Elly Schlein e il futuro del Pd. Nel dibattito pre-congressuale non si sente (ancora) un vento nuovo

Secondo G. Armillei, l’intellettuale cattolico morto prematuramente  nel giugno del 2021, la struttura politico-culturale del PD constava (e consta!) di tre aree, sintesi delle sette – pare – personalissime correnti: “un centro doroteo, che, più o meno, gioca sul patronato delle cariche”; “una sinistra zingarettiana-corbyniana (NdR: nel frattempo Zingaretti e Corbyn sono tramontati) che in linea di massima la pensa come il M5S”; “un pezzo liberale, che ancora si deve riprendere dalla sconfitta del 4 dicembre 2016 e che si limita alla politics”. 

Di fatto, è il Centro doroteo che sta dirigendo felpatamente il dibattito pre-congressuale. La prima caratteristica del doroteismo, come ideologia e come metodo, è proprio quella di non prendere troppo sul serio né il dibattito identitario né quello programmatico, benché questi siano oggi indicati quali crinali dirimenti sia dalla stampa amica sia da quella ostile al PD. Del resto, il doroteismo, lo spiegò una volta Baget Bozzo, consisteva nel pensare, che “l’identità della Dc sono i suoi elettori”.

Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che Dario Franceschini appoggi la candidatura di Elly Schlein, che, presentandosi come “un’onda” e come “un vento nuovo”, pare collocarsi sulla scia del partito radicale di massa, con contorno di pulsioni antagonistiche, invece che su quella del partito riformista-laburista o del partito antagonista.

Quali ragioni spingono la corrente di maggioranza del PD a sostenere l’autocandidatura di Elly Schlein alla segreteria del PD? 

Il gruppo dirigente storico del PD non è riuscito a realizzare la missione che si era dato al Lingotto il 27 giugno del 2007. Ha cambiato una serie di segretari, ha subito un paio di scissioni e l’apostasia degli elettori – se ne sono andati circa 7 milioni in dieci anni – e, quel che conta di più, ha perso il governo e il relativo “patronato delle cariche”, del quale era stato sempre beneficiario negli ultimi dieci anni, salvo per l’anno giallo-verde 2018-19.

Se gli elettori se ne vanno in silenzio, dai militanti arrivano grida di dolore: occorre un gruppo dirigente totalmente nuovo; la società civile deve prendere il comando del partito; largo ai giovani… È il vetero-nuovismo degli ultimi trent’anni, che si presenta periodicamente con nuovi cappelli su teste ormai incanutite. A dire il vero, il “largo ai giovani” viene da “una marcia” di cento anni fa… La teologia nuovista si fonda su un automatismo: se sei giovane, possibilmente donna, meglio se inesperto/a, di sicuro hai idee nuove e perciò anche buone. Ed è proprio usando l’argomento nuovista che Franceschini, e Prodi alle sue spalle, si sono scansati dall’autocandidatura di Bonaccini. Del quale non si può certo dire che sia fuoriuscito improvvisamente dalla società civile come Minerva dal cervello di Giove.

Dunque, avanti con il nuovo! Il calcolo neo-doroteo, facilmente decifrabile, è che la Schlein non eserciterà mai la leadership, ma solo la testimonialship del partito. Attraverso di lei, il partito ritroverà uno slancio movimentistico e giovanilistico, ma il Deep-party o Ditta rimarrà immutato. 

Intanto, con questa mossa, anche l’ala sinistra di Orlando e di Cuperlo si trova aggirata a… sinistra. Il quale Cuperlo, a questo punto, preannuncia con toni oracolari almeno quanto quelli della Schlein, la propria candidatura. 

Si profila, in realtà, una contrapposizione più profonda e più confusa, dagli esiti imprevedibili: quella tra i militanti pro-Ditta – Bonaccini e Cuperlo – e i militanti post-Ditta – Schlein, sostenuta da un pilastro della Ditta. 

Da parte sua, Bonaccini vorrebbe rimettere in asse militanti ed elettori, scommettendo sull’esportabilità, finora fallita, del modello emiliano-romagnolo su scala nazionale-romana e collegandosi con il filone lib-lab riformista, più emilianamente praticato che intellettualmente definito. Fin qui ci troviamo dietro le quinte.

