Leggende bergamasche. Un macabro scherzo

Tempo fa in un paesino dell’alta Valle Brembana venne a mancare un uomo anziano che non aveva nessun parente stretto e non era molto ben visto dai suoi compaesani per via della sua indole solitaria e di un carattere piuttosto scontroso.

Come si usava allora, ed ancora oggi da qualche parte, quando moriva una persona i parenti e gli amici si premuravano di assistere il defunto nella camera ardente, alternandosi giorno e notte a vegliarlo, pregando per la sua anima e ricordando quel tanto o quel poco di bene che aveva fatto. La veglia era necessaria soprattutto di notte, quando bisognava fare attenzione che le candele poste accanto alla bara scoperta rimanessero sempre accese ed eventualmente evitare che per qualche malaugurato accidente appiccassero il fuoco nella stanza.

Il calzolaio del paese volontario per la veglia

Siccome quel morto non aveva né parenti né amici, non si trovava nessuno disposto a vegliarlo durante la notte e solo dopo numerosi tentativi andati a vuoto il parroco riuscì a convincere il calzolaio del paese, Giacomino, persona un po’ ingenua e sempliciotta, ma di buon cuore. Costui accettò a malincuore e solo dopo essere stato pregato a lungo, però pensò bene di approfittare di quell’imprevisto impegno notturno per ultimare del lavoro arretrato che gli era stato commissionato da tempo.

Così, venuta sera, riempì lo zaino di attrezzi da lavoro, di scarpe e zoccoli da riparare e si apprestò a compiere la sua opera di misericordia. 

Raggiunta la casa del morto, aprì il portone, salì le scale ed entrò nella stanza dove il morto stava disteso nella bara, zitto e immobile, vestito con l’abito della festa e con le mani legate da una corona del rosario. Gli gettò un rapido sguardo e cominciò a lavorare di buona lena, alla fioca luce delle quattro candele che ardevano nella piccola e disadorna camera.

Fuori, il paese era immerso nel freddo e nel buio perché le strade non avevano ancora l’illuminazione pubblica. Non si sentiva alcun rumore, se non l’abbaiare lontano di un cane irrequieto.

Verso mezzanotte il silenzio fu rotto da un parlottare confuso di persone che si avvicinavano facendosi strada con una piccola lanterna. Erano due giovanotti del posto che avevano trascorso la serata all’osteria e se ne stavano tornando a casa alquanto alticci.

Quei colpi di martello dalla casa del morto

Giunti all’altezza della casa del morto, si fermarono un attimo e si stupirono nel sentire i colpi di martello che provenivano dalla stanza. Un po’ impauriti, ma curiosi di sapere che cosa stesse succedendo, aprirono lentamente la porta, salirono le scale senza fare rumore, si affacciarono nel locale dove stava il morto e con loro sorpresa videro il calzolaio tutto indaffarato nel suo lavoro, che non si era accorto del loro arrivo.

Divertiti per l’inusitato comportamento di Giacomino che vegliava il morto lavorando, i due giovanotti pensarono bene di combinargli uno scherzo. Confabularono alquanto a bassa voce e dopo un po’ ebbero un’idea che si prospettava assai divertente.

Tornarono da basso e uno dei due bussò ripetutamente all’uscio di casa e quando Giacomino, sbuffando per essere stato interrotto, si affacciò alla finestra, lo convinse a scendere con una scusa. Nello stesso tempo l’altro buontempone, senza farsi scorgere, entrò in casa, salì nella stanza, levò il morto dalla bara, lo nascose in uno sgabuzzino e prese il suo posto, distendendosi nella cassa perfettamente immobile e trattenendo a stento un sorriso di soddisfazione per la genialità della sua trovata.

Poco dopo il calzolaio, salutato l’altro giovane, tornò nella stanza e riprese il suo lavoro vicino al morto, senza accorgersi di nulla.

Passarono alcuni minuti e mentre nella stanza risuonavano i colpi di martello del calzolaio, il “morto”… parlò: “Non dovresti lavorare mentre stai vegliando un morto, dovresti invece pregare per la sua anima!”.

“Quando si veglia un morto non si lavora”

Giacomino, tutto intento nel suo lavoro udì in modo confuso queste parole appena sussurrate e pensò che fossero state pronunciate da qualche passante, giù nella strada. Poco dopo, però, il “morto” parlò di nuovo, e a voce alta: “Quando si veglia un morto non si lavora, hai capito?”.

Questa volta Giacomino comprese benissimo e ribatté prontamente: “E i morti non dovrebbero parlare, quindi stai zitto!”. Così dicendo gli assestò una potente martellata sul naso.

Il giovane burlone saltò su dalla bara urlando di dolore e tenendosi il naso che sanguinava abbondantemente. A questo punto il calzolaio, vedendo il “morto” resuscitato, fu preso da grande spavento e se la diede a gambe correndo giù per le scale, ma nella foga inciampò in un gradino e ruzzolò fino in fondo, rompendosi una gamba.

Il giorno dopo Giacomino e il burlone si ritrovarono vicini di letto in una stanza d’ospedale, mentre il morto, quello vero, che non si era accorto di nulla, fu ricomposto nella cassa e portato al cimitero. 

Disegno di Vanessa Ghisalberti

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