Verso l’alt(r)o, la meditazione della settimana: l’amore gratuito suscita meraviglia

“La regola generale che abbiamo radicato in loro è che in tutte le esperienze che possono renderli più felici o migliori, soltanto i fatti fisici sono “reali”, mentre gli elementi spirituali sono “soggettivi”; in tutte le esperienze che possono dare loro un senso di depressione, gli elementi spirituali sono la principale realtà. Così l’odiosità di una persona odiata è “reale” …nel male si vedono gli uomini come sono, senza pericoli di illusioni; ma l’amabilità di una persona amata è soltanto una nebbia soggettiva che nasconde un intimo nucleo di appetito sessuale o economico”

(da C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche)

Nel romanzo epistolare “Le lettere di Berlicche”, C.S. Lewis immagina una corrispondenza tra Malacoda, un giovane ed inesperto diavolo tentatore, e lo zio, sua potente abissale sublimità il sottosegretario Berlicche, il quale, esperto, gli fornisce consigli su come rubare l’anima dei pazienti, altrimenti destinati alla Salvezza. In questo passaggio Berlicche mostra al nipote uno dei più recenti successi del regno delle tenebre: il travisamento del concetto di realtà.

Mentre, infatti, la realtà include sia ciò di cui fa esperienza il corpo sia ciò di cui fa esperienza l’anima, la mentalità del nostro tempo attribuisce l’attestato di “reale”, e quindi di “vero” e di “affidabile” solo a ciò che è dimostrabile, relegando nella categoria dell’inattendibile tutto ciò invece che può essere avvertito dal nostro cuore: sentimenti, emozioni, desideri; soprattutto quando questi sono gioiosi.

Il dubbio sistematico verso le cose belle

La conseguenza di ciò è che in noi si insinua il dubbio sistematico verso le cose positive e belle. Quando riceviamo un regalo, pensiamo che chi ce lo ha fatto voglia qualcosa in cambio o che voglia ingraziarci.

Quando le persone vicine a noi compiono gesti belli, ci chiediamo se essi siano sinceri o se nascondano altri interessi, più loschi. Quando la preghiera ci regala belle emozioni, subito ci interroghiamo se esse siano vere o se si tratti di autosuggestione.

Qualche tempo fa un ragazzo della squadra di calcio giovanile che mi è affidata mi ha chiesto quanto mi pagassero per prendermi le responsabilità e i doveri del ruolo che ricopro. Quando ha saputo che ho sempre fatto tutto ciò gratuitamente, mi ha risposto “e allora, chi te lo fa fare?”

Fatichiamo a credere nella gratuità e nella bontà quando sono fini a sé stesse, motivate solo dall’amore, mentre altrettanto non si può dire per l’odio: non abbiamo alcun dubbio quando classifichiamo come “cattiva” una persona che ci ha ferito o che con noi ha compiuto degli errori, e non ci chiediamo nemmeno perché egli lo abbia fatto, tanto ci sembra evidente la sua cattiveria.

A Natale abbandoniamo la logica del guadagno

Questo ci allontana molto dal senso profondo di questi giorni. Tra poco celebreremo Dio che viene nel mondo e che si mostra a noi in modo bello e completamente gratuito. Festeggeremo l’Amore fatto carne e donato all’umanità e, come da duemila anni a questa parte, ancora faticheremo a capirne il perché, e davanti al presepe penseremo: “ma chi glie lo ha fatto fare? Cosa ci guadagna Dio a farsi uomo, a donarsi in questo modo, fino a dare la vita? Che guadagno ne ha avuto?” E, ancora una volta, non capiremo. 

Vorrei provare, questo Natale, a fare un altro esercizio: abbandonare la logica del guadagno, della convenienza, della compravendita; accogliere questo Amore così grande e stupirmi della sua gratuità.

Dio viene a salvarmi e non mi chiede nulla in cambio. Allora, pian piano, potrei iniziare non a dubitare del bene, del bello e del buono, ma a godere di quanto di bene, bello e buono riceviamo ogni giorno, nella nostra vita, e a ringraziare Dio che, per mezzo degli altri, ce lo dona.

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