Tuttavia, se passiamo al palcoscenico, siamo costretti a notare come siano le idee chiare e distinte il grande assente del dibattito pre-congressuale. All’elettore, che chiede un filo per ritrovare l’uscita dal labirinto delle mille incertezze presenti, paiono assenti o contraddittorie le idee sui mutamenti antropologici e culturali della globalizzazione, sull’esaltazione del gender e sull’inverno demografico, sul disordine mondiale, sull’Europa senza Nato, sulla pace in Ucraina, ma senza aiuti in armi alla Resistenza, sulla forma-Stato, a regionalismo debole, sulla forma-Governo, con annesso agnosticismo sulla riforma istituzionale, sulla forma-Partito in tempi di digitalizzazione della politica, ma senza correnti, ma “smontato e rimontato”.

Colpisce in particolare, il giudizio sintetico, che la Schlein e la vulgata di sinistra ripropongono, sulla società italiana così come si è venuta configurando nei decenni, quale vittima dell’ordo-liberismo. Questa categoria ci restituisce un Paese immaginario. 

Della leggenda dell’ordo-liberismo trionfante, diffusa dal Berlusconi liberal/liberista fasullo, è rimasta vittima, essa sì, la sinistra. La Destra non l’ha mai presa sul serio e comunque ben si guarda dal tentare di praticare il neo-liberismo: avanti con protezione e sussidi, non alla concorrenza, evviva i bagnini e i bottegai senza POS.

L’Italia è un Paese tuttora imbrigliato  nella giungla delle corporazioni, tenute in piedi da solide basi sociali di settore e da una classe politico-amministrativa che gestisce la spesa pubblica e che é corporativamente solidale con i destinatari della spesa pubblica ed è del tutto irresponsabile delle entrate fiscali. L’elenco? Tassisti, bagnini, farmacisti, accademici, giornalisti, medici, veterinari, psicologi, agronomi, consulenti del lavoro, insegnanti, notai, ferrovieri, tramvieri, lavoratori occupati, pensionati… tutti organizzati in molteplici sindacati di categoria, in Cobas, in 19 ordini e 8 collegi professionali, e tutti ben rappresentati in Parlamento. Interessi tutti legittimi, si intende, ma la cui somma è la paralisi.

L’ideologia di questi gruppi/corporazioni è quella dei diritti acquisiti e da acquisire; essa sottoproduce una pervasiva giuridificazione dei rapporti sociali e professionali e una dilatazione di burocrazie amministrative e giudiziarie costruite per tutelare i diritti. In questo processo di accumulazione anarchica dei diritti, lo Stato, cioè i cittadini, cioè ogni altro che non appartenga alla corporazione, ha il dovere di difenderli e accrescerli. I miei diritti sono i doveri di tutti gli altri.

Il governo politico è la risultante passiva, a questo punto, dell’autogoverno delle corporazioni, che competono per l’accesso ai sussidi, alle esenzioni, all’assistenza, garantiti dal debito pubblico crescente. Se l’inclusione” significa accesso a nuovi diritti, l’“esclusione” corporativa ne è l’altra faccia. Ad ogni livello si ripropone la separazione tra insider e outsider. Donde il radicalismo verbale e la conservazione reale dello status quo. 

Che tutto ciò produca un Paese bloccato, ripiegato, senza speranza, senza voglia di cambiare, incerto sul proprio futuro lo segnala con l’usuale lessico metaforico il 56° Rapporto Censis, quando parla di “malinconia sociale”. La Destra la interpreta perfettamente, sia sul piano sociale sia quello culturale. La Sinistra dovrebbe muoversi controcorrente, almeno per ragioni sistemiche  – sennò che opposizione sarebbe -, andando a cercare pazientemente le intelligenze produttive del Paese, connesse con l’Europa e con il mondo, sulle quali riposa il suo futuro possibile. Compete invece con la Destra, fattasi nel frattempo più prudente, sull’espansione della spesa pubblica. E intanto annuncia “i domani che cantano” ecologisti, progressisti, femministi… Cantano, ma sono stonati.

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