati per la pace. Perciò invochiamo lo ius pacis come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza”.

“In questi anni, la fraternità tra le religioni ha compiuto progressi decisivi”, il suo bilancio del cammino percorso: “Sempre più ci sentiamo fratelli tra di noi! Un anno fa, incontrandoci proprio qui, davanti al Colosseo, lanciammo un appello, oggi ancora più attuale: ‘Le religioni non possono essere utilizzate per la guerra. Solo la pace è santa e nessuno usi il nome di Dio per benedire il terrore e la violenza. Se vedete intorno a voi le guerre, non rassegnatevi! I popoli desiderano la pace’”.  “È quanto cercheremo di continuare a fare, sempre meglio, giorno per giorno”, garantisce Francesco:

“Non rassegniamoci alla guerra,

coltiviamo semi di riconciliazione; e oggi eleviamo al cielo il grido della pace, ancora con le parole di San Giovanni XXIII: ‘Si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace’”, la citazione della Pacem in terris. Poi la lettura dell’appello per la pace sottoscritto dal Papa e da tutti i partecipanti all’incontro.

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